Categoria: La relazione: punto di contatto tra Coaching e Analisi Transazionale

Categoria: La relazione: punto di contatto tra Coaching e Analisi Transazionale

La relazione: punto di contatto tra Coaching e Analisi Transazionale

 

Con questo elaborato vorrei soffermarmi sull’importanza che una relazione efficace può avere sia nell’ambito di un percorso di Coaching che nell’ambito di un percorso di Psicoterapia ad indirizzo Analitico-Transazionale. Pensiamo alle nostre relazioni più importanti. Quanto, all’interno di queste relazioni, ci sentiamo realmente accolti per quello che siamo nella nostra più profonda intimità? Quanto ci sentiamo realmente ascoltati? Non ho la presunzione di sapere la risposta che ognuno di voi starà cercando. Sono però sicuro che queste domande ci facciano riflettere sul fatto che non sono molte le relazioni in cui ci è concesso di essere pienamente noi stessi senza il timore di essere giudicati, non capiti o, peggio ancora, rifiutati e svalutati. Chi invece ha avuto la fortuna di vivere relazioni di questo tipo, ne conosce tutta la potenza e sa quanto siano in grado di infondere fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità.

 

Alle origini dell’Analisi Transazionale e del Coaching

L’Analisi Transazionale nasce negli anni ‘50 ad opera di Eric Berne, psichiatra e psicoterapeuta di origine canadese. Prendendo le distanze dalla Psicoanalisi, Berne decise di dare vita ad un nuovo orientamento teorico/clinico che chiamò Analisi Transazionale. “Transazione” significa più semplicemente scambio. Con questo termine Berne intendeva sottolineare l’importanza che, nel suo approccio, hanno gli scambi comunicativi e le relazioni come modalità in cui le persone esprimono il loro mondo interno e il loro bisogno di sentirsi visti e riconosciuti. In allineamento con le “psicoterapie umanistiche” da Maslow in poi, L’Analisi Transazionale si riconosce in quel clima di totale fiducia nei confronti delle potenzialità di qualsiasi individuo, anche quando è in grande sofferenza. E poiché le sofferenze psicologiche hanno le loro radici, e si perpetuano, nelle relazioni, sta proprio nella relazione terapeutica la possibilità di cura del mondo degli affetti.

Il Coaching è “un potente metodo di sviluppo di una persona, di un gruppo di individui, o di un’organizzazione che si basa su tre pilastri portanti: una relazione efficace e facilitante tra coach e coachee (colui che è seguito dal coach), lo sviluppo del potenziale del coachee e infine l’identificazione di obiettivi concreti da conseguire attraverso la definizione di piani d’azione autodeterminati dal coachee” (Pannitti e Rossi, 2012). Basta la lettura di questa definizione per capire che uno degli aspetti imprescindibili di questo metodo è la capacità di stabilire, tra coach e coachee, un’alleanza capace di rendere fertile quel terreno dove il potenziale del cliente possa attecchire per poi sbocciare in tutta la sua pienezza. Questo concetto di relazione e di alleanza terapeutica è altrettanto fondamentale per l’Analisi Transazionale e, aggiungerei, più in generale per tutte le Psicoterapie “relazionali”. Qui la relazione viene vista come un aspetto imprescindibile al punto da poter dire che sia la relazione in sé a curare.

 

Un breve cenno alla Comunicazione

Prima di addentrarci nell’esplorazione del concetto di relazione efficace, è utile fare riferimento al lavoro di Watzlawick, Beavin e Jackson (1967) intitolato “Pragmatica della Comunicazione Umana”. Una delle regole (assiomi) individuate dagli autori recita che: “La comunicazione si sviluppa sempre su due piani: il contenuto e la relazione. Il piano della relazione classifica il contenuto della comunicazione”. In altre parole, ogni scambio comunicativo è caratterizzato sia da un aspetto di contenuto che da uno di relazione. La relazione è sempre più importante del contenuto. Appare evidente come una relazione efficace sia di fondamentale importanza se vogliamo massimizzare le probabilità che un lavoro sui contenuti possa risultare utile. Nelle relazioni “sane” e spontanee è molto più facile che gli interlocutori riescano a focalizzarsi sui contenuti senza che aspetti psicologici e relazionali, nascosti nella comunicazione, prendano il sopravvento offuscando il contenuto.

 

Costruire relazioni efficaci

“Senza accoglienza e rispetto non è possibile costruire rapporti stabili e significativi. La maggior parte dei disagi relazionali e intrapsichici derivano da situazioni di non ascolto e di non accettazione di sé, degli altri o di come vanno le cose. Ecco perché è fondamentale accogliere l’altro e ascoltarlo, mettere a tacere la fretta di risolvere i problemi. L’ascolto è la medicina naturale più potente del mondo, perché ha come primo risultato il far sentire l’altro accolto, accettato, non giudicato” (Rossi, 2001). Queste parole ci insegnano che fondare le relazioni di supporto, sulla mera risoluzione delle problematiche portate dal cliente sia un errore da evitare. La prima cosa da fare, è costruire una relazione in cui il cliente si senta accolto senza “se” e senza “ma” per quello che è e per quello che ci vuole portare sessione dopo sessione. A tale proposito trovo molto intuitivo il concetto delle quattro “A” proposto da Pannitti e Rossi (2012) per impostare una relazione di supporto: Accoglienza, Ascolto, Alleanza e Autenticità sono le colonne portanti di una relazione sana ed efficace. Vediamo queste dimensioni in dettaglio.

L’accoglienza è accettazione incondizionata dell’altro. Accogliere il nostro interlocutore significa aprirgli le porte di casa nostra, fargli sentire che, all’interno della relazione può prendersi lo spazio e il tempo di cui lui ha bisogno. La sessione di Coaching o la seduta di Psicoterapia devono diventare “casa” per lui, uno spazio e un tempo che il cliente dedica a se stesso e dove è certo di non trovare un giudizio, ma solo un posto confortevole, e allo stesso tempo stimolante, per lui e per tutte le emozioni e i pensieri che lo attraversano. L’imperativo dunque è astenersi dal giudizio. Ogni giudizio rappresenta una chiusura che interrompe l’ascolto. Se vogliamo che la relazione sia accogliente non si deve mai avere fretta di arrivare alla soluzione; bisogna quindi stare il più possibile lontano da una dimensione “cronometrica” del tempo cercando di non imporre mai il proprio ritmo. Fondamentale è anche il saper entrare in empatia con l‘altro. Il sapersi calare nella sua situazione per vedere il mondo dalla sua prospettiva, attraverso le sue lenti, siano esse le lenti più sporche o distorte dell’universo, non ha importanza. Non si possono innescare mobilità e cambiamento in una persona se prima non abbiamo capito e validato quello che si vede e si prova stando dalla sua parte. Infine, va ricordato che non possiamo accogliere veramente l’altro se prima non abbiamo fatto pace con alcuni aspetti di noi stessi. Per un coach o per un terapeuta é importante conoscersi per evitare di entrare in reazione con quanto il nostro interlocutore porta in ogni sessione (fenomeno meglio conosciuto con il termine di “controtransfert” nell’ambito delle Psicoterapie).

L’ascolto non solo garantisce la raccolta di informazioni sul proprio cliente e sulle situazioni che sta attraversando, ma favorisce anche il coach o il terapeuta ad accogliere il cliente nella sua unicità. Un ascolto efficace deve prestare attenzione sia ai contenuti espliciti portati dall’interlocutore sia alle modalità attraverso le quali tali contenuti vengono espressi. Verificare la congruenza tra ciò che ci viene passato attraverso il canale verbale e ciò che ci viene passato attraverso il canale non-verbale può infatti essere molto utile per apprendere alcune dinamiche interne del nostro interlocutore. L’ascolto efficace va promosso attraverso il silenzio, le domande e i feedback di ascolto. Il silenzio lascia all’interlocutore tutto lo spazio di cui ha bisogno facendolo sentire il protagonista indiscusso della sessione e al tempo stesso facilita la sua riflessione. Le domande permettono di indagare la percezione della realtà e delle situazioni da parte dell’interlocutore. Fare le domande giuste al momento giusto è forse una delle cose più difficili ed è un argomento che richiederebbe da solo una trattazione approfondita. Qui ci limitiamo a dire che non esistono domande giuste o sbagliate. Non esistono nemmeno domande potenti. La potenza di una domanda dipende sempre dall’incontro della domanda con il mondo interno del coachee nello specifico momento in cui la domanda viene posta suggerendo, una volta di più, come la capacità da parte di un coach o di un terapeuta di sintonizzarsi su quel mondo sia un’abilità fondamentale. Infine, i feedback di ascolto sono molto utili per verificare con l’interlocutore se l’ascolto è stato efficace. Non solo aiutano a capire se effettivamente sono stati colti correttamente i contenuti, le emozioni, le sensazioni trasmesse dall’interlocutore, ma possono anche fungere da rafforzativi in termini di accoglienza perché trasmettono all’interlocutore la sensazione di essere al centro delle attenzioni di qualcun altro.

Alleanza e autenticità sono le restanti qualità che completano la definizione di relazione efficace. Crearealleanza significa sostenere il proprio cliente nel suo percorso sia esso incentrato sul raggiungimento di obiettivi (Coaching) o sul miglioramento di una condizione psicologica (Terapia). Allearsi significa anche avere totale fiducia nei mezzi dell’altro e comunicarlo in modo da valorizzare le parti funzionali e funzionanti del nostro interlocutore che si sentirà così in viaggio sulle sue gambe ma, allo stesso tempo, mai da solo. L’essere autentici, invece, è il collante affinché la relazione non si sgretoli. Tutto ciò che coach e terapeuta fanno nella relazione deve venire da uno spazio di trasparenza e autenticità. Se così non fosse, il cliente potrebbe sentire dell’ambiguità nella relazione innescando bruschi comportamenti difensivi quali chiusura, attacco e fuga. La mancanza di autenticità non può che minare la relazione nonché l’efficacia del metodo. Fareste mai con convinzione qualcosa che vi viene suggerito da qualcuno che percepite falso o non autentico?

 

Breve viaggio dentro L’Analisi Transazionale: arriviamo al concetto di “Okness”

Vorrei ora focalizzarmi su un aspetto caratterizzante della relazione tra coach o terapeuta e cliente: il concetto di “okness”. Uno dei libri divulgativi più conosciuti per quanto riguarda l’Analisi Transazionale è il best seller “Io sono OK, Tu sei OK” (Harris, 1969). Questo titolo riflette uno dei punti cardine della Teoria Analitico-Transazionale e cioè che una sana relazione, in qualsiasi ambito, deve fondarsi sul concetto di “okness”. Non possiamo instaurare relazioni sane e positive se non abbiamo la duplice convinzione di essere “ok” con noi stessi e di ritenere che anche il nostro interlocutore sia “ok”. Per capire più a fondo questo concetto è importante introdurre due concetti cardine dell’Analisi Transazionale: gli “Stati dell’Io” e il “Copione”.

Il modello degli Stati dell’Io, semplificando al massimo, prevede una tripartizione della personalità dell’individuo. Quando una persona si comporta, pensa e sente come faceva quando era bambina, è nello stato dell’Io Bambino. Quando una persona si comporta, pensa e sente in modi che ha osservato e poi copiato dai suoi genitori, è nello stato dell’Io Genitore. Quando infine una persona si comporta, pensa e sente in modi che sono una risposta diretta qui ed ora a quello che succede intorno a lei utilizzando tutte le sue capacità, allora è nello stato dell’Io Adulto. Per una personalità equilibrata abbiamo bisogno dell’integrazione di tutti e tre gli Stati dell’Io. Abbiamo bisogno dell’Adulto per la soluzione dei problemi del qui ed ora, che ci permette di affrontare la vita in maniera competente ed efficace. Per adeguarci alla società abbiamo bisogno dell’insieme di regole che portiamo in noi nel nostro Genitore. Nello stato dell’Io Bambino (specie in quello che Berne chiamava Bambino Libero) possiamo invece avere nuovamente accesso a quella spontaneità, a quella creatività e a quel potere intuitivo che avevamo nell’infanzia.

Passiamo ora al “Copione”. Secondo Berne, ognuno di noi ha scritto inconsapevolmente la storia della propria vita. Come tutte le storie, ha un inizio, una trama e una fine. Fin dai primi anni di vita, le esperienze che viviamo all’interno delle relazioni più significative ci portano a sviluppare delle convinzioni su di noi, sugli altri e sul mondo che riassumiamo in una sorta di copione teatrale da mettere in scena sul palcoscenico della nostra vita. Tali convinzioni (ad esempio: io non ce la potrò mai fare da solo) si radicano così fortemente in noi da diventare delle linee guida, spesso limitanti, che condizionano i nostri comportamenti e le nostre scelte. Una caratteristica chiave del Copione e delle decisioni copionali è quella di essere al di fuori della consapevolezza (Berne, 1972). In pratica scriviamo la nostra storia e poi ce ne dimentichiamo anche se inconsapevolmente ci faremo guidare da quella trama fino a quando non lavoreremo su noi stessi per capire i meccanismi che regolano il nostro comportamento. Quando da adulti mettiamo in scena il nostro Copione, senza saperlo, scegliamo comportamenti e situazioni che ci faranno avvicinare il più possibile al “tornaconto” del nostro Copione cioè al finale che abbiamo deciso per la nostra storia.

Cosa lega tutto ciò al concetto di “okness”? Berne afferma che il bambino, agli inizi del processo della formazione del copione ha già assunto certe convinzioni su se stesso, sul mondo e sugli altri. È probabile che queste convinzioni gli restino per tutta la vita condizionandone inconsapevolmente comportamenti e scelte. Tali convinzioni si possono riassumere in: 1) Io sono OK, gli altri sono OK; 2) Io non sono OK, gli altri sono OK; 3) Io sono OK, gli altri non sono OK; 4) Io non sono OK, gli altri non sono OK. Queste affermazioni, note come posizioni esistenziali, rappresentano gli atteggiamenti che una persona assume circa il valore che percepisce in sé e negli altri. Una volta adottata una di queste posizioni, in base alle esperienze fatte nei primi anni di vita, il bambino tenderà a costruire tutto il resto del proprio copione, cioè della propria storia, in modo che collimi con essa. Berne sostiene che nasciamo tutti nella prima posizione (Io OK; Tu OK) ed è anche la posizione a cui si deve ritornare grazie al sostegno della Psicoterapia. Questa posizione è colloquialmente indicata come “okness”. È la posizione della persona libera, spontanea, con una ragionevole fiducia in sé. È una posizione dalla quale ci si può permettere di essere veramente se stessi, valorizzando le proprie risorse e accettando i propri limiti. Allo stesso modo è una posizione da cui si può concedere fiducia agli altri che vengono accettati per quello che sono, rimanendo comunque meritevoli di fiducia e di apertura.

Tornando all’ambito della relazione tra coach/terapeuta e cliente, quanto descritto sopra dovrebbe farci capire che l’unica relazione efficace possibile è guidata dalla posizione di “okness” in cui coach o terapeuta sono OK tanto quanto lo è il loro assistito. Una relazione a tutti gli effetti paritaria, anche se con ruoli molto diversi, in cui rispetto, fiducia, accettazione e non giudizio sono gli elementi cardine che la regolano. È solo all’interno di una relazione OK-OK che il nostro cliente può veramente sentirsi accettato nei suoi pregi, nei suoi difetti e nei suoi limiti. Solo da questo punto di partenza potrà abbassare le difese, distendersi, aprirsi e fidarsi di un processo facilitatore verso una progressiva presa di consapevolezza di sé e verso il raggiungimento dei suoi obiettivi. Riprendendo il concetto precedentemente introdotto di Stati dell’Io, possiamo anche dire che nella posizione OK-OK l’individuo è sostanzialmente nello stato dell’Adulto in quanto consapevolmente ancorato al qui ed ora. Un Adulto che non é permeato dal giudizio e dalla critica, che appartengono invece al suo Genitore Normativo, e non é nemmeno permeato da reazioni emotive fuori luogo, che sono invece proprie di una parte del suo stato dell’Io Bambino. Nella posizione OK-OK è l’Adulto “integrato” a prevalere e cioè la capacità di rispondere in maniera più autonoma, interamente nel qui ed ora, a ciò che sta succedendo all’interno e all’esterno, senza l’intervento distorcente del copione.

 

Conclusioni

Spero di aver spiegato che una relazione efficace è imprescindibile sia nell’ambito del Coaching che nell’ambito delle Psicoterapie. Senza una relazione permeata dal concetto di “okness” nessuno di questi due approcci può risultare efficace. Coaching e Psicoterpia hanno molte differenze che non intendo affrontare in questa sede. Entrambe hanno però compreso che aiutare un individuo a raggiungere i suoi obiettivi (Coaching) o aiutarlo a superare un disagio emotivo o un problema comportamentale (Psicoterapia) è impossibile se prima non si è stati in grado di creare un’alleanza dove il cliente possa sentirsi importante, accettato e protetto dal giudizio.

 

Andrea Pierno, Ph.D.
Psicologo, Life & Business Coach
Milano
andrea.pierno@gmail.com

 

 

Bibliografia

Berne E., Transactional Analysis and Psychotherapy, Grove Press, New York, 1961.

Berne E., Games people play, Grove Press, New York, 1964.

Berne E., What do you say after you say hello?, Grove Press, New York, 1972.

Harris T.A., I’m OK, you’re OK, Grove Press, New York, 1967.

Pannitti A., Rossi F., L’essenza del Coaching, Franco Angeli, Milano, 2012.

Rossi R., Ascolto costruttivo, EDB, Bologna, 2001.

Watzlawick P., BeavinJ.H., Jackson D.D., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, 1971.

 

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