È quel che è. Appunti sull’arte, il coaching e la vita.
L’arte non deve riprodurre il visibile, ma renderlo visibile.
Paul Klee
C’è una tensione sottile che si avverte quando ci si trova davanti a qualcosa che non si capisce.
Uno spazio vuoto che può generare disagio o meraviglia. Un varco che possiamo attraversare o aggirare. In questi mesi di formazione come coach, ho imparato che il non-sapere non è una debolezza, ma un potenziale. Stare nel disorientamento, senza bisogno di riempirlo subito, è un gesto radicale. Questo gesto è lo stesso che faccio, da anni, ogni volta che entro in una sala d’arte contemporanea e mi fermo davanti a un’opera che spesso non ha titolo, non ha descrizione, non dà suggerimenti.
Gennaio 2025, pochi giorni prima di iniziare il corso di Coaching. Sono al Guggenheim di Bilbao: sono un po’ una snob delle mostre. Ormai cerco solo grandi retrospettive, nei musei più importanti e quindi non potevo non volare in Spagna per vedere la mostra di questa incredibile artista, Hilma af Klint, sconosciuta ai più ma, di fatto, pioniera nell’ambito dell’astrattismo pittorico. Purtroppo per lei era femmina e quindi Kandinsky le ha sempre “rubato” questo primato (ma questo argomento meriterebbe un articolo a parte). Sapevo bene dell’esistenza della sala dedicata ai Ten Largest, dieci quadri enormi che avevo visto solo in rete. Ho comprato il biglietto per entrare all’apertura e sono corsa direttamente in quella sala senza seguire il percorso consigliato dalla mostra perché volevo godermi quello spettacolo in silenzio e da sola, prima che arrivasse la folla. Colori, spirali, lettere senza un significato chiaro. Non so cosa sto guardando, ma qualcosa accade. Mi sento attratta, forse turbata. Eppure, resto lì, non riesco a staccare lo sguardo. È un’esperienza silenziosa ma viva. Ripensandoci ora, risuona dentro di me qualcosa che riconosco anche quando sono in una sessione di Coaching, quel momento in cui né io né la persona davanti a me sappiamo dove stiamo andando. Eppure, restiamo.
Quante volte, davanti a un’opera d’arte contemporanea, sentiamo frasi come: “Ma questo potevo farlo anch’io” oppure “Io non ci capisco niente”. Davanti a un taglio di Fontana, a una tela monocroma di Rothko, a una combustione di Burri, a volte le persone si fermano al fastidio, al dubbio, al bisogno di senso immediato. Ma l’arte non chiede di essere capita. Chiede di essere attraversata. Come nel Coaching, l’impatto vero non arriva dal contenuto, ma dall’esperienza. E proprio come nel Coaching, ciò che all’inizio ci irrita, ci sfugge o ci confonde, è spesso ciò che ci riguarda di più (di questo parleremo ancora più avanti). In fondo, quella frase – “potevo farlo anch’io” – è già un segnale potente: è la testimonianza che l’opera ci ha mosso qualcosa. Nel Coaching accade qualcosa di simile: spesso il coachee inizia dicendo “non so da dove partire” o “non ho nulla di importante da dire” eppure proprio in quella confusione iniziale si nasconde un varco. Coaching e arte contemporanea condividono un fondamento comune: l’accettazione del disorientamento come parte del processo. L’arte chiede: “Che cosa vedi tu, adesso?”. Il Coaching chiede: “Che cosa senti tu, in questo momento?” È in quello spazio aperto e incerto che può nascere qualcosa. Un taglio – come quello di Fontana – che non distrugge, ma apre. Un varco verso un’intuizione, una memoria, un significato che non c’era. O che forse c’era già, ma non era ancora stato visto.
Molti artisti che amo come Frankenthaler, Vedova, Twombly – raccontavano di non sapere dove li avrebbe portati la tela. Il gesto nasceva nel momento. Era ascolto, relazione con la materia. Ogni macchia, ogni segno, ogni spirale era la traccia di qualcosa che accadeva, senza preavviso. Non c’era un piano. Solo apertura, risonanza e intuizione. Nel Coaching accade qualcosa di molto simile. Il coach non arriva con soluzioni preconfezionate, ma con una tela bianca, spazio, ascolto. È l’incontro tra due persone che non sanno tutto ma si fidano. Parliamo delle competenze ICF 4 e 5 – Coltiva fiducia e sicurezza e Mantiene la presenza. È la capacità del coach di essere pienamente presente, flessibile, aperto, centrato anche quando non c’è una direzione chiara.
Se finora abbiamo parlato di opere che nascono dal corpo, dal gesto, dal sentire dell’artista, nel Coaching c’è anche un altro tipo di creatività: quella che riguarda il pensiero. Il modo in cui guardiamo le cose. Le mappe mentali che utilizziamo senza accorgercene. Spesso il coachee arriva con un problema raccontato come una strada a due vie: o bianco o nero, o resto o me ne vado, o faccio tutto o mollo tutto. È qui che entra in gioco un’altra forma di creatività: quella che rompe il binario. Edward de Bono l’ha chiamata pensiero laterale: la capacità di spostarsi di lato, di rompere la logica lineare per accedere a nuove associazioni, a prospettive che prima sembravano impossibili. Nel Coaching questo accade quando si fa una domanda inaspettata, si formula un feedback, si propone un work-in, per esempio. Il Coaching, in questo senso, è uno spazio creativo. Non creativo nel senso estetico, ma generativo: genera nuovi modi di vedere, nuove mappe, nuove possibilità. Non si tratta di trovare “la soluzione migliore”. Si tratta di accorgersi che ci sono più strade di quelle che pensavamo.
Tornando a Bilbao, a quel momento sospeso davanti ai quadri di Hilma af Klint, non posso non pensare a quanto il silenzio sia pieno, denso, significante anche durante una sessione di Coaching. Fortunatamente, ho imparato abbastanza presto a stare zitta. Non ho mai sentito il bisogno di riempire tutto con parole per sentirmi presente o riconosciuta. Ma col tempo ho capito che quel mio “stare zitta” non era umiltà: era più arroganza che ascolto. Sperimentando il Coaching, ho compreso che il silenzio non è uno spazio vuoto, ma uno spazio generativo. Una forma di rispetto, di ascolto e di presenza profonda. Non si tratta di aspettare che l’altro finisca di parlare. Si tratta di restare dentro quel momento, senza spostarlo, senza gestirlo.
Se devo dire cosa più mi ha insegnato questo percorso – che ha avuto senza dubbio più impatto su di me come persona che come professionista, contrariamente a quanto pensavo inizialmente – è proprio l’umiltà. Quella vera. Non l’umiltà delle frasi gentili, ma quella che ti toglie dal centro. Che ti chiede di ascoltare senza sapere, senza correggere, senza voler brillare. Che figata! Che pace! Basta con questa performance continua. Il Coaching mi ha fatto scoprire che non ero poi così sensibile o empatica come credevo. Ero selettiva (lo sono ancora). Sceglievo chi valesse la pena ascoltare, chi meritasse attenzione. E il resto? Il resto lo lasciavo fuori. Era arroganza? Difesa? Forse entrambe. Pensavo di ascoltare, ma in realtà filtravo. Provenendo da un ruolo HR con anni di esperienza, ero abituata ad ascoltare per capire, per intervenire, risolvere, consigliare. E negli anni avevo affinato sì la sensibilità… ma anche il filtro. Giudicavo, selezionavo, riconoscevo in fretta ciò che per me aveva senso e tendevo a scartare il resto. Pensavo fosse esperienza. Forse lo è. Ma è anche una forma di arroganza gentile: quella che si traveste da competenza, ma in fondo chiude. Il Coaching mi ha fatto vedere quante cose stessi perdendo. Quanti mondi mi stavo negando. Mi sta aiutando ad aprire l’ascolto anche a ciò che non capisco subito, anche a chi è molto lontano da me. Mi sta ricordando che l’altro – anche quando mi mette a disagio – può essere una porta.
A proposito di tutto questo, non posso non citare un modello che ho scoperto l’anno scorso e che mi ha colpito tantissimo: quello delle Qualità Autentiche di Daniel Ofman. Un modello semplice, ma capace di smuovere davvero. Secondo Ofman, ognuno di noi ha delle qualità centrali, profondamente autentiche, che costituiscono il proprio valore. Ma ogni qualità, se esasperata, può diventare una trappola. E soprattutto – ed è questa la parte che mi ha spiazzato – le cose che più ci irritano negli altri parlano anche di noi. Spesso ciò che ci infastidisce in qualcuno è proprio l’espressione esasperata di una qualità che a noi manca o che abbiamo represso. E così, mentre io pensavo di essere empatica, attenta, sensibile, mi accorgevo che le persone troppo emotive mi innervosivano. Quelle che “ci mettono troppo”, che non arrivano al punto. Quelle che sembrano “lente”. Forse perché toccavano un punto cieco: la mia fatica a concedermi lentezza, a mostrare fragilità, a non essere subito pronta. Quelle persone mi facevano da specchio, ma non lo vedevo. Mi irritavano ma, in realtà, parlavano di me. Questo modello mi ha aiutata a riaprire l’ascolto anche verso chi mi sembra lontano, ad accogliere quella diversità che non è solo dell’altro, ma è una mia parte ancora da integrare.
In fondo, tutto questo percorso mi ha restituito qualcosa che non mi aspettavo: la responsabilità del mio modo di stare al mondo. Bandura parlava di autoefficacia: quella convinzione profonda di poter agire, incidere, fare la differenza nella propria vita. Non nel senso di “controllare tutto”, ma di essere una parte attiva nel proprio processo. Anche il concetto di locus of control, che utilizzo tantissimo in azienda, parla di questo: sentire che le cose non ci “accadono” e basta, ma che possiamo scegliere, orientarci, prenderci cura del nostro percorso. Ecco, il Coaching – e anche l’arte – mi hanno aiutato a scegliere di esserci, invece di reagire. Quando entri in una sala d’arte contemporanea non sai mai cosa ti aspetta. Puoi sentirti smarrito, infastidito, confuso. Oppure puoi accettare quel disorientamento come spazio fertile, come invito ad aprire nuove domande. Nel Coaching è lo stesso: non sai dove andrai, ma puoi decidere di esserci davvero.
Post-Scriptum:
A proposito di selettività… anche con l’arte non scherzo. Dopo tutto questo discorso sull’apertura, sullo sguardo che si allarga, ho deciso di mettermi alla prova e sono andata a vedere una piccola mostra di arte figurativa. Cavalli, paesaggi, scene mitologiche, ritratti.
Mi sono annoiata a (nature) morte. Rimango una snob.
Eppure… anche quella noia è stata un’informazione preziosa. Mi ha ricordato che aprirsi non significa che tutto deve per forza piacerti, ma significa concedersi di esplorare, anche quando si torna indietro. Se il Coaching mi ha insegnato qualcosa è anche questo: la strada è lunga. Continuerò a perdermi, a cambiare direzione, a inciampare e a sorprendermi. Ma è proprio questo il bello. E proprio ora, alla fine di questo percorso, mi torna in mente una poesia a cui non pensavo più da tempo. In poche righe forse dice quello che ho cercato di raccontare con molte parole: che esiste una parte della vita – e del Coaching, e dell’arte – che sfugge al calcolo, al controllo, al giudizio. Ed è proprio quella parte la più autentica.
E’ quel che è di Erich Fried
È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l’amore
È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l’amore
È ridicolo
dice l’orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore
Alice Scudiero
HR Business Partner | Veneto
alicescudiero82@gmail.com
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