C’è posta per te…(anzi, per me!)
Ciao Tiziano, ti stavo aspettando! Sapevo che saresti arrivato! Ora sei qui, rilassati e prenditi tutto il tempo necessario!
Per qualcuno questa potrebbe rappresentare la tipica frase da serial thriller in cui il personaggio principale dopo un susseguirsi di misteriosi incomprensibili fatti e avvenimenti si ritrova partecipe ad un corso di Coaching. Che ci faccio qui? Ho pensato ed esclamato nella prima giornata di corso??! E’ come se mi avessero catapultato dentro ad un reportage di Domenico Iannacone. Sì, che ci faccio qui?
Inconsapevolmente questo cammino parte da lontano, erano gli anni ’90 quando seppur inconsciamente, decisi di spostare il mio formaggio, …. una mattina mi alzai e capii che quello che stavo facendo non mi appagava più, volevo fare qualcosa per gli altri, sì per aiutare altre persone, un qualcosa che a fine giornata mi facesse sentire utile, mi facesse stare bene, un qualcosa che andava oltre il mero fattore economico. Incomincia così la mia seconda vita lavorativa che mi accompagna sino ai giorni nostri, Esperto di politiche del lavoro, un cammino tutt’altro che pianeggiante, un tragitto fatto di mille cadute e di mille rialzate ma dalla grande consapevolezza, quella convinzione di essere … diciamo resiliente che solo chi è caduto e si è rialzato sa di poter avere. Un cammino che mi ha permesso di aiutare gli altri, nella ricerca del lavoro, nel traghettarli verso una nuova professione, nel far acquisire loro sicurezza, nell’aiutarli verso una scelta consapevole di un progetto professionale o nell’esaminare un percorso formativo adeguato. In tutto questo cammino oggi sono ancora qui per cercare nuovamente quel deposito di formaggio, per apprendere le tematiche del coaching evolutivo e capire come utilizzarlo al meglio, verificando quante volte la mia strada si è già incrociata di fatto con tutti questi importanti aspetti. Ogni giornata del corso è stata una tappa di avvicinamento verso quella cima che inizialmente sembrava irraggiungibile poi passo dopo passo il cucuzzolo si palesava e io me ne stavo un attimo in disparte a godermi quel panorama (helicopter view) che mi permetteva di vedere cose che si possono notare solo da quella particolare posizione. Sarebbe semplice per me parlare di come oggi potrei applicare le dinamiche della sessione di Coaching sulle persone che incontro quotidianamente. Gli obiettivi professionali, le domande efficaci, l’accoglienza che ti permette di mettere a suo agio la persona avendo in cambio maggiori informazioni, l’alleanza, l’autenticità, l’assenza di giudizio.
Invece voglio spiazzarvi come si fa con le domande creative, grazie anche a mia figlia Lucia, una teen-ager quattordicenne che una sera mi chiede di poter guardare la sua trasmissione preferita con lei. Vi invito ad inforcare gli occhiali del Coach e a seguirmi in un piccolo viaggio per vedere quello che solo prima era una semplice puntata di uno show televisivo. Sia ben chiaro, Maria De Filippi non sta facendo una seduta di Coaching e non usa il metodo evolutivo ma a me sembrava interessante proporvi questo gioco (work in) per presentare gli argomenti che più mi hanno animato in questo percorso.

L’accoglienza
Insieme al silenzio ritengo l’accoglienza uno degli strumenti più importanti del coaching. Non è un caso che quando Maria De Filippi accoglie il suo ospite nella sua trasmissione subito si preoccupa di farlo stare bene, innanzi tutto pone la sua attenzione SOLO su di lui, gli chiede come sta, se è emozionato/a, se vuole un bicchiere d’acqua, se preferisce attendere il promo pubblicitario nel caso in cui non si sentisse ancora pronto, lo rincuora dicendo che potrà prendersi tutto il tempo che vuole, che non farà nulla senza il suo consenso, creando con il/la partecipante quella relazione facilitante che sta alla base del metodo. Tutto questo senza tradire quella posizione detta “meta” dell’ascolto che consentirà di avere un certo distacco dal racconto e una visione globale della situazione e di ciò che si svilupperà al suo interno. Quando comunichiamo tra noi, il singolo spesso si sente solo, provando una sorta di disagio verso le altre persone. A volte non riesce ad ascoltare i pensieri altrui e a volte non riesce a comunicare in modo efficace agli altri il proprio pensiero. Questo senso di costante inadeguatezza porta ad impedire di osservare noi stessi e gli altri con rispetto, amore e accoglienza. Forse è anche per questo che sentirsi accolti e ascoltati permette di conquistare o riconquistare un migliore equilibrio nel rapporto con se stessi e con gli altri. Le 4 “A” della relazione di coaching sono: Accoglienza – Ascolto – Alleanza – Autenticità
Il silenzio
Oltre all’accoglienza il silenzio rappresenta per me un altro pilastro importantissimo del coaching, lo definisco un atto dovuto come quando ci si ferma per far attraversare qualcuno sulle strisce pedonali, mi diverte osservare le persone che attraversano la strada, non c’è conversazione, ci sono sguardi, ci sono posture, ci sono occhi che si incrociano, ci sono sorrisi, spesso mi domando da dove arrivino e dove siano dirette, quante volte Maria De Filippi rimane in silenzio, guarda il suo ospite, in quel momento si sommano e si evidenziano nel partecipante una serie considerevoli di emozioni, rabbia, felicità, sconforto, illusione, gioia, delusione, speranza. Può sembrare impossibile ma è da quel silenzio che nasce quel percorso che ci porterà sino ad aprire quella busta, sino a configurare noi stessi, sino a dare un senso nuovo alle nostre idee, alle nostre emozioni e di conseguenza alle nostre azioni.
Per qualcuno è una busta, per altri una rete di un campo da tennis, ma c’è un comune denominatore, la resistenza è dentro di noi, il nostro primo avversario non è colui che è al di là di quella busta o campo da tennis, ma siamo noi con tutte le nostre avversità. * Come diceva Timothy Gallwey, “L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete.”
Il silenzio del Coach
Il silenzio è parte integrante della comunicazione che, come abbiamo visto, rappresenta uno degli aspetti legati alla comunicazione paraverbale, in quanto la sua assenza o la sua presenza sono veicoli di significato. Nel Coaching, il silenzio del Coach è un silenzio attivo, ed è anche uno strumento volto all’ ascolto del Coachee, allo stimolare il pensiero lasciandogli il suo spazio personale e temporale di riflessione. Il silenzio è dunque il mezzo con il quale il Coach evita di interrompere sia il pensiero sia il ciclo comunicativo avviato dal Coachee. Il coach utilizza in modo consapevole e funzionale tale strumento. Il silenzio del Coach è anche il modo per lasciare al Coachee l’opportuno e necessario spazio da protagonista nella scena; troppo spesso, infatti, questa rischia di essere calpestata da coach inesperti o troppo loquaci. In fine il silenzio è anche il modo per entrare in contatto con le emozioni altrui, per ascoltare ciò che non ha voce, per lasciare spazio a ciò che non fa rumore.
Ed ora pensate alla splendida canzone scritta da Paolo Limiti, La Voce del Silenzio…
“Volevo stare un po’ da solo
Per pensare tu lo sai
Ed ho sentito nel silenzio
Una voce dentro me
E tornano vive tante cose
Che credevo morte ormai
E chi ho tanto amato
Dal mare del silenzio
Ritorna come un’onda
Nei miei occhi
E quello che mi manca
Nel mare del silenzio
Mi manca sai molto di più
Ci sono cose in un silenzio
Che non mi aspettavo mai
Vorrei una voce
Ed improvvisamente
Ti accorgi che il silenzio
Ha il volto delle cose che hai perduto…”
L’arte di fare domande (Aperta, chiusa, doppia scelta)
Non nego, nel ritenere la fase delle domande personalmente quella che mi ha creato maggior criticità nella sessione ma è stato nell’indossare quegli occhiali che mi sono reso conto che tutto segue un suo percorso. L’illuminante diapositiva dove il Coach pone lo sguardo verso il suo campione, non si gira a vedere l’obiettivo, rimane lì, lo sguardo fisso, baluardo e consapevole che solo rimanendo concentrato sul Coachee potrà capire e saper valorizzare tutto il suo potenziale. Ecco qui si nascondono alcuni segreti, poiché ogni domanda può creare chiusura o apertura, ispirazione o frustrazione, motivare o far riflettere. L’abilità di porre domande “ben formate”, è la prima abilità del Coach.
Sono le domande che pone Maria De Filippi, il come le pone, domande che pongono l’interlocutore a pensare, a fare uno/dieci passi in avanti, domande che ci fanno stare nel qui ed ora ma anche in quel futuro desiderato, in quel quasi sempre superamento degli ostacoli di processo.
* E’ così che tali ostacoli potranno essere affrontati dal Coachee con un livello di ansia limitato contribuendo ad acquisire consapevolezza del lavoro effettuato e incrementando il senso di autoefficacia.
Nelle domande poste, raramente viene usato il Perché?
“Perché all’età di 6(sei) anni lo hai abbandonato/a?”
NO! La domanda viene posta in questi termini:
“Mi ha raccontato che ad un certo punto vi siete allontanati! Hai voglia di spiegarmi cosa è successo?”
“Cosa provi nel rivederlo/a? Che emozione stai sentendo? Ti farebbe piacere riabbracciarlo? Cosa pensi di lui/lei? Se tu avessi l’opportunità di incontrarlo cosa gli diresti? Ha sbagliato…è vero ma a te nella vita non è mai capitato di sbagliare? Cos’è un fallimento per te? Cosa ti piace? Cosa non ti piace? Quali elementi in questa storia che mi hai raccontato sono positivi per te? Se fosse facile come sarebbe? Cosa ti potrebbe far stare bene? Cosa ti ha insegnato tutto questo? Se chiudo la busta sei sicuro di non pentirti? Maria tu cosa faresti?…Tu cosa pensi di fare?”
Ogni domanda che inizia col perché è generalmente considerata indagatoria e giudicante. Un modo di porre l’altro sotto la luce fastidiosa di un’inquisizione. E, generalmente, è vero. Ma esiste un momento specifico in cui la domanda “perché” non è solo ammessa, è decisiva in ottica di consapevolezza e responsabilità.
E’ la domanda legata alla vision di una persona, di un professionista, di un’azienda. Con le domande si indaga sui suoi obiettivi, ne scova di altri, ne comprende vision e mission, scava sulla situazione attuale e su cosa ha condotto alla situazione attuale. Con le domanda scopre le opzioni disponibili selezionandole da una lista adeguata, ricavandola da una che può essere davvero infinita, di possibilità e risorse, ne crea di nuove e, finalmente, sempre con le opportune domande, stabilisce i chi, i come, i dove e i quando di un piano d’azione. Un progetto ben definito nel quale saranno racchiusi servizi e strumenti di una trasformazione verso un futuro desiderato. Migliore. (*) Il Coach per prima cosa pone domande. Per seconda, ascolta. Pone domande per ascoltare le risposte. Risposte che susciteranno anche in lui consapevolezza e responsabilità sulla domanda successiva. Perché sa che quella domanda condurrà in una direzione e che questa direzione provocherà un cambiamento. Un nuovo punto sulla mappa. Per questo vengono definite domande efficaci, poiché quelle formulate con chi, come, quando, dove, cosa ecc…sono l’inizio di un viaggio mentale in chi è chiamato a rispondere. Succederanno a quel punto tutta una serie di cose nel suo cervello a cui si accompagnano delle emozioni che, come sappiamo, sono la spinta ad agire in uno o in un altro modo.
Un Coach ha in mano una vera e propria cassetta degli attrezzi
Grazie a domande del genere, il loro studio, la loro applicazione se messa in pratica crea risultati tangibili. E se è vero che il linguaggio crea la realtà, il linguaggio del Coach aiuta a sviluppare un mondo nuovo nel suo Coachee, a creare nuove parole da nuovi pensieri. Allargando la mappa nelle direzioni più creative, più efficaci e pratiche, dando vita a nuove immagini, a nuove possibilità, a nuove cose. Aprendo poi, ancora e ancora, a nuove domande. Il limite è solo l’orizzonte.
Paolo Crepet (psicologo e scrittore) in uno dei suoi ultimi libri intitolato “Passione” racconta dell’intervista fatta all’amico Renzo Piano (Architetto).
Gli chiede: “Renzo cosa facevi da bambino?”
L’architetto risponde: “Bè, non amavo tanto giocare a pallone tanto meno andare all’oratorio. Ricordo che nella mia amata Genova vivevo in questo condominio molto grande e spesso andavo su in cima al terrazzo…”
“sai dove le donne stendevano i panni? E lì cosa facevi?”
“Niente! Stavo in silenzio e guardavo l’orizzonte!”
Quante volte abbiamo fatto riferimento al tempo, lo confesso! Mi sono innamorato del Kairos, mi sono chiesto che cosa è il tempo? Se non me lo chiedi mi sembra di saperlo ma appena tu me lo domandi io non so risponderti. Diceva S. Agostino
Il tempo non è di fatto misurabile direttamente, ciò che misuriamo sono i fenomeni che accadono. Aristotele diceva che il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi oppure come diceva il fisico John Arcibald Wheeler Il tempo è ciò che impedisce alle cose di accadere tutte in una volta.
Domenica Bueti (neuro scienziato cognitivo) e il suo staff, hanno studiato e trovato nel cervello le mappe del tempo che permettono di percepire il trascorrere dei minuti, delle ore, dei giorni e degli anni. E come dimenticare l’esilarante monologo e la parodia dei famosi chansonnier del grande mattatore romano “Perce que tua Nun me rompe er ca’… Kairos…” (Gigi Proitti).
Personalmente preferisco le parole di Franco, imprenditore di Forlì, un giorno lui mi guarda e dice: “Tiziano…che cosa ne facciamo di fax, telefono, e-mail, internet se poi non recuperiamo tempo prezioso per noi stessi?”
Rispondo prendendo in prestito la poesia di Mario De Andrade (poeta) per dirvi che cosa rappresenta il tempo per me. Tempo prezioso delle persone (estratto).
” Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto, mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma. Ormai non ho più tempo per riunioni Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli. Voglio l’essenza. La mia anima ha fretta. L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta. Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone, gente alla quale i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima, si…ho fretta, di vivere con intensità che solo la maturità mi può dare pretendendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono. Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora. Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che anche il tuo lo sia perché in un modo o nell’altro ci arriverai! “
Grazie di aver condiviso questo viaggio assieme a me. A volte un viaggio per qualcuno è solo un tragitto, un cammino solo un pezzo di strada, ma è tornando che ti accorgi di quanto quel percorso ti può essere servito, di quanto quel viaggio ti può aver cambiato perché solo tornando ti accorgi di non essere più lo stesso che eri quando sei partito.
Tiziano Calvaresi
Addetto Politiche del Lavoro – Agenzia Regionale Emilia-Romagna
Rimini
tiziano.calvaresi@regione.emilia-romagna.it
Bibliografia
Tempo prezioso delle persone – Mario De Andrade poeta fonte web – https://www.prontoprofessionista.it/articoli/le-4-a-della-relazione-facilitante-nel-coaching.html – Il Silenzio del coach – L’Essenza del coach di Alessandro Pannitti e Franco Rossi – The Inner Game – L’Essenza del coach di Alessandro Pannitti e Franco Rossi – Gli ostacoli di processo – L’Essenza del coach di Alessandro Pannitti e Franco Rossi – La voce del Silenzio – Fonte: LyricFind Compositori: Amelio Isola / Paolo Limiti / Giulio Rapetti Mogol – https://www.insidemagazine.it/2021/02/07/coaching-domande-e-responsabilita-quella-di-trasformare-il-presente-in-futuro/
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