Categoria: Yoga e Coaching: due metodi a confronto nella gestione delle interferenze interne

Categoria: Yoga e Coaching: due metodi a confronto nella gestione delle interferenze interne

Yoga e Coaching: due metodi a confronto nella gestione delle interferenze interne

La pratica millenaria dello yoga ha radici profonde.

Il più grande maestro di tutti Patañjali, attraverso i suoi scritti negli Yoga Sūtra, attribuisce alla parola Yoga diversi significati come “collegare”, “unire” oppure quello di “legare assieme i fili della mente”, un altro ancora è “ottenere ciò che prima era inottenibile”. Quest’ultima definizione implica che forse oggi c’è qualcosa che non siamo in grado di fare, ma possiamo trovare gli strumenti per riuscirci, in questo caso lo strumento è lo Yoga.

 

E il Coaching? Non è forse un altro strumento utile per raggiungere lo stesso obiettivo?

Per capirlo bisogna ragionare sulla motivazione che spinge un persona ad intraprendere un percorso di Coaching, cioè il manifestarsi di un desiderio di miglioramento o cambiamento in una crisi di autogoverno.

Può capitare infatti di trovarsi in situazioni difficili che ci spingono a rivolgerci ad un Coach che possa affiancarci e supportarci, con un approccio maieutico, ad individuare le soluzioni per superarle.

E’ vero, Il Coach non è un terapeuta ma nei limiti delle sue competenze lavora nell’ottica di sviluppare il potenziale del coachee utilizzando gli strumenti di cui dispone grazie al metodo del Coaching. E’ altrettanto vero però, che possa lavorare nell’ottica della diminuzione dei blocchi interni che generano queste difficoltà.

Timothy Gallwey, famoso istruttore di tennis ed ex capitano della squadra universitaria di Harward, sottolinea quanto sia importante sviluppare il potenziale umano ma evidenzia allo stesso modo quanto sia altrettanto importante ridurre le interferenze limitanti nell’ottica di raggiungere una buona prestazione. Da qui la formula:

PRESTAZIONE = POTENZIALE – INTERFERENZE

Nel suo libro “The Inner Game of Tennis” dichiara:

L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete”.

Le interferenze limitanti posso avere natura esterna se riferite all’ambiente, al contesto in cui ci si trova e a terze persone, oppure di natura interna se riferite a convinzioni limitanti, blocchi logico sequenziali e interferenze emotive.

Tornando agli Yoga Sūtra, lo yoga viene inoltre definito come “la capacità di dirigere la mente senza distrazioni e in modo continuo”.

Uno dei concetti fondamentali degli Yoga Sūtra riguarda il nostro modo di percepire le cose e il perché nella vita incontriamo delle difficoltà. Se capiamo in che modo creiamo i nostri problemi, capiremo anche come risolverli.

Spesso pensiamo di aver visto una situazione correttamente e seguiamo la nostra percezione. Ma può darsi che in realtà veniamo ingannati da noi stessi e che le nostre azioni si rivelino poco efficaci. In altri casi non abbiamo una comprensione chiara e ci asteniamo da qualunque azione anche se percepiamo che dovremmo intervenire.

Gli Yoga Sūtra definiscono con la parola “avidyā” questi due estremi. Con il termine avidyā si intende “errata comprensione”, una falsa percezione, un fraintendimento. Dal punto di vista del coaching possono essere considerate come delle vere e proprie interferenze interne.

Avidyā è il risultato dell’accumulo delle nostre azioni inconsce, dei giudizi, delle reazioni che abbiamo prodotto meccanicamente nel tempo. A causa di queste risposte inconsce la mente diventa sempre più dipendente dalle abitudini e dalle convinzioni limitanti che si sedimentano nel tempo, finendo per considerare la nostra realtà di ieri come la norma di oggi. Queste abitudini si stratificano ricoprendo la mente di avidyā, come se stendessero una patina sulla chiarezza della coscienza.

Se non vediamo con chiarezza una situazione, agiremo confusamente. Se, al contrario, ne abbiamo una comprensione chiara, agiremo al meglio e con risultati positivi. La nostra azione scaturirà da livelli percettivi molto profondi, avidyā è invece caratterizzata da una percezione superficiale.

Pensiamo di vedere una cosa con chiarezza, agiamo di conseguenza, e in seguito ci troviamo costretti ad ammettere di esserci sbagliati e che le nostre azioni non hanno prodotto del bene rischiando di creare dei blocchi logico sequenziali dai quali è difficile liberarsi.

Ci sono dunque due livelli di percezione: uno nel nostro profondo, libero dal velo di avidyā, e l’altro superficiale oscurato da avidyā.

Una delle caratteristiche principali di avidyā è quella di rimanere nascosta, tendere a non manifestarsi, infatti raramente abbiamo la sensazione che la nostra percezione sia sbagliata o oscurata. Molto più facile invece è individuare una delle sue ramificazioni attraverso cui identificarne la presenza:

  • Ramificazione: “L’Io” (asmitā), facilmente individuabile quando si sentono frasi tipo: “Io devo farcela”, “io sono il migliore”, “Io ho sempre ragione”, “Io sono al primo posto”
  • Ramificazione: “L’attaccamento” (rāga), consiste nella continua richiesta di qualcosa che ci è sempre piaciuta ma di cui non abbiamo un effettivo bisogno oggi. Vogliamo ciò che non abbiamo e quando questo accade, non è abbastanza e ne vogliamo di più. Ad esempio: ”Ieri ho fatto esercizio e mi ha schiarito le idee ed oggi qualcosa mi dice che devo farlo ancora anche se in realtà non ne ho reale necessità e, anzi, oggi può farmi del male”.
  • Ramificazione: “L’avversione” (dvesa), all’opposto dell’attaccamento si manifesta quando rifiutiamo qualcosa. Qualcosa di notoriamente negativo che non vorremmo rivivere o qualcosa di ignoto di cui non abbiamo fatto esperienza né positiva né negativa.
  • Ramificazione: “La Paura” (abhinivesa), la più difficile da identificare si può manifestare in diverse forme, come l’insicurezza o i dubbi su se stessi, la paura del giudizio degli altri, l’ansia verso un cambiamento delle quotidianità, la paura di invecchiare o altre paure di diverso genere.

 

Le quattro ramificazioni di avidyā anche se presenti singolarmente, velano la nostra percezione e ci portano verso un’errata comprensione della realtà spesso anche impedendoci di sviluppare il nostro potenziale. Si può pensare che esse siano delle vere e proprie interferenze limitanti che se non sbloccate o “bypassate” in qualche modo, vanno ad inficiare la prestazione che Gallway descrive nella sua formula.

 

E quindi, come si fa a liberarsi dall’avidyā e delle sue ramificazioni?

La pratica dello Yoga ci aiuta a migliorare la concentrazione, la nostra salute psico-fisica, i rapporti umani e tutto ciò che facciamo.

Patañjali fu uno dei primi a definire necessario il desiderio di automigliorarsi, definendolo fondamentale in un percorso di crescita e anticipando il concetto più vasto di coachability, cioè la disponibilità a impegnarsi in un percorso di accompagnamento con una grande apertura all’utilizzo delle proprie risorse per agire verso i risultati attesi. Condizione necessaria per l’inizio di un percorso di coaching.

Il desiderio di automigliorarsi può essere il primo scalino nell’ottica di ridurre la patina di avidyā che oscura la nostra comprensione.

A tal proposito Patañjali, negli Yoga Sūtra, suggerisce tre possibili aree di intervento:

  • Tapas, la cui radice tap, “scaldare” o “purificare” indica lo strumento con cui ci manteniamo in salute come la pratica degli asāna e del prānāyāma, cioè esercizi fisici e respiratori che tendono a sciogliere i blocchi e ad eliminare le impurità apportandoci molti altri benefici in grado di influenzare tutto il nostro essere.
  • Svadhyaya, da sva che significa “sé” e adhyaya “indagine”, ci consente di conoscere noi stessi. Studiare, informarsi, aprire la mente verso la conoscenza del mondo al fine di conoscere meglio se stessi.
  • Isvara Pranidhana, indica la qualità d’azione. Il mantenimento della salute fisica e l’indagine di noi stessi non esauriscono la sfera delle nostre azioni. E’ il “come”, ogni cosa va fatta al meglio delle nostre possibilità.

 

Salute, indagine e qualità d’azione coprono l’intera area dell’impegno dell’uomo. Mantenendoci in salute, imparando a conoscere noi stessi e quello che ci circonda e migliorando la qualità delle nostre azioni, vivremo meglio con noi stessi e con gli altri. Patañjali suggerisce quindi di lavorare in queste tre aree specifiche per diminuire l’avidyā.

Anche il Coach lavora nell’ottica di eliminare il velo di avidyā che spesso è nascosto, oscuro, radicato nell’inconsapevolezza, aiuta il coachee a rendere consapevole ciò che non lo è.

Durante una sessione di Coaching Il Coach può proporre delle esercitazioni, dei “work in”, da far svolgere al Coachee.

Prendendo spunto dal Tapas, ad esempio, in alcuni casi può essere utile invitare il Coachee a svolgere un esercizio fisico di respirazione chiedendogli poi di descrivere le proprie sensazioni sia prima che dopo averlo svolto.

Fuori dalla sessione il coach può proporre altre esercitazioni, dei “work out”. Se, come dichiara Patañjali, lo studio aiuta a conoscere meglio se stessi, allora il Coach potrà invitare il Coachee alla lettura di un testo, o di un saggio, o di una notizia di cronaca e discuterne nella sessione di Coaching successiva facendo domande del tipo: “Cosa ne pensi?”, “Quanto è importante per te questa nuova informazione?”, “Cosa cambia ora?”

L’ultimo requisito che Patañjali identifica è la qualità d’azione. Il coach può verificarla facendo domande del tipo: “Come pensi di affrontare queste situazione?”, “Quali strumenti pensi di poter utilizzare?”, “Come capirai di essere sulla strada giusta?”

 

Cosa può fare un coach quando incontra delle interferenze interne?

Quando si manifestano delle convinzioni limitanti nel coachee, ad esempio le prime tre ramificazioni di avidyā (l’Io, l’attaccamento e l’avversione), sarà compito del coach quello di offrire una nuova prospettiva, un nuovo punto di di vista meno limitante o che non sia affatto limitante.

La convinzione è il convincersi o l’essere convinto della verità e nasce della necessità di qualcosa. Possono essere limitanti e quindi negative, ostacolanti e depotenzianti oppure possono essere positive e quindi di supporto, trainanti, potenzianti.

Hanno una particolarità, vengono percepite come verità assoluta non come idee, la convinzione si radica diventando una consapevolezza spesso errata come l’avidyā, il pericolo è che si rafforzi, si alimenti nel tempo, limitando la mobilità del coachee verso il raggiungimento del suo obiettivo.

Insieme alle convinzioni limitanti si sedimentano anche delle inferenze, ovvero dei ragionamenti con cui si trae una conseguenza da una o più premesse.

L’inferenza nasce da una selezione di una piccola fetta di quello che è noto al Coachee, una selezione soggettiva di realtà da cui ne deriva un’interpretazione personale a cui si attribuisce un valore, arrivando a una conclusione che diventa un’opinione.

Davanti a un’inferenza il Coach andrà a fare domande ristrette sulla porzione di realtà che ha il Coachee, aprendo la prospettiva e mostrando opzioni differenti. Il Coach “spacchetta” l’inferenza con un ordine di domande ben preciso:

  • ORIGINE (meta-livello) – Come è maturata in te questa convinzione? O meglio, come è nata in te?
  • SELEZIONE INFORMAZIONI – Quali sono gli elementi principali a supporto di questa convinzione? Mi fai un esempio?
  • SIGNIFICATO E OPZIONI – Chi ha una convinzione diversa, quali elementi potrebbe prendere in considerazione? Che significato dai a questa cosa che mi hai raccontato? Se fossi convinto del contrario quali ipotesi prenderesti in considerazione? Chi la pensa in modo diverso a che conclusione arriva?
  • OBIETTIVO – Che relazione c’è tra questa convinzione e il tuo obiettivo?

 

Il Coach in questo caso va a stimolare quello che lo psicologo maltese Edward De Bono definisce essere il “pensiero laterale”, invita il Coachee ad uscire dagli schemi logico sequenziali di modelli preesistenti. Il segreto è stimolare la creatività, l’intuizione e la fantasia del coachee in un ambiente libero da questi schemi, accompagnandolo verso la formulazione di nuove idee in uno status definito di mobilità.

Più delicato è l’affrontare un’interferenza emotiva come la quarta ramificazione di avidyā (La paura), affrontare cioè delle emozioni come la paura. Questa è un’area molto personale, con una radice che un coach non va a toccare nel profondo ma su cui riesce a lavorare marginalmente grazie al metodo del Coaching.

In questo caso il Coach può affrontare l’interferenza emotiva solo ed esclusivamente tramite l’ascolto dei pensieri, delle emozioni e delle sensazioni del Coachee invitandolo a parlarne, ad esternalizzarne la forma anche tramite degli esercizi di rappresentazione grafica o metaforica, nell’ottica di spostare il pensiero del Coachee verso una maggiore consapevolezza.

Questo processo aiuterà il Coachee a prendere confidenza con l’emotività legata all’interferenza interna aiutandolo a ridimensionarne il percepito e vivere la propria situazione con maggiore serenità.

Questa serenità ritrovata non va intesa come eliminazione dell’interferenza emotiva ma come un “palliativo naturale” che, in quello specifico momento, possa consentire al Coachee di sentirsi più rilassato e concentrato su se stesso, nell’ottica di definire e/o raggiungere il suo obiettivo nel miglior modo possibile.

Per fare ciò il Coach deve necessariamente costruire un rapporto di fiducia in un ambiente sereno in cui potersi esprimere senza giudizi, instaurando una vera e propria relazione facilitante con il Coachee.

Per concludere è possibile affermare che la pratica dello Yoga spiegata da Patañjali negli Yoga Sūtra fornisca tanti spunti di riflessione che possono trovare applicazione nel metodo del Coaching arricchendo la “cassetta degli attrezzi” del Coach.

 

Quando sei ispirato da alcuni grandi propositi, da qualche progetto straordinario, tutti i tuoi pensieri rompono le loro catene. La tua mente trascende le limitazioni, la tua consapevolezza si espande in ogni direzione, e scopri te stesso in un nuovo, grande e magnifico mondo. Forze sopite, facoltà e talenti prendono vita, e scopri di essere una persona di gran lunga più grande di quanto tu abbia mai sognato essere.”

Patañjali

 

In un percorso di Coaching, tutto questo diventa ancora più realizzabile.

 

 

 

Luca Trignano
Training Manager e Coach Professionista
Milano
trignano.luca@gmail.com

 

 

 

Bibliografia
Il Cuore dello Yoga – T. K. V. Desikachar
L’essenza del coaching – Alessandro Pannitti, Franco Rossi

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