Il Metodo Incoaching applicato alla consulenza
Premessa
La prima volta che ho sentito parlare di Coaching, è stata una sera d’estate sulla terrazza di un luogo a me molto caro: Monte Giove.
Quella sera, due persone che ancora non conoscevano, presentavano il loro libro scritto a quattro mani dove si interrogavano su Coaching e Spiritualità. Non ricordo cosa dissero né se io uscii da quell’incontro con una maggiore consapevolezza su ciò che era il Coaching, quello che mi sorprese fu il loro modo di essere presenti a sé stessi e agli altri durante la serata.
Mi colpì particolarmente perché io ero in momento difficile e di cambiamento di lavoro che non cessava di rendermi nervosa, agitata e a tratti addirittura triste. Ancora non sapevo cosa quei giorni avrebbero generato in me, ma oggi riesco a capire che il mio percorso professionale e personale è stato in qualche modo aiutato da quell’incontro e da quel luogo magico.
È stato infatti in quei giorni che ho conosciuto alcuni Coach con i quali mantengo ancora contatti e che più volte, in momenti diversi, mi hanno spronata ad avvicinarmi a questo campo perché, al di là di poter generare un nuovo percorso lavorativo, favoriva anche una maggiore conoscenza e consapevolezza di sé stessi.
Ho impiegato quattro anni per iscrivermi finalmente a questo corso, ma sono felice di averlo fatto ora perché mi ha consentito di farmi alcune domande e di abitarle senza fretta di darmi una risposta. E per me, che sono una consulente, abituata a cercare e dare risposte piuttosto che a fermarmi sulle domande, già questo è stato un grande risultato.
Ma proprio pensando al mio ambito lavorativo (consulenza strategica aziendale), una domanda che mi segue fin dall’inizio è proprio questa: consulenza e Coaching sono davvero così diversi? Sono veramente i due estremi di una riga? Esistono modi per farli convivere o addirittura per farli coesistere rendendo ancora più ricco e pieno un percorso di consulenza?
La consulenza
La parola “consulente” deriva dal latino consulentem part. pres. di consulere – p.p. consultus – deliberare, provvedere, consultare, consigliarsi e viene tradotto come colui che assiste con il consiglio.
Se ci affidiamo al vocabolario Treccani, questa la sua definizione:
“consulènza s. f. [der. di consulente]. – L’attività del consulente, come prestazione singola o saltuaria di consigli e pareri da parte di un esperto su materie di propria competenza, o come prestazione continuativa e professionale: prestare, offrire la propria c.”
L’attività di consulenza è quindi un aiuto, una forma di assistenza che può essere richiesta per svariati motivi ad un professionista che si impegna a mettere a disposizione la propria esperienza in un ambito particolare affinché possa dare risposte, soluzioni, consigli utili.
Solitamente il processo di approccio alla consulenza varia dall’ambito a cui si fa riferimento (personale, lavorativo, aziendale), dalla reale conoscenza interna del problema che si deve affrontare (quanto è evidente il problema, quanta capacità c’è di riuscire a circoscriverlo ad un tema piuttosto che ad un altro, quanta competenza interna per affrontarlo e risolverlo) da parte del committente, e alla disponibilità economica per poter affrontare la consulenza (il percorso può essere mirato e limitato nel tempo oppure da implementare nel lungo periodo, può aver bisogno di un solo professionista o da più figure professionali, ecc.).
Se limitiamo la nostra analisi ad una consulenza di tipo aziendale, possiamo semplificare al massimo il processo, identificando questi macro-steps:

Il fine ultimo dell’attività del consulente è quindi quello di fornire le risposte, le soluzioni o i consigli che l’imprenditore (o il professionista o il manager) non è in grado di trovare o scegliere da solo e quindi si affida ad un occhio esterno, esperto, affinché si possa giungere ad una conclusione.
Il consulente sarà quindi considerato efficace tanto più sarà capace di dare risposte a quesiti dai quali non si riesce a uscire da soli.
L’approccio con cui lavora il consulente è evidentemente molto diverso da quello del Coach, e anzi, potremmo dire, diametralmente opposto.
Il metodo Incoaching e la consulenza
Ma esistono delle caratteristiche simili fra il metodo del Coaching e la consulenza?
Per provare a rispondere a questa domanda, cerchiamo di capire se il metodo CARE® si applica- ed eventualmente come- anche alla consulenza.
Secondo Incoaching, “il Coaching è un metodo di sviluppo di una persona, di un gruppo o di un’organizzazione, che si svolge all’interno di una relazione facilitante, basato sull’individuazione e l’utilizzo delle potenzialità̀ per il raggiungimento di obiettivi di cambiamento/miglioramento autodeterminati e realizzati attraverso un piano d’azione.”

Metodo
Anche se per alcuni tipi di consulenza – soprattutto di tipo tecnico – è possibile identificare un metodo da applicare ogni volta che si fa un intervento, non è comunque possibile affermare che la consulenza sia un metodo.
Molto spesso per essere efficace, infatti, deve essere cucita intorno alle esigenze del committente, al problema da risolvere, all’ambiente in cui opera, al tipo di organizzazione, ecc. non solo in termini di contenuto ma anche di processo.
Possiamo quindi dire che la base di partenza non è la stessa!
Relazione facilitante
Nella consulenza, così come nel Coaching, la relazione è il motore portante di tutto il processo.
Ha però caratteristiche diverse nei due ambiti, perché pur essendo basata sulla fiducia reciproca, il consulente è “autorizzato” ad entrare nello spazio del committente e si rende parte attiva, e non solo di guida, del processo.
L’interazione fra consulente e committente è asimmetrica nel senso che il consulente viene considerato esperto (in un ambito) e quindi non allo stesso livello del committente, i loro ruoli saranno complementari perché il lavoro e il ruolo del consulente è diverso da quello del committente e il contenuto è sicuramente asimmetrico, tanto è vero che il consulente viene chiamato a “colmare un vuoto” o a dare “risposte, consigli e soluzioni”.
La responsabilità della relazione è di entrambe le parti, al contrario di quanto avviene nel Coaching.
Nel rapporto di consulenza, la relazione deve essere o deve diventare solida, ma non deve necessariamente riflettere contemporaneamente le 4A previste nella relazione di Coaching. Alcuni aspetti possono essere dei potenziatori di questo rapporto (p.e. Alleanza, Autenticità), altri non possono essere calati per intero nel rapporto di consulenza (p.e. Accoglienza declinata come assenza di giudizio, Ascolto come disorientamento positivo).
Sviluppo del potenziale
In una relazione di consulenza non è sempre necessario o richiesto che venga sviluppato il potenziale del committente. Molto spesso si tratta proprio di aiutare l’organizzazione a fare qualcosa, ad apprendere una nuova tecnica o ad ottenere un risultato. Non è quindi necessario lavorare sul potenziale personale dei soggetti coinvolti.
Piano d’Azione
In un rapporto di consulenza, solitamente è il professionista che propone e promuove un piano d’azione, generalmente verificato e approvato dal committente.
In questo caso ha anche un obiettivo diverso, non servirà infatti ad allenare il potenziale, ma servirà semplicemente a risolvere un problema.
Meta-potenziale
Ancora una volta, dobbiamo sottolineare come in un rapporto di consulenza non è nemmeno richiesto di arrivare, come risultato finale allo sviluppo del “meta” potenziale, cioè non (sempre) serve lavorare sulle variabili definite da Incoaching come CARE®, cioè consapevolezza, autodeterminazione, responsabilità ed eudemonia, ma l’obiettivo è quello di trovare attivamente una soluzione ad un problema.
Possiamo quindi facilmente concludere che la postura del consulente e il suo approccio con il cliente sono molto diversi da quelli del coach.
Non dimentichiamoci inoltre che il Coach deve essere in un atteggiamento di apertura ma non giudicante, non ha spazio per le interpretazioni, ma “solo” pronto all’accoglienza di ciò che il Coachee porta in sessione. Al consulente, al contrario, viene proprio richiesto di capire, interpretare e dare giudizi sulla realtà descritta, ma non solo in funzione di una narrazione di ciò che è percepito dal committente ma unendo anche altri argomenti più oggettivi che il consulente, con il suo essere esterno alla realtà del committente e la sua esperienza in materia, può aiutare a focalizzare.
Inoltre, al consulente, pur essendo esterno, può essere di aiuto identificarsi con il committente mentre in un percorso di Coaching ciò non può mai avvenire.
Conclusioni
Ma quindi come cambia il mio approccio alla consulenza dopo questo corso? Che mobilità interna mi ha generato questo percorso?
Quali sono le risorse da agire?
- Le attività (di consulenza e di Coaching) sono molto diverse e si pongono obiettivi e percorsi differenti pur avendo delle aree/strumenti comuni;
- Se il Coach è un allenatore di potenzialità, il consulente è un veicolo per raggiungere una meta (obiettivo), quindi anche i ruoli che giocano sono molto diversi;
- È interessante notare come potrebbe essere proficuo, per migliorare il rapporto e il risultato della consulenza, cercare di implementare maggiormente le 4A. Questo perché ci aiuta ad istaurare una relazione più profonda con il committente e ci aiuta a proporre soluzioni e idee più aderenti alla realtà dello stesso.Analizziamole nel dettaglio per capire se e come possono essere applicate anche in ambito consulenziale:
Accoglienza
a. L’assenza di giudizio è importante verso la persona (committente, manager, imprenditore, ecc.) anche se poi sul contenuto dovrà esserci un’analisi oggettiva del problema (e quindi saremo chiamati a dare un giudizio) su ciò che funziona e ciò che invece è inefficace);
b. Rapporto sereno e consapevole con il tempo per non aver fretta di trarre conclusioni ma utilizzare il Kairos per meglio comprendere chi e ciò che abbiamo di fronte;
c. Capacità empatica, più siamo in una relazione di empatia più riusciamo a capire il vero motivo del problema, ricordandoci però in fase esecutiva, di essere capaci di astrarci da esso;
d. Accoglienza di sé, più siamo capaci di accogliere noi stessi, più saremo capaci di accogliere l’altro, indipendentemente dal fatto che siamo in una relazione di Coaching o in un rapporto di consulenza.
Ascolto
a. Il Silenzio, accogliendo la visione del Coaching, diventa uno strumento importante per dare il giusto spazio al racconto del committente senza venire costantemente incalzato con domande più pertinenti e di approfondimento;
b. Le domande non devono essere solo finalizzate a capire di più il problema, ma anche a conoscere maggiormente chi ci sta di fronte e perché percepisce una particolare situazione come un problema;
c. Il feedback di ascolto può diventare un utile strumento per evidenziare e approfondire gli aspetti della problematica che si sta analizzando, cercando di capirne il più possibile anche da dove nasce e quale ruolo gioca all’interno dell’organizzazione;
d. La posizione “meta” dell’ascolto, fondamentale in ogni rapporto di consulenza, è la capacità di guardare da un altro punto di vista il problema su cui si è chiamati ad intervenire;
Il disorientamento positivo può diventare uno strumento molto efficace nel rapporto di consulenza perché aiuta il professionista a non arrivare con la “soluzione in tasca” ma a capire effettivamente qual è la domanda di consulenza e quale soluzione è più idonea dato il contesto e le caratteristiche dell’organizzazione.
Alleanza
Un rapporto “senza se e senza ma” può essere molto generativo in ambito consulenziale perché aiuta il professionista a meglio comprendere le reali esigenze del committente e lo aiuta a intravedere anche la meta che ha in mente, senza che questi si senta messo in discussione.
Autenticità
L’assenza di ambiguità in un rapporto di consulenza è fondamentale e, quando c’è, aiuta a dare maggiore forza e efficacia all’azione del consulente. Il SAPER ESSERE amplifica la valenza del consulente nel suo SAPER FARE, dando così alla consulenza, al risultato, un sapore ancora più intenso, una valenza più profonda.
- La consulenza non è il Coaching e viceversa.
Mi sento però di dire che per alcune attività consulenziali può essere interessante usare il metodo. Mi riferisco a quel genere di consulenza che non si basa solo sul FARE (o saper fare) di un’organizzazione, ma quando si va a fare un intervento sull’ESSERE (o saper essere) di un’azienda, ente, ecc.
In particolare, quando si supporta un’organizzazione nel definire la propria identità (Vision, Mission, Valori), il metodo del Coaching può diventare un volano interessante perché quanto più il risultato sarà del committente e rispecchierà la realtà interna, tanto più il lavoro consulenziale sarà efficace. Ha più valore infatti che l’identità venga definita all’interno piuttosto che da una persona esterna.
Marta Astuti
Coach professionista
Malnate (VA)
astuti.marta@gmail.com
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