La Prossemica nel Coaching: lezioni territoriali dal mondo animale…a debita distanza!
Al di là dei significati che si possono attribuire ai comportamenti prossemici del Coachee in una sessione in presenza, nel testo de ‘L’Essenza del Coaching’ (Pannitti, Rossi, 2012), si riporta che ‘[…] come gli animali anche le persone hanno un loro territorio e lo stabiliscono in ogni luogo in cui si trovano. Così gli esseri umani sono soggetti a dinamiche di territorialità assimilabili alla Distanza di Fugae alla Distanza Critica, con la differenza che la reazione ad un’invasione dello spazio personale è generalmente più contenuta’. Se pensiamo, per esempio, ai grandi felini, la difesa del loro territorio è proporzionale alla capacità con cui l’animale stesso riesce a proteggere la sua tana, nel senso che l’elemento territoriale si può estendere anche per un’area molto vasta ma lo spazio del “nucleo familiare” si concentra su di un’estensione inferiore, più intima e prontamente gestibile.
Se l’avventurarsi nel territorio di caccia può implicare un elevato livello di incertezza dato dalla possibilità o meno di procurarsi il cibo, il riparo in una grotta o lo stare sugli alberi non solo delimitano una chiara zona di confine invalicabile ad altri predatori ma stimolano nell’animale una maggiore reattività alla difesa stessa del proprio habitat. Tant’è che, in una sessione in presenza, a ben osservare il Coachee, è possibile rilevare non solo la sua distanza fisica dal Coach ma soprattutto eventuali cambi di postura, scostamenti o rigidità che sottolineano determinati stati emotivi di una certa intensità, così come un animale passa da un atteggiamento rilassato nel giocare con i suoi cuccioli a un immediato stato di allerta nel percepire possibili intrusi all’intorno.
Ed è proprio qui che s’inserisce il concetto di Distanza di Fuga, ovvero lo spazio variabile di separazione che intercorre tra due animali nel momento in cui si incontrano, prima che uno dei due sia spinto a fuggire. Per l’essere umano, la dinamica non si riferisce tanto all’evitare qualcuno che può non piacere bensì al grado di sopportazione con cui riusciamo o meno a tenere una certa distanza fisica tra noi e una persona sconosciuta, in base a quanto rileva sia il nostro apparato sensoriale (in particolare vista, olfatto e udito) sia il sistema percettivo nel suo complesso. In sessione, al di là del lato organizzativo di un setting prossemico adatto e confortevole al contesto, il Coachee può manifestare una distanza di fuga da argomenti particolarmente delicati o ansiogeni, rispondendo a una domanda del Coach in modo sillabico, superficiale o aleatorio, mentre il suo corpo esprime quell’istinto a fuggire dal tema in modo del tutto spontaneo, anche attraverso (micro) movimenti facciali o corporei facilmente osservabili.
Quando l’interazione con il Coach porta il Cliente ad aprirsi e a condividere anche stati ed emozioni particolarmente forti, lo spazio di fuga a disposizione del Coachee si accorcia in maniera rilevante e, sulla base di quanto il Cliente vorrà o meno esprimere in funzione di una data domanda, il suo territorio d’azione potrebbe venire percepito come un’opportunità esplorativa o una zona pericolosa, forse da evitare. Del resto, come gli animali marcano il loro territorio in modo costante e significativo, così il Coachee può decidere se “stare alla larga” da determinati argomenti che sa essere fonte di turbamento, e per i quali ancora non ha idea di come possa gestirli, oppure “avvicinarsi” in maniera cauta per (cercare di) comprenderli un po’ di più.
Ed è qui che entra in gioco il concetto di Distanza Critica, quasi una soglia di allarme tra la possibilità di fuga e la volontà di attacco, un momento di stasi carico di tensione che si riflette in quegli attimi in cui due animali, quasi paralizzati l’uno di fronte all’altro, stanno per decidere se correre via o buttarsi in una lotta selvaggia. A livello dialogico, la medesima dinamica avviene quando il Coachee, “in preda” al proprio subbuglio emotivo, palesa il suo malessere con spiegazioni che lo possono portare a un vicolo cieco, fatto di silenzi e ulteriori riflessioni finalizzate alla ricerca di “una via di fuga”, oppure a esternazioni più consapevoli che gli permettano di “attaccare il problema” da una diversa prospettiva.
Nei conflitti territoriali tra animali della medesima specie, finalizzati alla conquista di uno stesso spazio, di solito ha il sopravvento chi già detiene la zona contesa; dal punto di vista umano, il Coachee che si sente a proprio agio nel raccontare la sua storia può essere un buon indicatore della fiducia che ripone nel Coach, non percependolo come un giudice o un clinico, ma una domanda da parte di quest’ultimo, arricchita da un’attenta osservazione della prossemica del Cliente, può portare il Coachee “in uno stato d’allarme” capace di mutare la propria quiete territoriale in uno spazio “a rischio”, nel quale doversi “muovere” per trovare una prossemica diversa, adatta alla nuova situazione che sta sperimentando.
Del resto, pensando ai grandi felini, la scelta del territorio di caccia o “di residenza” non dipende soltanto da una necessità di pura sopravvivenza (e nel tal caso qualsiasi soluzione logistica sarebbe ideale) bensì anche da esigenze animali che trovino corrispondenza nel giusto habitat, le cui caratteristiche motivino e rispecchino la scelta stessa, come la presenza di acqua, rifugi particolari o fitta vegetazione. Pertanto, nella gestione dello spazio fisico tra Coach e Coachee, non si tratta solo di predisporre (ove possibile) il setting più indicato e accertarsi che l’ambiente sia confortevole, ma soprattutto di tenere in debita considerazione la distanza (di fuga o critica) che il Cliente potrebbe mettere in atto nel corso della sua narrazione.
Può capitare, ma si tratta di comportamenti che difficilmente si manifestano in prima sessione, dove magari il Cliente è ancora in una “fase territoriale” conoscitiva del suo spazio nei confronti del Coach e per la quale necessita di un maggiore scambio interattivo. Dalla mia esperienza in merito, già il definire insieme al Cliente un iniziale piano d’azione, a volte, determina nel Coachee un focus d’intervento orientato ad “accorciare” eventuali distanze rispetto al suo problema che, per motivi emersi in sessione, se da un lato, sfiorano soltanto il fulcro principale del disagio, dall’altro, permettono d’identificare quel “territorio” da attraversare (nel divenire) in modo più preciso, cominciando a separare le zone meno pericolose da quelle più critiche.
Come scrive la cantautrice statunitense Lana Del Rey in un suo testo, e che ben si adatta a un’interpretazione prossemica di quanto il Coachee possa mettere in atto, “la distanza a volte consente di sapere che cosa vale la pena tenere e che cosa vale la pena lasciare andare”…
Federico Polidori
Training Manager, Role Playing Game Designer & Life Coach
Cologno Monzese (MI)
federicom18@libero.it
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