Categoria: Dalla selva oscura all’armonia interiore

Categoria: Dalla selva oscura all’armonia interiore

Dalla selva oscura all’armonia interiore

Un parallelismo tra la Divina Commedia e il Coaching

Questo articolo nasce dal desiderio di proporre una lettura diversa della Divina Commedia: non filologica, non strettamente teologica, ma esistenziale e trasformativa. L’intento non è sovrapporre arbitrariamente il Coaching a Dante, ma mostrare come il viaggio del poeta possa essere letto come una metafora sorprendentemente fertile del percorso che molte persone compiono quando entrano in una relazione di Coaching.

Nel testo dantesco troviamo infatti alcuni nuclei che risuonano profondamente con il lavoro trasformativo: lo smarrimento iniziale, l’incontro con una guida, la discesa nelle proprie ombre, il lavoro progressivo su di sé, il compimento finale in una condizione di unione e armonia. Letta in questa chiave, la Commedia non è solo il racconto di un itinerario ultraterreno, ma anche la rappresentazione simbolica di un processo umano di ri-orientamento interiore.

 

1.La selva oscura: crisi di autogoverno

Il viaggio comincia con uno smarrimento:

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.

 

La selva oscura è una delle immagini più potenti della letteratura occidentale perché non descrive soltanto un luogo: descrive una condizione. È il momento in cui la persona non riesce più a governare con chiarezza la propria esperienza. Le coordinate abituali non funzionano più. La direzione si perde. Si avanza, ma senza orientamento. Si vive, ma senza una vera sensazione di senso. Si vive una situazione di blocco in cui la capacità di agire in modo efficace, autonomo e coerente con i propri obiettivi è stata smarrita.

 

In una prospettiva di Coaching, possiamo leggere la selva oscura come una crisi di autogoverno. Una condizione di stallo interiore che può assumere forme molto diverse: confusione, apatia, relazioni negative o logoranti, preoccupazioni pervasive, incapacità di raggiungere i propri obiettivi, oppure mancanza stessa di obiettivi. A volte la persona continua a funzionare all’esterno, ma dentro di sé si sente dispersa. Altre volte si percepisce bloccata, come se non riuscisse più a entrare in contatto con la propria energia vitale.

 

In questo senso, la selva oscura può essere intesa come l’opposto del flow. Là dove il flow è immersione piena, direzione, coinvolgimento, integrazione tra attenzione e azione, la selva è dispersione, interferenza, attrito, divisione. Nel flow la persona sente di abitare il proprio gesto; nella selva, invece, vive una frattura tra sé e la propria esperienza.

 

Ma cosa ci conduce nella selva oscura?

 

Se leggiamo Dante in chiave simbolica, la selva non è solo l’effetto di circostanze esterne. È anche il prodotto di conflitti interiori non risolti. Ci perdiamo quando siamo divisi. Quando non sappiamo più chi ascoltare dentro di noi. Quando le nostre forze interiori vanno in direzioni opposte. Quando la vita che conduciamo si allontana da quella che intimamente ci chiama.

 

Qui il riferimento alla teoria della ghianda di Hillman è illuminante. Secondo questa immagine, ogni essere umano porta in sé un seme, una forma originaria, un potenziale che chiede di fiorire, come la ghianda che è già quercia in potenza. La crisi nasce spesso dal divario tra ciò che siamo più autenticamente e ciò che crediamo di dover essere. Tra la vita che emerge da dentro e la vita che costruiamo per adattamento, paura o conformismo.

 

La selva oscura può allora essere letta come lo spazio delle divisioni interiori:

  • tra chi siamo veramente e chi cerchiamo di apparire;
  • tra desiderio e paura;
  • tra sfera attiva e sfera passiva;
  • tra slancio verso l’autorealizzazione e senso di colpa;
  • tra amore e ego;
  • tra fiducia e bisogno di controllo.

 

Queste divisioni non ci immobilizzano solo sul piano morale o emotivo. Producono anche dispersione energetica. Laddove l’essere umano è diviso, fatica a scegliere. Laddove è scisso, fatica ad agire. Laddove è in conflitto con sé stesso, perde il senso di continuità interna che rende possibile il movimento.

 

Per questo la selva non è solo il luogo in cui si soffre. È il luogo in cui non si riesce più a procedere. La vita si inceppa. E proprio da questo incepparsi può nascere il bisogno di una svolta.

 

2.L’incontro con il maestro: Virgilio come figura del coach

 

Nel momento di maggiore smarrimento, Dante incontra Virgilio. Questo incontro è decisivo, perché inaugura una nuova possibilità: non quella di essere salvato magicamente, ma quella di essere accompagnato.

 

Virgilio non esce al posto di Dante dalla selva. Non gli risparmia il viaggio. Non elimina l’Inferno. Gli offre però qualcosa di essenziale: una presenza capace di orientare senza sostituirsi.

 

È in questo senso che Virgilio può essere accostato alla figura del Coach.

 

La relazione facilitante di Coaching, infatti, si distingue profondamente dalla relazione di aiuto intesa in senso direttivo o sostitutivo. Il coach non prende in carico la vita dell’altro, non interpreta dall’alto, non prescrive soluzioni, non conduce il coachee dove il Coach ritiene giusto. La sua funzione è diversa: creare le condizioni affinché l’altro possa vedere più chiaramente, pensare più liberamente e ritrovare la propria capacità di orientamento.

 

Virgilio incarna bene questa qualità. Guida, ma non invade. Orienta, ma non possiede. Interviene, ma non si sostituisce. La sua autorevolezza non deriva dal controllo, ma dalla capacità di stare accanto al viaggio dell’altro senza colonizzarlo. Virgilio, come il Coach, non sta davanti ma accanto.

 

Una citazione molto bella, in questa prospettiva, è quella in cui Virgilio dice a Dante:

 

Io sarò tua guida.

 

In queste parole c’è già tutta la differenza tra la guida e il salvatore. La guida non compie il cammino al posto dell’altro. Lo rende possibile.

 

Questa relazione facilitante si fonda su alcuni elementi essenziali: fiducia, ascolto, presenza, sospensione del giudizio. Il Coach, come Virgilio, non si scandalizza delle ombre del coachee. Non ha bisogno che l’altro si presenti già “risolto”, già lucido, già ordinato. Può stare anche davanti alla confusione, alla paura, alla vergogna, all’ambivalenza. E proprio questo sguardo non giudicante crea lo spazio in cui il lavoro interiore può iniziare.

 

Il silenzio funzionale

 

Dentro questa relazione, il silenzio ha un ruolo fondamentale.

 

Il silenzio del coach non è assenza, disinteresse o vuoto da colmare. È uno spazio funzionale, generativo. È il luogo in cui il pensiero dell’altro può prendere forma senza essere immediatamente invaso. È la sospensione che permette alla persona di ascoltarsi, di sentire ciò che normalmente copre con spiegazioni rapide, automatismi, reazioni.

 

Nella vita quotidiana, moltissime parole servono a difendersi. Servono a giustificarsi, a spiegarsi, a non sentire. Il silenzio, quando è custodito da una presenza affidabile, interrompe questo automatismo. Costringe dolcemente a restare. A volte, proprio nel silenzio, il coachee incontra per la prima volta qualcosa di vero.

 

Virgilio, nel poema, non occupa tutto lo spazio. Non parla incessantemente. Non commenta ogni cosa. Interviene quando serve, ma lascia anche che Dante veda, provi, attraversi.

 

3.La via di uscita: l’Inferno come conoscenza e accettazione di sé

 

Se la selva oscura è la crisi e Virgilio è la relazione che rende possibile il viaggio, l’Inferno è il primo vero passaggio trasformativo. In chiave di Coaching, l’Inferno può essere letto come la fase del “conosci te stesso” e dell’“accetta te stesso”.

 

Entrare nell’Inferno significa smettere di fuggire da ciò che ci abita. Significa guardare le proprie paure, le proprie convinzioni limitanti, le interferenze interiori, le insicurezze, le debolezze, i comportamenti di autosabotaggio. Non per identificarvisi, ma per riconoscerli.

 

L’Inferno è scomodo perché costringe a vedere ciò che la coscienza ordinaria tende a rimuovere. Ogni essere umano costruisce una versione narrativamente sostenibile di sé. Ma questa versione spesso lascia in ombra parti fondamentali: bisogni non riconosciuti, rabbie trattenute, meccanismi difensivi, paure di fallire o di riuscire, sensi di colpa, desideri sacrificati.

 

Nel percorso di Coaching, questa fase coincide con l’elaborazione. Non con il semplice sfogo, ma con un processo in cui la persona comincia a osservare sé stessa da un punto di vista diverso: non più solo da dentro la reazione, ma anche da fuori, come spettatrice consapevole delle proprie dinamiche.

 

Questo passaggio è cruciale. Finché siamo totalmente immersi nelle nostre paure, esse ci governano. Quando invece impariamo a vederle, si crea una distanza. E in quella distanza nasce libertà. Non perché la paura scompaia, ma perché smette di essere l’unica voce.

 

L’Inferno, dunque, non è solo il luogo del dolore. È il luogo della verità. Della verità su ciò che ci limita. Della verità sui modi in cui partecipiamo inconsapevolmente al nostro stesso smarrimento. Della verità sulle forme di autoinganno che ci tengono fermi e non permettono al nostro di potenziale di esprimersi.

 

Ma qui emerge anche il secondo movimento, altrettanto importante: accetta te stesso.

 

Conoscere senza accettare rischia di trasformarsi in un nuovo giudizio. In una maggiore lucidità che però diventa autoaccusa. Il lavoro trasformativo, invece, richiede uno sguardo che sappia restare anche di fronte a ciò che è imperfetto, fragile, contraddittorio. L’Inferno non viene attraversato con il disprezzo di sé. Viene attraversato con il coraggio di non distogliere lo sguardo e con la disponibilità a includere ciò che si vede dentro una comprensione più ampia.

 

4.Purgatorio: apprezza te stesso e aiuta te stesso

 

Se l’Inferno è la fase della presa di coscienza e dell’elaborazione, il Purgatorio è la fase della mobilità e dell’esecuzione. Qui il viaggio cambia tono: non siamo più nel luogo della fissità, ma in quello del movimento. Le anime del Purgatorio salgono. Faticano, ma procedono. Non sono più inchiodate ai propri meccanismi: stanno lavorando su di sé.

 

In termini di Coaching, il Purgatorio è il passaggio in cui la persona riprende in mano la propria vita. Dopo aver visto, compreso e in parte accettato le proprie interferenze, può tornare ad agire, con più fiducia e consapevolezza delle proprie risorse. Non più come semplice spettatore di ciò che le accade, ma come soggetto attivo del proprio processo.

 

E’ questo il momento in cui la passività si trasforma in agentività.

 

La passività non coincide semplicemente con l’inattività. È piuttosto una postura interiore in cui la persona si percepisce come oggetto degli eventi, vittima delle circostanze, dipendente da condizioni esterne o da forze interne incontrollabili. Nel Purgatorio, invece, si riattiva la dimensione del gesto. Non quella del controllo assoluto, ma quella della partecipazione viva.

 

Per questo questa fase può essere espressa con due imperativi: apprezza te stesso e aiuta te stesso.

 

Apprezzarsi, qui, non significa lodarsi superficialmente. Significa riconoscere valore alla propria possibilità di trasformazione. Significa uscire dal paradigma per cui si può agire solo quando si è perfetti. La persona comincia a vedere che nonostante le sue fragilità esiste in lei una forza capace di orientarsi, di apprendere, di scegliere.

 

Aiutarsi significa diventare alleati di sé stessi. Non aspettare solo dall’esterno la salvezza, il sostegno, la motivazione. Ma cominciare a mettere in atto gesti concreti di cura, disciplina, protezione, rieducazione. Nel Coaching, questa è la fase in cui intuizioni e consapevolezze si traducono in scelte, allenamenti, prove, piccoli atti coerenti.

 

La salita del Purgatorio è una bellissima immagine di questo processo. Il cambiamento non è immediato, non è lineare, non è privo di fatica. Ma è reale. Ogni passo costruisce una nuova forma di rapporto con sé stessi.

 

Ed è qui che la mobilità interiore si trasforma in agentività: non ci si limita più a capire ciò che non funziona, ma si partecipa attivamente al proprio fiorire.

 

5.Paradiso: sii te stesso

 

L’ultima tappa del viaggio è il Paradiso. Ed è molto significativo che a questo punto Virgilio non ci sia più. La ragione, che fin lì ha guidato Dante, si arresta. Subentra Beatrice. In termini simbolici, potremmo dire: la ragione viene sostituita dall’Amore.

 

Questo passaggio è decisivo anche per la lettura in chiave Coaching. Il Paradiso è  esterno alla struttura del Coaching. Non perché il Coaching non abbia a che fare con questa dimensione, ma perché essa non può essere prodotta tecnicamente. Non si può “fare” il Paradiso come si struttura una sessione o si accompagna una fase di esecuzione. Esso accade quando qualcosa è stato interiorizzato a un livello più profondo.

 

Che cosa resta allora del coach, se nel Paradiso il coach non c’è?

 

Resta il suo insegnamento implicito.

 

Se la relazione di Coaching è davvero facilitante, essa non si limita a generare insight o decisioni. Insegna, per esperienza, una qualità di rapporto. Insegna al coachee cosa significa essere guardato senza giudizio, ascoltato senza essere corretto, sostenuto senza essere controllato. E questo, nella sua essenza più profonda, è un gesto d’amore genuino: non sentimentale, ma fondato sulla fiducia non condizionata.

 

Nel tempo, il coachee può interiorizzare questa modalità relazionale e imparare ad applicarla a sé stesso.

 

Ed è qui che si apre la soglia del Paradiso: quando la persona smette di relazionarsi a sé attraverso il tribunale interiore e comincia a farlo attraverso una presenza più amorevole, più accogliente, più integra. Quando sa guardare le proprie parti senza condannarle. Quando non ha più bisogno di combattersi per esistere.

 

In questa prospettiva, il Paradiso è lo stato in cui le divisioni interiori cessano. Non perché ogni tensione umana svanisca magicamente, ma perché viene meno la guerra civile interiore. La paura non viene più trattata come nemica assoluta, il desiderio non viene più umiliato, l’ombra non viene più espulsa, il valore di sé non dipende più dal perfezionismo o dalla performance.

 

Si entra allora in una condizione di armonia e unione. E in questa armonia il seme può finalmente fiorire.

 

Qui torna con forza la teoria della ghianda. Quando le divisioni si allentano e la persona può stare nella propria verità con minore giudizio e maggiore amore, ciò che è originariamente suo comincia a emergere in modo più naturale. Non c’è più la continua distorsione prodotta dal conflitto interno. La vita trova una forma più coerente con la propria intima vocazione.

 

Sii te stesso, allora, non è uno slogan identitario superficiale. È il frutto di un lungo attraversamento. Si può essere sé stessi soltanto dopo aver incontrato ciò che ci allontana da noi, dopo aver visto le proprie ombre, dopo aver imparato a stare con sé in un modo nuovo. L’autenticità, in questa lettura, non è spontaneità: è riconciliazione.

 

Giulia Tesoro

Life Coach Professionista | Veneto

giuliatesoro.coach@gmail.com

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