Categoria: Dalla teoria alla pratica: come il Coaching passa tra gentilezza, vulnerabilità e fallimento

Categoria: Dalla teoria alla pratica: come il Coaching passa tra gentilezza, vulnerabilità e fallimento

Dalla teoria alla pratica: come il Coaching passa tra gentilezza, vulnerabilità e fallimento

Gentilezza, vulnerabilità e fallimento

Il filo rosso dell’articolo si snoda attraverso queste parole: la vulnerabilità in quanto le persone che arrivano all’interno di sessioni di Coaching, spesso sono all’interno di una crisi di autogoverno e si mostrano vulnerabili; il fallimento perché è un concetto, a mio modo di vedere, distorto all’interno della società moderna.

L’immagine di chi non fallisce mai è patinata d’oro e portata in palmo di mano: ma cosa c’è dietro le fantastiche foto che si mostrano sui social? Quante volte le persone infallibili sono cadute?

La gentilezza, in quanto credo sia una modalità di approcciarsi alla vita ed alla relazione con l’altro che permette di accogliere panorami stupendi di vulnerabilità e fallimenti, per trasformarli in momenti di mobilità interna ed esterna, viaggiando attraverso relazioni facilitanti.

 

Chi non risica … non rosica!

Perché non riusciamo ad essere così spesso gentili come vorremmo?

Sembra che ci sia qualcosa che ci rende diffidenti rispetto ad utilizzare la gentilezza come se fosse portatrice di rischi, come se fosse una specie di tentazione, come se, nel momento in cui siamo generosi, mettiamo a rischio noi stessi nel rapporto con gli altri. Ed in effetti è proprio così. Essere gentili, essere generosi, porta a scoprire aree di noi, cognitive, fisiche, emotive che l’altro/a può vedere, toccare, ferire.

 

Il gioco dello specchio

“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”, una delle frasi più celebri dei cartoni animati Disney.

Quante volte lo chiediamo davanti allo specchio per cercare un’immagine di noi che speriamo di vedere riflessa? Quante volte riusciamo ad osservare l’immagine riflessa per quella che è realmente? Anche con tutta la vulnerabilità che ci circonda.

Etimologicamente, vulnerabile dal latino vulnerabilis, derivato di vulnerare vuol dire ferire. Ben pensandosi questa parola risulta attuale nella vita quotidiana, dove ognuno di noi ha delle cicatrici ed in un modo o nell’altro è stato/a ferita. Brenè Brown, ricercatrice narratrice, ha studiato il concetto di vulnerabilità e ne ha tracciato il disegno.

Brown evidenzia come la vulnerabilità nasca e si generi, principalmente, da due cause: da una parte, addormentando i sentimenti, dall’altra, cercando di rendere tutto quello che è incerto, certo.

Brown sottolinea, in primo luogo, come non si possa scegliere quali emozioni sopprimere. Non si possono “addormentare” i sentimenti scomodi, in quanto, sopprimendoli, si sopprime anche la gioia, la felicità, lo stupore. Ed è allora che stiamo male e ci sentiamo vulnerabili.

Inoltre, evidenzia come la paura ci spinga ad andare a cercare certezze anche dove non ve ne sono, a bloccare qualsiasi forma di dialogo e conversazione, se l’interlocutore non è d’accordo con noi. Rileva come esista il biasimo, che nella ricerca è definito come modalità di scaricare il dolore ed il disagio, e questo ci rende vulnerabili.

Entrambi i punti li ho ritrovati, in modalità diverse e con sfumature più o meno grigie, nelle persone che ho incrociato ed hanno vissuto una trasformazione, o meglio, hanno avuto la voglia di mettersi davanti a quello specchio e non ignorare la loro vulnerabilità. Per tornare a riempire lo spazio della vita chiamato “lavoro”.

Incrociare le loro storie, mi ha permesso di riprendere in mano il concetto interessante di area di sviluppo prossimale di Vygotsky.
Lo psicologo e pedagogista sovietico la definisce come la distanza che intercorre tra il livello di sviluppo attuale e il livello di sviluppo potenziale che può essere percorsa in virtù del supporto di altre persone, anche in un’epoca in cui siamo totalmente bombardati da storie di successo, e corriamo il rischio di credere che ciò che è eccezionale sia la norma.

Ma così non può essere, a rigor di logica. Un’eccezione è tale perché si posiziona fuori dalla media. E tuttavia viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente impegnati a raggiungere la perfezione, in cui i social ci raccontano come nelle nostre vite siamo tutte delle celebrità. La tendenza a pensare che otterremo il successo solo se abbastanza intelligenti, magri, abbronzati, abbastanza bravi. In questa dimensione, l’errore, il fallimento è mascherato, rimosso per paura della pubblica umiliazione.

 

Falli – menti: gli esperimenti riusciti della mente e della parola

“Era di primo mattino ed il sole appena sorto luccicava sulle scaglie del mare appena increspato. Ad un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo stormo. Ed in men che non si dica, tutto lo stormo Buon Appetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una dura e lunga giornata.”

È dall’immagine della costa e di un mare cristallino, regalata da Bach, ne “Il gabbiano Jonathan Livingston” che nasce la riflessione sul fallimento.

 

I voli della mente

Quando si parte per un viaggio si è contagiati da quello che può essere definito un ottimismo ingiustificato, in quanto la percezione che si ha è quella della vacanza, del riposo e dell’aspettativa di un posto meraviglioso in cui attraccare. All’arrivo si scopre, però che il mare non è cristallino come ci si aspettava, l’albergo ha un letto con il materasso troppo duro e guarda là, alcune nuvole all’orizzonte. Eccolo che arriva… il pessimismo giustificato: evidenze oggettive ci dicono che abbiamo ragione nel pensare che è proprio una vacanza non riuscita… Nello stesso modo, le esperienze quotidiane sono costellate da aspettative e percezioni che non rispecchiano la realtà, da errori di valutazione e di percezione che ci portano a falli – menti. La nostra mente è tratta in inganno rispetto a ciò che pensavamo andasse in un modo piuttosto che in un altro. E ci pone in atteggiamenti mentali diversi.

Ma che cos’è che può essere veramente chiamato fallimento?

Niednagel, Coach, chiamato anche The Brain Doctor, si concentra sull’uso che facciamo delle esperienze che sono comunemente dette fallimentari: la prospettiva che propone è quella per cui, possiamo chiamare fallimenti solo quelle esperienze da cui non apprendiamo nulla. Ovvero, nel momento in cui ci poniamo rispetto ad un’esperienza, un lavoro, una strada intrapresa osservando solo le aspettative disattese, le vacanze e gli obiettivi non raggiunti.

Ma è proprio focalizzando l’attenzione sul pessimismo giustificato, su quelle evidenze oggettive che ci fanno sentire frustrati e delusi, che risiede la chiave di volta per essere gabbiani coraggiosi che planano sopra le vicende quotidiane e sfruttano le correnti in maniera precisa ed elegante, per arrivare alla meta.

 

Che farsene della delusione e della frustrazione?

Sebbene siano “emozioni scomode”, delusione, frustrazione e sconforto davanti ad un fallimento possono essere i venti favorevoli per ricominciare. Infatti, nel momento in cui vengono accolte ed elaborate possono porre una lente di ingrandimento su alcune domande strategiche che ci avvicinano a vivere il fallimento dalla prospettiva ipotizzata da The Brain Doctor.

  • Quali dati interessanti sulla situazione/contesto posso dedurre da questa situazione?
  • Quali informazioni utili posso dedurre sulle mie competenze (Cosa so fare? Cosa conosco? Chi sono?)
  • Quali indicazioni posso osservare rispetto alle emozioni che ho provato? E rispetto alle azioni intraprese?


Ecco allora che, il fallimento, diventa un’esperienza, un ambasciatore di informazioni e dati che, letti ed interpretati, possono essere la base costante da cui partire per cambiare e costruire nuovi pezzi di prototipo più vicini alla persona ed alla situazione che si vuole diventare.

 

Allenarsi al fallimento

Come relazionarsi con l’ambasciatore “fallimento”?

Vivere il fallimento come un esperimento costante, può essere un’avventura interessante che ci tiene in forma mente, cuore e pancia.

Partire dalla domanda:

  • Quali esperimenti “fast and low cost” posso fare nel mio contesto?

Può essere un primo esercizio per aprire una relazione dialogica con l’ambasciatore e giocare a sfidare il vento che scompiglia ed arruffa le penne del gabbiano Jonathan Livingston che “entra in stallo e precipita giù. I gabbiani, non vacillano, non stallano mai. Stallare, scomporsi in volo, per loro, è una vergogna, un disonore. …Ma il gabbiano Jonathan Livingston che faccia tosta, eccolo là, ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo, e patapunf, stalla di nuovo – no, non era un uccello come tanti altri.”

Gli esperimenti diventano momenti essenziali di ri-orientamento delle vele e di potenziamento dei talenti e partono, spesso, dal linguaggio: che suono ha passare da “ho fallito” a “ho imparato qualcosa che, se non fosse andata così, non avrei imparato ed ho raggiunto una diversa consapevolezza rispetto a ciò che posso fare”?

L’arte di saper fallire è fatta da mille sfaccettature, tra cui le domande che all’interno del quadro con etichetta “fallimento” posso regalarmi. Siano aperte, chiuse, multiple, permettono di spostare il focus ed aprire finestre da cui ammirare colline, mari e monti con colori e profumi diversi.

 

Gentilezza: psicologia e biologia a supporto

Partendo dagli studi di Freud e dall’esperienza madre figlio, la psicologia ha evidenziato come la gentilezza sia quella predisposizione d’animo del bambino verso la mamma che lo nutre e lo cura durante il periodo di crescita. Tuttavia, approfondendo la questione, Winnicott esplora, come, il rapporto madre figlio sia intriso anche di odio e di frustrazione.

Nel momento in cui il bambino non riceve quello che desidera, nel momento in cui le sue aspettative sono tradite, il sentimento che prevale è l’odio.

Partendo da questa riflessione, Winnicott evidenzia come l’amorevolezza e la gentilezza contengono il riconoscimento dell’odio. L’amorevolezza implica riconoscere che l’altro è diverso da me e che ha una sua natura, una sua vulnerabilità ed una sua percezione del fallimento. Per questo, è segno di amorevolezza prendere le persone per quello che sono, non per quello che vorremmo che fossero. Accogliere le storie che intrecciano la nostra strada con gentilezza, significa ascoltare attivamente i pensieri, le emozioni e le azioni che in quelle storie hanno avuto un peso ed un senso per la persona. Anche se in noi generano frustrazione, ansia, rabbia e la fatidica frase “ma perché non hai fatto così” o “potresti fare …”

Il mantra “so di non sapere” è profondamente radicato nella gentilezza e supporta il riconoscimento della natura umana e della sua diversità. Non posso conoscere quali soluzioni, quali strade siano meglio o peggio per la persona che ho di fronte, in quanto non ho la sua sensibilità, le sue sinapsi e la sua energia agentiva.

Tuttavia, posso rilassarmi e godermi il viaggio, attraverso la potenza delle domande e dei silenzi, nel rispetto del suo capitale umano e sistemico. I valori aggiunti della gentilezza hanno prove biologiche e psicologiche.

Quando siamo gentili si producono due ormoni: la dopamina e l’ossitocina. La dopamina è l’ormone che genera euforia, quello stato di alto piacere. Subito dopo viene l’ossitocina che è un ormone prodotto dall’ipotalamo che genera quiete e serenità, viene anche chiamato l’ormone dell’amore perchè associato agli affetti con il partner ed i membri della famiglia.

Biologicamenete, quindi, la gentilezza fa bene, a chi la fa ed a chi la riceve, producendo quello che in psicologia viene chiamato effetto kindness boomerang. Attraverso i neuroni a specchio, le persone sono propense a ripetere ciò che osservano. Produrre gesti gentili, attiva connessioni neuronali che implicano la loro riproduzione, quindi:

“Non chiederti di cosa ha bisogno il mondo. Chiediti cosa ti rende felice e poi fallo. Il mondo ha bisogno di persone felici”.

(A. De Saint – Exupery)

 

 

Sara Marchiori
Coach professionista, orientatrice e formatrice
Tione di Trento
sara.marchiori@yahoo.it

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