Il giudizio e il pregiudizio – Effetti sul rapporto di fiducia tra Coach e Coachee
Ho scelto questo tema perché, oltre a incuriosirmi, è qualcosa che tocco con mano ogni giorno – sia nella mia vita professionale (come formatrice di soft skill nell’ambito dell’accoglienza e dell’ospitalità), sia in quella personale, nei rapporti quotidiani con amici, familiari e colleghi. Giudizio e pregiudizio sono dinamiche che viviamo costantemente, spesso in modo automatico, istintivo e soprattutto inconsapevole. E, sia quando giudichiamo, sia quando subiamo un giudizio, hanno un impatto incisivo sulle nostre relazioni.
Vorrei iniziare da un’esperienza personale, proponendoti un semplice esercizio. Ti invito a ricordare un momento in cui hai avuto la netta sensazione che qualcuno ti stesse giudicando, oppure esprimesse un pregiudizio nei confronti di una persona a te cara. Chiudi pure gli occhi, se ti aiuta a concentrarti. Porta la mente a quel preciso istante: dov’eri? Cosa stava succedendo? Come ti sei sentito? E soprattutto: che effetto ha avuto quel giudizio su di te?
Molte persone descrivono sensazioni come disagio, rabbia, frustrazione, insicurezza. Altre sentono un impulso a chiudersi, a difendersi, o semplicemente ad andarsene. Sono reazioni diverse, ma che rispondono a uno stesso meccanismo primario: la paura di non essere accettati.
Le radici del giudizio: una questione di sopravvivenza
Per capire da dove nasce questa paura, può esserci utile fare un salto indietro nel tempo, all’epoca in cui eravamo ancora uomini primitivi. Allora, appartenere a un gruppo non era un’opzione, ma una necessità vitale. Chi non era parte di una tribù correva seri rischi, perché da soli era quasi impossibile procurarsi cibo, protezione, calore. In quell’epoca, dunque, l’accettazione sociale era strettamente collegata alla sopravvivenza. E questa connessione profonda è rimasta impressa nel nostro cervello, che ancora oggi, in situazioni di rifiuto o esclusione, reagisce come se la nostra vita fosse in pericolo.
Immagina di essere un cacciatore preistorico e di trovarti improvvisamente faccia a faccia con un leone. Il tuo cervello, in una frazione di secondo, rilascia ormoni – come adrenalina e cortisolo – che attivano le due risposte tipiche della paura: combatti o fuggi. Questo fenomeno è stato studiato in profondità nel Novecento da scienziati come Hans Selye, nell’ambito delle ricerche sullo stress. Questa stessa dinamica si attiva ancora oggi. Solo che il “leone”, oggi, è spesso un collega, un cliente o una persona che ci guarda con diffidenza o giudizio.
Chi reagisce fuggendo, nella vita di oggi potrebbe “chiudersi come un riccio”, evitare, o semplicemente non esporsi. Chi invece combatte, potrebbe giustificarsi, difendersi o argomentare. Entrambe le reazioni sono risposte istintive, radicate in millenni di evoluzione.
Il giudizio: indispensabile, ma da gestire
Il giudizio di per sé non è un nemico. Anzi, è uno strumento fondamentale per la nostra sopravvivenza e per adattarci all’ambiente che ci circonda e cambia costantemente. Ogni volta che ci troviamo in una situazione nuova, il cervello fa una sorta di “scansione” dell’ambiente – analizza stimoli, raccoglie dati e valuta. È un processo rapido e spesso inconscio, che ci aiuta a capire se siamo al sicuro o se dobbiamo attivarci per proteggerci.
Un esempio che viviamo tutti quotidianamente: pensa a quando conosci qualcuno per la prima volta. Ti presenti, stringi la mano e… dopo qualche istante hai già dimenticato il suo nome, nonostante fosse la prima cosa che ti è stata detta. Ti suona familiare? Questo succede perché, mentre quella persona si presenta, il tuo cervello è occupato a fare “la scansione” e a valutare: “Mi fido?”, “Mi ispira simpatia?”, “Mi sento a mio agio?”. Questo tipo di giudizio avviene in automatico e influenza la qualità della relazione e, soprattutto, la nostra capacità di ascoltare con attenzione.
Ma il giudizio non si limita alle prime impressioni. Ci aiuta anche a decidere se attraversare una strada trafficata, se indossare un cappotto in inverno, se fidarci o meno di una determinata situazione. È quindi un’abilità che ci ha permesso di adattarci, di imparare e di scegliere – per sopravvivere.
Quando il giudizio diventa pregiudizio
Come si differenzia allora giudizio dal pregiudizio?
Il pregiudizio è un giudizio “anticipato”, formulato senza una reale conoscenza dei fatti, spesso basato su esperienze pregresse, convinzioni o stereotipi. Il nostro cervello – che è un grande risparmiatore di energie, tempo e forze – crea delle scorciatoie cognitive e, a volte, queste scorciatoie ci portano fuori strada.
Se vediamo qualcuno vestito in un certo modo, o con un determinato accento, il nostro cervello potrebbe attivare associazioni automatiche: “È competente”, “È pericoloso”, “Non è affidabile”. Questi pensieri non sono scelti consapevolmente, ma accadono. E proprio perché accadono in modo automatico, possiamo imparare a riconoscerli e sospenderli.
Nel Coaching, dove l’ascolto, l’accettazione e la totale assenza di pregiudizi sono alla base del metodo, il nostro istinto può diventare uno dei più grandi ostacoli della relazione facilitante, per due motivi.
Primo, se ci lasciamo influenzare da convinzioni preesistenti, rischiamo di non riuscire ad applicare un ascolto puro, e sarà difficile vedere veramente la persona che abbiamo davanti.
Secondo, se il Coachee percepisce che viene giudicato – anche solo per un attimo – la relazione può incrinarsi. Ti ricordi l’esercizio dell’inizio?
Il giudizio nella relazione di fiducia
Ti chiedo quindi: che effetti ha il giudizio sulla fiducia reciproca?
Sappiamo che la fiducia, per un Coach, è la colonna portante della relazione con il Coachee. Possiamo vederla come l’unico canale che ci permette di entrare in collegamento con lui o lei. È l’ingrediente segreto che consente alle persone di aprirsi e lasciarsi vedere, anche nella loro vulnerabilità. Ed è indispensabile per esplorare davvero i propri limiti e i propri desideri. Ma la fiducia è fragile. Non nasce automaticamente e, soprattutto, si costruisce con il tempo. Quando il Coachee percepisce accoglienza e rispetto, si sente sicuro. Non deve difendersi né giustificarsi. Può mostrarsi per com’è, senza timore. E in quello spazio protetto, può davvero lavorare su di sé.
Al contrario, se percepisce anche solo un’ombra di valutazione, il rischio è che si ritiri, che costruisca una maschera, che dica ciò che “vuole sentirsi dire” invece di ciò che prova davvero. Il giudizio genera distanza. Ricordiamoci l’esempio di prima: di fronte alla fiducia e alla sicurezza, si trova la paura. La paura di non essere accettati. Una volta, la paura di morire.
Come uscire dal giudizio automatico?
Abbiamo visto che non possiamo eliminare del tutto il giudizio – fa parte di tutti noi. Ma possiamo lavorare su tre elementi chiave:
- Consapevolezza: riconoscere quando il giudizio (o pregiudizio) si attiva dentro di noi. Fermarci un attimo, respirare e chiederci: “Questa impressione da cosa nasce? È un fatto o una mia interpretazione?
- Curiosità: coltivare uno sguardo aperto, curioso, disponibile a lasciarsi sorprendere. Ogni persona ha una storia che non conosciamo. E ogni volta che la ascoltiamo davvero, impariamo qualcosa di nuovo.
- Sicurezza interiore: ricordarci che non dobbiamo avere paura, né bisogno di “avere ragione” o di “controllare” il percorso del Coachee. Il nostro ruolo è accompagnarlo, scegliendo l’occhiale valorizzante. L’occhiale del Coach.
La fiducia come alleanza
La fiducia è un terreno che si coltiva. Non basta non giudicare: bisogna essere percepiti come non giudicanti. È un lavoro sottile, fatto di sguardi, toni di voce, pause rispettose. Ed è anche un lavoro su di sé: sulle proprie emozioni, aspettative e convinzioni.
Come Coach, siamo chiamati a diventare spazi sicuri. Questo non significa non avere opinioni, ma imparare a metterle da parte, per dare priorità all’altro. Quando il Coachee si sente accolto e riconosciuto, può sbocciare. E in quello spazio di fiducia nasce la trasformazione autentica.
In fondo, come in ogni relazione significativa, la fiducia non è solo una condizione, ma una scelta quotidiana. Sta a noi, come Coach e come esseri umani, decidere ogni giorno di costruirla, proteggerla e nutrirla. Perché, come diceva Carl Rogers (psicologia umanistica):
Quando guardo il mondo e le persone con occhi privi di giudizio, allora possono sbocciare davanti a me.
Dhanya Schwaiger
Professional Coach | Veneto
dhanya.schwaiger@gmail.com
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