Categoria: Un viaggio… un libro…

Categoria: Un viaggio… un libro…

Un viaggio… un libro…

Un libro per raccontarvi il mio viaggio nel coaching, come aspirante coach e come coachee: “L’assassinio del commendatore” di Haruki Murakami.

I viaggi all’interno del romanzo sono un elemento ricorrente e i livelli di lettura sono molteplici. Un libro che ho divorato, assaporato, amato e respito, proprio come il viaggio nella conoscenza del coaching.

L’incontro con il coaching è stato una scoperta affascinante: nozioni, stimoli e riflessioni nelle quali immergersi, perdersi e con le quali misurarsi. Intuizioni e considerazioni incompiute che prendono forma e una consapevolezza più definita. Concetti e pensieri talvolta da confutare e respingere per poi comprenderli meglio e accoglierli.

Il viaggio nel coaching è proprio come leggere i romanzi di Murakami, la sensazione è quella di coinvolgimento profondo: inizialmente vi può essere confusione, talvolta apprensione nella ricerca di un senso più chiaro, ultimo.

Il protagonista del libro, l’io-narratore, è un personaggio che per tutta la durata del romanzo non ha nome, probabilmente inconsapevole del proprio io e della propria arte.

Pittore astrattista per vocazione:

“Dopo essere entrato all’accademia, di fronte a una tela bianca provavo un unico desiderio: dipingere un soggetto privo di un significato concreto. In una parola, un soggetto astratto.

Perché in quel mondo per la prima volta potevo respirare liberamente, senza intralci.”

Si trova pittore ritrattista:

“Perché i miei ritratti venissero tanto apprezzati non saprei dirlo nemmeno io. Da parte mia non ci mettevo molta passione, mi limitavo ad eseguire di volta in volta il compito che mi veniva assegnato.”

Un artista inconsapevole del proprio talento, definito tale dagli altri, si muove malfermo attraverso la propria vita, eppure possiede un dono: attraverso i tratti del suo pennello e una tecnica personale riesce a svelare la vera natura dei soggetti.

A saper guardare in fondo all’animo, in qualunque essere umano c’è una luce che brilla. Quando la si trova, se la superficie è appannata, occorre pulirla bene con una stoffa. E così, alla fine, quella luce finisce col brillare anche nell’opera.

Ci troviamo di fronte ad un coach incompleto, che incurante delle tecniche e del processo, porta in sé un SAPER ESSERE coach allo stato embrionale, solo per inclinazioni personali e qualità dell’ESSERE riesce a intravedere e far emergere “la luce che brilla” di ogni soggetto. In modo proprio valorizza l’unicità e irrepetibilità di ogni individuo. Ma cosa deve possedere un coach preparato e, ci si augura, efficace? Ci viene in aiuto AICP, definendo le competenze distintive del coach: SAPERE, SAPER FARE, SAPER ESSERE, SAPER DIVENIRE e SAPERE STARE INSIEME.

“Quindi per essere un vero coach, oltre a saper applicare il metodo, è necessario imparare prima di tutto ad esserlo?” Ancor prima di aver realizzato pienamente di frequentare il corso per un’eventuale crescita o possibilità professionale, ero già alle prese con una possibilità e richiesta implicita di crescita personale. Oltre alla coerenza con il metodo e alle tecniche, c’è molto di più.

Ma tornando al protagonista del romanzo, possiamo di nuovo considerarlo come un coach inconsapevole e incompleto che, nel ritrarre i suoi soggetti, utilizza una tecnica particolare:

“Nel fare un ritratto, fin dall’inizio della mia carriera, ho sempre adottato la stessa tecnica. Prima di tutto non facevo mai il ritratto dal vivo. Quando ricevevo un ordine, esigevo di incontrare il cliente. Gli chiedevo un’ora del suo tempo per parlare con lui faccia a faccia. Una semplice conversazione. Non facevo alcun schizzo. Gli ponevo delle domande… E questo era tutto.”

Privilegia l’incontro con il cliente, cercando di coglierne, attraverso la conversazione, domande e fotografie, la vera luce, anteponendo inizialmente la relazione con il cliente alle proprie abilità artistiche.

La relazione che si instaura tra coach e coachee è importante per la riuscita di un percorso di coaching, la relazione facilitante è la base fondante dell’efficacia del metodo.

All’inizio mi sono chiesta: “Non è che stiamo un tantino esagerando? Si tratta di enfasi didattica per fissare questo concetto?” Nei giorni seguenti, ho provato in un modo molto elementare, a mettermi in ascolto di chi avevo vicino in quel momento, di chi conoscevo da tempo e di chi conoscevo in modo più superficiale. Ho cercato di accogliere il mio interlocutore adottando un atteggiamento non giudicante, essendo realmente solo per lui in quel momento, in ascolto profondo stando in silenzio, empatica ma senza lasciarmi troppo coinvolgere. Cosa è successo?

Sono entrata nel mondo dell’altro, che prima pensavo di conoscere bene, scoprendolo diverso. Mentre nel mondo di chi conoscevo meno, liberata dai miei schemi mentali e preconcetti, ho trovato la sorpresa della bellezza del nuovo…. lo stupore di aspetti che non avrei potuto immaginare esistessero. Ed era solo un maldestro tentativo di capire qualcosa di più. Il coaching mi ha fatto veramente riflettere sul significato dell’accoglienza e dell’ascolto in una qualsiasi relazione.

Accogliere l’altro in una relazione di coaching significa creare per lui uno spazio confortevole, accoglierlo empaticamente nella sua singolarità, in assenza di giudizio, senza fretta, senza interrompere il suo racconto e il flusso dei suoi pensieri.

Ascoltarlo profondamente significa entrare nel suo mondo, assumere il suo punto di vista, senza lasciarsi coinvolgere troppo o addirittura travolgere, mantenendo una posizione che implichi un certo distacco, funzionale ad una visione più ampia nella raccolta ed utilizzo delle informazioni. Ascoltarlo in silenzio, permettendogli così di ascoltarsi e di rivelarsi, ascoltarlo partecipando con l’utilizzo di rimandi, di feedback di verifica e confronto, di domande efficaci, domande appropriate, poste al momento adeguato. Concentrati esclusivamente sulla persona, non sul problema che essa porta o sulla soluzione di quest’ultimo. Non tralasciando l’importanza dell’adesione incondizionata al progetto del cliente nell’alleanza e di un atteggiamento reale e sincero che non dia spazio ad ambiguità e artificiosità nell’autenticità.

La relazione facilitante è realmente la base fondante in una relazione di coaching, solo attraverso l’instaurarsi di questo tipo di rapporto, il coachee si sente riconosciuto, accettato nella propria unicità, disposto a raccontarsi, ad ascoltarsi. Ho compreso il valore e la potenza di questo tipo di relazione, attraverso la quale il coachee è attivato e proiettato al cambiamento.

Per poter stare in una relazione efficace è necessario che il coach possa accogliere anche se stesso, adottando un ascolto profondo di sé, dei propri pensieri, delle proprie emozioni, riuscendo a comprenderli ed elaborarli. E’ di supporto al coach, non solo un allenamento per poter far proprie tutte le modalità dell’ascolto, ma anche un allenamento costante all’ascolto di sé, atto a mantenere la corretta posizione nella relazione con il coachee.

Non volendo dilungarmi troppo e tornando al nostro pittore innominato e ai suoi pensieri:

“Non ero diventato quel genere di pittore, e neppure quel genere di persona, perché davvero lo desiderassi: il fatto è che, abbandonandomi passivamente al corso degli eventi, a un certo punto avevo rinunciato a dipingere seguendo la mia ispirazione.

Avrei dovuto tirarmi fuori da quella condizione: Fare qualcosa. Invece continuai a rimandare. Chi vi mise un termine prima di me fu mia moglie.”

Dopo essere stato lasciato dalla moglie il protagonista se ne va di casa accompagnato dalla delusione e dal senso di fallimento, rimasto solo con un lavoro da pittore ritrattista che persegue senza convinzione, dopo aver perso la propria vocazione/aspirazione artistica.

Ovvio che ci troviamo di fronte ad una crisi di autogoverno, per pudore e convinzione di non volervi annoiare non starò a raccontarvi la mia, ma il disagio e lo smarrimento in alcuni momenti della vita, credo abbiano accompagnato gran parte di noi.

Ho scelto il coaching perché ne apprezzo l’intervento volto a chiarire il contesto attuale (presente percepito), immediato e pragmatico nel tentare di migliorare, di cambiare una situazione di crisi, privilegiando il presente.

Dal presente percepito al futuro desiderato, iniziando fin da subito, concretamente a sperimentare il primo passo! Si passa dal contenuto al processo di cambiamento attraverso l’azione immediata e autodeterminata

Tornando al romanzo, il nostro protagonista dopo aver vagabondato senza meta, va a vivere in una casa sperduta in mezzo alle montagne; la dimora è anche l’atelier di un noto pittore. Nascosto nella soffitta ritrova un quadro meraviglioso e inquietante, intitolato “L’assassinio del commendatore”. Una notte, svegliato dal suono flebile di una campanella, si inoltra nel bosco e scopre che il tintinnio sembra provenire da sotto un cumulo di pietre, probabilmente un’antica cripta.

“Il fatto era che non potevo esimermi dal sentire quella campanella. Perché veniva suonata per me. Lo sapevo benissimo.

Dovevo agire. E per riuscirci, prima di tutto dovevo comprenderne il significato e lo scopo. Chi mai poteva mandarmi, ogni notte, un segnale da quel posto assurdo?”

Il pittore sente rumore e confusione dentro di sé, non sa cosa fare della propria vita e della propria arte, nel silenzio della notte quel suono lo chiama e lo disturba con persistenza.

Che cos’è quel suono? Quel segnale?

Secondo Maslow “Le attitudini pretendono di essere sfruttate e cessano di protestare soltanto quando vengono adoperate in maniera sufficiente. Vale a dire, le capacità sono bisogni e pertanto sono pure valori intrinseci”

Potenziale come espressione di necessità?

Il bisogno di esprimere le proprie attitudini, le proprie risorse, le proprie capacità, quindi la propria individualità.

Ora sarebbe doveroso un excursu sulle teorie della psicologia umanistica e positiva, supportive al metodo del coaching, tuttavia per ragioni di sintesi consideriamo direttamente che la crisi del protagonista è suscitata dalla repressione o da un blocco delle sue potenzialità. Quelle potenzialità che caratterizzano ogni individuo nella sua unicità.

Scopre di essersi allontanato da sé stesso: le circostanze della vita, le aspettative mancate, l’atteggiamento passivo, hanno innescato un processo che lo ha condotto alla frustrazione di non sentirsi realizzato e appagato. Nascondendo i propri talenti, nasconde a sé stesso ciò che in realtà è. Quel suono lo confonde, lo disturba e lo chiama con persistenza.

“Già ma tapparmi le orecchie non sarebbe bastato. Per quanto lo desiderassi, non sarei potuto fuggire a quel suono. Chissà, forse mi avrebbe inseguito ovunque, anche se mi fossi trasferito da un’altra parte”

“Ma appena cercavo di imbastire una congettura logica, mi veniva l’affanno e nella mia testa si creava una gran confusione. Non potevo farcela da solo. Avevo bisogno di chiedere consiglio a qualcuno.”

E’ compito del coach, far emergere, consapevolizzare e allenare le potenzialità personali del coachee, il quale, mettendo in atto le proprie risorse attraverso azioni concrete, mira al raggiungimento dei propri obiettivi. Ma un intervento di coaching ha in sé un valore più grande e non si esaurisce con il raggiungimento degli obiettivi del cliente. Attraverso il percorso, il Coachee sperimenterà l’uso delle proprie risorse riconosciute come potenzialità caratterizzanti, maturandone ulteriore consapevolezza, che lo porterà ad una maggiore conoscenza di sé.

Il protagonista ora è in cammino, chiacchierando con l’amico:

“Questo non è un lavoro su commissione. Sto dipingendo soltanto per il mio piacere.

 

L’amico:

– Ti è venuta voglia di dipingere un quadro tuo, insomma.

Inoltre credo che… credo che tu stia andando verso una destinazione, una direzione solo tua.”

 

E’ stato meraviglioso scoprire che il coaching è un metodo di sviluppo personale che abbraccia l’intero individuo e la sua esistenza! Attraverso una maggior conoscenza di sé, il coachee troverà una “nuova coerenza con la propria natura”, potrà ri-allinearsi con sé stesso per perseguire la propria autorealizzazione. Le qualità personali verranno utilizzate per migliorare diversi aspetti della propria vita, in un cammino che già di per sé, porta benessere e tende al raggiungimento della propria pienezza.

Se la bravura e la sensibilità del coach sono rivolte ad accompagnare il coachee nel raggiungere l’autorealizzazione e quindi il proprio benessere in una relazione autentica, sembra quasi implicito che anche il coach debba considerare il proprio percorso di autosviluppo. Implicito per la coerenza al metodo e a quello che egli propone, accompagnando così il proprio cliente su strade almeno in parte già praticate. E anche necessario per poter stare in una relazione autentica ed efficace con il proprio cliente.

Avviandomi alla conclusione, l’autore in questo romanzo ci concede un finale che è quasi un happy end. Il protagonista, dopo aver trascorso nove mesi in quella casa isolata sui monti, dopo aver compiuto il suo viaggio, riemergendo da quell’antica cripta forse più definito, torna a casa. Ritorna a vivere con la moglie e chiama il suo agente:

La mia intenzione era di dipingere, da quel giorno in poi, quasi automaticamente, facendo il vuoto nella mia testa. Sfornare uno dopo l’altro ritratti di tipo tradizionale. Questo avrebbe dovuto garantirmi una certa stabilità economica.

Non potevo fare pronostici. Ma per il momento era l’unica cosa che desiderassi.”

Ha compiuto un cammino circolare che, all’apparenza, sembra averlo portato quasi al punto di partenza. Sembra mancare un percorso che preveda cambiamento e crescita, eppure la strada verso la propria felicità e realizzazione è in parte compiuta.

All’epoca… non ero certo felice. Mi sentivo solo, in preda a pensieri cupi, uno strappo doloroso nel cuore. Ero perso in tanti sensi. Eppure avevo continuato a viaggiare, a mescolarmi con perfetti sconosciuti, a sfiorare le loro vite per passare poi oltre. E forse tutto questo aveva avuto per me un significato molto più profondo di quanto allora pensassi. Perché nel frattempo avevo gettato via alcune cose e ne avevo raccolte altre. Dopo aver attraversato quei luoghi, ero diventato una persona un po’ diversa.”

Eppure l’andamento circolare del cammino del protagonista ha in sé la straordinarietà di una nuova consapevolezza, dell’essere pittore, dell’essere marito, dell’essere padre… dell’essere in relazione a tutto ciò che lo circonda, dell’essere in quanto individuo.…

Consapevolezza come elemento imprescindibile dell’autorealizzazione.

Ciò permette al protagonista di fare o di rifare delle scelte, che superficialmente potrebbero quasi sembrare le medesime di sempre, ma danno una nuova forma e un nuovo senso alla sua vita.

Il regalo più inaspettato che un percorso di coaching può donare?

Il regalo più bello che si può fare a sé stessi?

 

 

Luisa Zanardelli
Risorse Umane
Chiavenna (SO)
luisa.zanardelli@gmail.com

 

 

 

 

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