Se puoi pensarlo puoi farlo
Una piccola premessa.
Durante le vacanze di Natale, mentre la città sembrava impazzire nella forsennata ricerca dei regali e nell’impegnativo tentativo di evitare il contagio da covid 19 per il secondo anno di seguito, io mi imbattevo per la prima volta in un articoletto che, senza troppi fronzoli, raccontava del metodo del coaching.
Si trattava di un momento complesso e confuso della mia esistenza, ad oggi meno complessa ma sempre piuttosto confusa. Il numero di domande alle quali non avevo trovato risposta sembrava aumentare giorno dopo giorno e mi pareva di vagare a tentoni come avvolta da un banco di nebbia, senza la più pallida idea, non solo di dove andare, ma anche e soprattutto di dove sperare di arrivare.
Leggendo del coaching e del tentativo di “accompagnare il coachee nella ricerca di una più ampia dimensione di Consapevolezza, a supporto di una nuova capacità di scelta Autonoma e di Responsabilità agita, nel segno del proprio Benessere e dell’Autorealizzazione personale” mi venne quasi da sorridere. Cone potevo, pensai, trovare risposte se nemmeno mi era chiaro quali fossero le domande?
Come spesso accade, me ne dimenticai dopo poco.
Qualche settimana più tardi ricevetti una telefonata.
Si trattava del preside di una scuola napoletana nata da un progetto originale ed unico nel panorama partenopeo e del sud Italia.
La scuola nasce dall’idea di fornire ai ragazzi abitualmente definiti “fragili” e allontananti dal sistema scolastico in seguito a bocciature, sospensioni o più generale disinteresse, un percorso formativo di eccellenza che garantisse loro l’accesso al mondo del lavoro nel settore della meccanica e della logistica.
Una scuola, chiamata non a caso “scuola del fare”, completamente gratuita e fornita dei più moderni servizi. Una struttura enorme, interamente ristrutturata, dotata di sale multimediali, laboratori di logistica e officine meccaniche dove i ragazzi possano “imparare facendo”.
La scuola, ad oggi al suo terzo anno di vita, ha una platea complessa: adolescenti napoletani spesso rifiutati da altre scuole, ripetenti, già lavoratori e con un background familiare e socio economico il più delle volte difficile e tormentato.
Si tratta, insomma, dei cosiddetti ragazzi “difficili”, quelli di cui Don Milani, nel suo “Lettera ad una professoressa” ha detto:
“Qualche volta viene voglia di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più la scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.”
Chiara, mi disse il preside al telefono, ti andrebbe di cominciare un laboratorio con i miei ragazzi? Hai carta bianca sulle modalità, quello che mi importa è che trovino un modo di dare voce ad una serie di domande e di dare un nome ad una serie di emozioni.
Accettai senza pensarci due volte. La sera, nel letto, iniziai a ragionare su quanto mi era stato chiesto. Come posso io essere strumento per aiutare l’altro a dare voce ad alcune domande e a dare un nome alle emozioni?
Come posso io, che da sempre alle parole ho dato l’ingrato compito di salvarmi e di distruggermi, accompagnare gli altri nel trovare un sentiero?
Senza riflettere, istintivamente, ripescai quel vecchio articolo sul coaching.
Un’ora dopo, alle due di notte di una fredda sera natalizia napoletana, ero iscritta al “Professional coaching program” che avrebbe avuto inizio da li ad un paio di mesi.
Da quel momento i due percorsi, diversi, avvincenti, complessi e stimolanti, hanno camminato insieme.
Da un lato la mia esperienza di formazione al corso, dall’altro la mia esperienza come guida, come strumento, con i miei ragazzi a scuola in quello che ho chiamato, tra l’ilarità generale dei miei studenti: un laboratorio emozionale.
Le due avventure sono terminate pressoché in contemporanea.
Senza accorgermene, lentamente, i due percorsi si sono sovrapposti rivelandone le similitudini, le analogie e i punti di contatto.
Mi sono ritrovata ad apprendere teoria, metodo e tecniche del coaching e ad applicarle nel corso del laboratorio con i miei ragazzi.
L’ultimo giorno, a scuola, ho proposto al preside di dare vita ad un nuovo progetto: uno sportello di coaching gratuito per adolescenti a completa disposizione di tutta la scuola. Il preside ha accettato.
A settembre, nella scuola di ragazzi più difficili della mia difficile città, sarà attivo il primo sportello di coaching gratuito per adolescenti di tutta la Campania.
Mi avvicino dunque alla fine del mio percorso di formazione come coach con una serie di riflessioni ed interrogativi.
Dare un nome alle emozioni che proviamo e saper formulare le domande giuste è un lusso o un’esigenza prioritaria?
Quali sono le potenzialità del coaching come risorsa per adolescenti in un contesto culturale e socio economico così complesso?
Quali sono le modalità più adatte per offrire questo strumento a chi non ne conosce nemmeno l’esistenza e che, cito testualmente, definisce ogni attività che include il ragionamento e la riflessione “un lusso radical chic”?
A questi e ad altri interrogativi proverò a rispondere nelle pagine che seguono.
Dal maestro dei maestri al coaching: una domanda lunga una vita
Atene, anno 469 a.c.
Un uomo prende le distanze dall’indagine filosofica svolta dai suoi contemporanei e getta le basi per una rivoluzione del pensiero destinata a durare fino ad oggi.
Si tratta di Socrate, delle cui mirabili analisi e riflessioni, ci giunge traccia attraverso le parole e gli scritti del suo allievo Platone.
I sofisti, che all’epoca rappresentavano la corrente filosofica di maggior rilievo ad Atene, vedono l’uomo come un animale politico e l’arte che sta loro maggiormente a cuore è la retorica, intesa come “arte della parola” non necessariamente finalizzata alla ricerca della verità.
Socrate si oppone ai suoi contemporanei teorizzando la centralità dell’uomo come creatura da indagare nella sua interiorità, per analizzarne le modalità di ragionamento e il modo in cui sviluppa un’opinione.
Il dialogo è “dia- logos”, ovvero “attraverso la parola”, la ragione non è monopolio di una parte ma affiora nel rapporto e nella comunicazione tra opposti.
Il discorso socratico non è dottrina ma metodo d’indagine, è processo per giungere ad una risposta, nave per guadare il fiume, senza però che vi sia mai certezza della costa alla quale attraccare.
Dall’osservazione del lavoro della madre, che si dice fosse un’ostetrica, e dall’analisi del supporto fornito alle donne nel corso del parto, Socrate sviluppa l’arte maieutica, dal greco appunto “maieutikè” arte ostetrica.
Per arrivare a questo, la famosa domanda che continuamente Socrate pone è: “ti esti?” Che cos’è?
l maestro, nella prospettiva socratica, è colui che sa porre le giuste domande, permettendo di scremare tra false conoscenze e luoghi comuni, al fine di far maturare una fondata riflessione personale e critica.
È alle parole del filoso che penso quando guardo i ragazzi in classe interrogarsi ed interrogarmi, come a pretendere da me risposte ai loro dubbi, alla loro fame di certezze, al bisogno di verità.
Ed è al filosofo ateniese che penso quando nel corso della sessione di coaching sembra assalirmi l’umano bisogno di fornire al coachee una risposta o di accompagnarlo verso un risultato.
A quel punto ricordo la potenza del metodo e la regola più importante di tutti, imparata tra i banchi il primo giorno di lezione: il 90% del tempo di sessione appartiene al coachee.
È qui che fa capolino la mia innata e antica passione per le parole. Sono sempre più convinta che impoverire il linguaggio significhi impoverire i pensieri.
Se crediamo che il contrario dell’aggettivo “bello” sia solo “brutto” non faremo mai attenzione alle infinite sfumature che possono assumere le cose nel mezzo tra i due poli. Se al dolore si oppone solo la felicità, non sapremo mai riconoscere le emozioni che navigano tra le due, non capiremo mai il nostro essere pensierosi, tristi, angosciati, sollevati, elettrizzati, scoraggiati, emozionati, frementi.
Il filosofo Galimberti scrive: “Per pensare ci vogliono le parole, puoi pensare limitatamente alle parole che conosci”.
Così, accrescere la proprietà di linguaggio non è più un esercizio di stile, una manifestazione di cultura o di superiorità, ma è uno strumento rivoluzionario per cambiare noi stessi e gli altri.
Il coaching, con il suo dialogo generativo, accompagna il coachee nella ricerca di nuove parole che danno vita a nuovi pensieri e aprono e svelano infinite nuove possibilità.
I work in e i work out: la mente si allena
Ma quali sono gli strumenti, nel coaching come nella vita, per allenare il nostro cervello al pensiero e al ragionamento?
Quali tecniche possiamo usare per allenarci a pensare in modo diverso, a guardare le cose da un’altra prospettiva, a disegnare, come canta un cantante pop, un mondo all’altezza dei sogni che ho?
Ecco che quindi, sia nel mio percorso di formazione come coach che nella mia esperienza in classe con gli adolescenti, ho prestato particolare attenzione alle modalità di racconto del coachee e più in generale dei miei interlocutori.
Ed ecco che qui si rivelano fondamentali lo studio e le teorie formulate dallo psicologo maltese Edward de Bono, padre del “pensiero laterale”.
De Bono ha sostenuto nel corso della sua lunga carriera che è possibile allenarsi a pensare in modo differente sviluppando la creatività.
Il nostro cervello, definito dallo studioso come “un ambiente speciale che permette alle informazioni di organizzarsi in modelli”, lavora attraverso il pensiero logico consequenziale ma anche attraverso il pensiero laterale.
Quali sono gli strumenti per allenare la nostra capacità di esercitare il pensiero laterale?
Durante le sessioni di coaching ho trovato di particolare efficacia i work in, ovvero dei piccoli esercizi, giochi, attività, che possono essere proposti al coachee e mi è parso, dall’esperienza fatta fino ad oggi, che rivelassero sempre un punto di vista o una riflessione che, senza il loro impiego, non sarebbe probabilmente venuta fuori.
Nel corso del laboratorio, invece, ho dedicato ciascun incontro all’analisi di un’emozione o di un tema dai ragazzi sollevato.
In ogni incontro ho accompagnato i ragazzi con alcuni work in che potessero a mio avviso aiutarli nell’emersione dei loro dubbi e nell’analisi dei loro pensieri.
Mi sembra utile, in questo contesto, citare due tipi di work in proposti, con le dovute ovvie differenze, nel corso di una sessione di coaching e nel corso del mio laboratorio.
Work in proposto in sessione: le bottiglie

Nel corso di una sessione il coachee, che con un nome di fantasia chiameremo Luca, si interrogava su quali fossero gli “elementi” che al momento costituivano la sua quotidianità e dove fosse lui in tutto questo.
Ho suggerito un work in che Luca ha accettato di buon grado e che si è rivelato efficace. Il coachee ha disegnato delle bottiglie alle quali ha dato dei nomi. Ogni bottiglia rappresenta un aspetto della sua vita che ritiene importante. Per ciascuna bottiglia ha poi indicato un “livello”, come se il liquido contenuto all’interno potesse rappresentare in qualche modo il grado di soddisfazione che quel campo della sua vita gli dava. Alla domanda: “che bottiglia manca, qual è l’etichetta sull’ultima bottiglia?” Luca ha risposto: “manco io, l’ultima bottiglia sono io”. Questo ha permesso di procedere nella sessione con una nuova consapevolezza, Luca non si sentiva parte delle cose che faceva, ed è da lì che è ripartito.
Work in proposto al laboratorio: 10 modi di dire ti amo senza dire mai ti amo
La difficoltà principale che ho riscontrato nei ragazzi nel corso del laboratorio è stata quella di “trovare le parole” per descrivere delle emozioni e delle sensazioni.
Molte lezioni sono state dedicate al tentativo di analizzare e sviscerare la materia delle materie, il mistero dei misteri: l’amore.
Ma che significa amare?
Cosa definisce il mio amare e cosa lo qualifica come tale?
Si ama solo in un certo modo o, se ci sono tanti ingegni quante teste, ci sono tanti tipi di amore quanti cuori? Per questo, a turno, ho suggerito ai ragazzi di pensare a “come dire ti amo senza mai dire ti amo” e di scriverlo alla lavagna.

Il risultato è un elenco tenero, originale, intenso, talvolta sfrontato.
Riporto qui le espressioni usate dai ragazzi per una più facile lettura.
1. Hai mangiato?
2. Fai attenzione
3. Avvisa quando arrivi
4. Sei felice?
5. Come stai?
6. Scendi, sono sotto al palazzo
7. Ho visto un posto, ti ci devo portare.
8. Facciamo l’amore?
9. Posso venire a salutarti?
10. Ti ho portato il tuo cibo preferito.
Un misunderstandig: il coaching non è un lusso per radical chic
Una delle obiezioni che mi è stata sollevata quando ho proposto di dare vita ad uno sportello di coaching per adolescenti cosiddetti “difficili” è stata: ma siamo sicuri che il coaching non sia solo una faccenda per casalinghe annoiate e manager danarosi?
Tra me e me ho sorriso, pensando ad una delle lezioni fatte al corso in cui ci eravamo a lungo interrogati sul ruolo nel corso di una sessione delle “convinzioni” e di quanto queste influenzino, talvolta positivamente e talvolta negativamente, il coachee.
L’obiezione sollevatami assomigliava molto alle famose convinzioni depotenzianti nelle quali mi ero imbattuta a lezione. Eppure, con grande onestà, posso dire di comprendere la natura della perplessità. Il coaching, per sua giovane origine e per diverse ragioni legate ad una sua frastagliata e sommaria normativa, non gode ovunque di buona fama o meglio, non sempre si sa di cosa si tratti. E come sempre accade quando non sappiamo qualcosa, si tende a trarre conclusioni strampalate e spesso prive di fondamento.
Che il coaching sia uno strumento efficace nel mondo del business è indubbio, che sia utilizzato degli sportivi è altrettanto certo e sono sicura che anche qualche casalinga annoiata ne trarrà un discreto vantaggio.
Eppure, e spero che la mia affermazione non spaventi e non faccia inarcare troppe sopracciglia, mi sento di affermare con chiarezza una cosa.
Se il presupposto fondamentale per iniziare un percorso di coaching è il desiderio di mobilità, la volontà di spostarsi da un punto ad un altro, di dare un nome alle cose, di osservarle in modo diverso, ebbene non esiste nessuno al mondo che può trarne più vantaggio dei ragazzi come quelli che ho avuto il privilegio di conoscere.
Ho iniziato questo mio percorso con il desiderio di cercare risposte.
Ad oggi, mi pare di aver capito solo una cosa, piccola, di poco conto.
Quando pensi di avere le risposte, la vita ti cambia le domande.
Per il resto, per tutto il resto, citando il maestro dei maestri, mi accontento di sapere di non sapere.
Poi si vedrà.
Chiara Nocchetti
Napoli
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