Oltre le parole: l’utilizzo del disegno nel Coaching
Introduzione
Quando si propone a una persona adulta di prendere un foglio e disegnare, la reazione è spesso la stessa: un sorriso imbarazzato, la frase “non sono capace di disegnare”, oppure il pensiero che si tratti di un’attività per bambini. Nella nostra cultura il disegno viene infatti associato prevalentemente all’infanzia, alla creatività artistica o al tempo libero. Eppure, proprio questa apparente semplicità rende il disegno uno strumento sorprendentemente efficace. Non perché possieda proprietà “magiche”, ma perché permette di interrompere modalità di pensiero abituali e di accedere a una rappresentazione diversa dell’esperienza. Quando ciò che una persona sta vivendo viene tradotto in immagini, forme, colori, simboli o relazioni spaziali, spesso emergono elementi che fino a quel momento erano rimasti sullo sfondo della consapevolezza.
Nel Coaching il disegno non ha alcuna finalità estetica e non richiede competenze artistiche. Non interessa la qualità grafica, ma il significato che il coachee attribuisce a ciò che ha rappresentato. Il foglio diventa uno spazio esterno sul quale prendono forma pensieri, emozioni, relazioni, ostacoli e risorse. Ciò che prima era confuso o implicito può diventare visibile, osservabile e quindi esplorabile insieme al coach. Il disegno rappresenta quindi un linguaggio alternativo alla parola: non la sostituisce, ma in un certo senso la precede, la accompagna e spesso la arricchisce. Attraverso questo passaggio possono emergere intuizioni inattese, nuove connessioni e prospettive che difficilmente sarebbero affiorate restando esclusivamente all’interno di una narrazione verbale.
Perché il disegno funziona: alcune basi teoriche
Uno dei primi studiosi a mettere in evidenza l’efficacia di modalità di pensiero alternative a quella logico-razionale è stato Edward de Bono, con la teoria del pensiero laterale. Secondo de Bono, il pensiero umano tende spontaneamente a seguire percorsi già consolidati, ripercorrendo schemi interpretativi abituali. Il pensiero laterale invita invece a interrompere questi automatismi, introducendo stimoli insoliti che consentono di osservare una situazione da prospettive differenti. Il disegno può essere considerato uno di questi stimoli. Nel momento in cui una persona è invitata a rappresentare graficamente un problema, una relazione o un obiettivo, è costretta a compiere una traduzione: ciò che fino a quel momento era espresso attraverso il linguaggio verbale deve trovare una forma visiva. Questo passaggio modifica inevitabilmente il modo di organizzare il pensiero e favorisce la nascita di nuove connessioni.
In altre parole, il disegno aiuta ad allentare il controllo dell’«emisfero sinistro»[1], più orientato all’analisi e alla ricerca della risposta corretta, lasciando maggiore spazio alle modalità tipicamente attribuite all’«emisfero destro»: intuizione, immaginazione, pensiero simbolico e creativo.
Anche le neuroscienze contemporanee offrono alcuni spunti interessanti per comprendere questo processo. L’esperienza modifica continuamente le connessioni tra i neuroni attraverso i meccanismi della neuroplasticità. Quando una persona affronta un problema sempre nello stesso modo, tende a riattivare gli stessi circuiti cognitivi e le medesime strategie interpretative. L’introduzione di uno stimolo differente, come la rappresentazione grafica, interrompe almeno in parte questa ripetizione automatica e può favorire l’attivazione di reti associative diverse, consentendo il recupero di ricordi, esperienze, metafore o risorse che fino a quel momento non erano immediatamente accessibili alla coscienza. Non si tratta di un meccanismo né automatico né garantito, ma di una possibilità che aumenta la probabilità di produrre insight, ossia quelle intuizioni improvvise nelle quali la persona riesce a vedere il problema sotto una luce nuova e a costruire significati differenti rispetto alla narrazione iniziale[2].
Quando e come utilizzare il disegno nel Coaching
Il disegno rappresenta uno strumento estremamente flessibile che può essere introdotto in diversi momenti della sessione di Coaching. Può essere utilizzato già nella fase iniziale per aiutare il coachee a mettere a fuoco e definire l’obiettivo dell’incontro. Successivamente può accompagnare l’esplorazione del presente percepito e del futuro desiderato, nonché aiutare a far emergere e consapevolizzare le risorse. Non costituisce una tecnica da applicare in modo standardizzato, ma un linguaggio da utilizzare quando il coach ritiene che il dialogo verbale stia mostrando alcuni limiti. Ecco alcuni casi in cui può rivelarsi utile:
1. Talvolta il coachee continua a raccontare la stessa storia, ripercorrendo gli stessi ragionamenti e arrivando sempre alle medesime conclusioni. Pur desiderando trovare una soluzione, sembra muoversi all’interno di un vicolo cieco narrativo, senza riuscire a osservare la situazione da un’altra prospettiva. Invitare la persona a rappresentare ciò che sta vivendo attraverso un disegno aiuta a la persona a superare il blocco, aprendo prospettive inedite.
2. Il disegno può risultare particolarmente utile anche quando prevale una modalità fortemente razionale e analitica. Alcune persone tendono a spiegare ogni dettaglio, a giustificare ogni scelta e a costruire lunghi ragionamenti che, pur essendo coerenti, finiscono per allontanarle da un sentire più profondo. Il linguaggio grafico aiuta allora a spostare l’attenzione dall’analisi alla rappresentazione, rendendo visibili aspetti che difficilmente emergerebbero attraverso la sola argomentazione logica.
3. Esistono poi situazioni nelle quali le parole sembrano non bastare. Alcune esperienze sono difficili da descrivere perché confuse, nuove o semplicemente ancora prive di un linguaggio adeguato. In questi casi il disegno può diventare un punto di partenza: la persona rappresenta ciò che sente e, successivamente, il coach la accompagna nell’attribuire significato agli elementi emersi. Questo approccio risulta particolarmente efficace con i coachee più giovani. Il disegno può inoltre favorire l’espressione di contenuti percepiti come delicati o imbarazzanti. Quando emozioni, paure o desideri vengono collocati su un foglio, diventano un oggetto esterno che può essere osservato insieme al coach. Questa esternalizzazione crea una distanza che riduce il giudizio e facilita un’esplorazione più aperta.
Il dialogo con il disegno
Nel Coaching individuale il disegno non viene utilizzato per interpretare la persona, ma per accompagnarla a costruire nuovi significati. Il coach non attribuisce alcun valore simbolico agli elementi rappresentati e non propone letture predefinite del disegno. Assume invece una posizione di autentica curiosità, lasciando che sia il coachee a scoprire, attraverso il dialogo, il significato che quell’immagine assume nel proprio momento di vita. Il valore del disegno non risiede quindi nell’immagine in sé, ma nella conversazione che nasce attorno ad essa. Attraverso domande aperte, il coach accompagna la persona nell’esplorazione del proprio elaborato, favorendo l’emergere di intuizioni, connessioni e nuove prospettive.
Preparare la persona all’esperienza
Prima di proporre un esercizio di disegno è importante preparare adeguatamente il coachee. Per molti adulti, infatti, l’idea di disegnare può attivare imbarazzo, ansia da prestazione o vecchi giudizi su di sé.
Non è raro che emergano pensieri come “non sono capace di disegnare”, “sto facendo una cosa da bambini”, oppure “farò sicuramente un brutto disegno”. Talvolta queste reazioni affondano le proprie radici in esperienze scolastiche nelle quali la persona si è sentita giudicata o non sufficientemente competente. Per questo motivo è utile normalizzare fin da subito le possibili reazioni, creando un clima di sicurezza e assenza di giudizio. Una consegna potrebbe essere formulata in questo modo:
“Ti andrebbe di fare un’esperienza di disegno che può aiutarci ad esplorare meglio questa situazione?
Forse ti sembrerà un’attività da bambini, oppure potrebbero arrivarti pensieri come: ‘Che cosa sto facendo?’, ‘Non so disegnare’. Se dovessero comparire, ti invito semplicemente ad accorgertene e a lasciarli passare. Qui non siamo a scuola e non stiamo valutando quanto sai disegnare. Qualsiasi segno le tue mani avranno voglia di tracciare andrà bene così com’è.”
Può inoltre essere utile invitare la persona a portare l’attenzione alle mani, con frasi come: “Lascia che siano le tue mani a guidarti” oppure “Lasciati sorprendere da ciò che le tue mani avranno voglia di tracciare.” Questo invito allenta il controllo dell’«emisfero sinistro», lasciando maggiore spazio alle modalità intuitive, simboliche e creative attribuite all’«emisfero destro». L’obiettivo è aiutare la persona a lasciarsi guidare dall’esperienza, senza preoccuparsi di fare un disegno “bello” o “giusto” e favorendo invece un atteggiamento di apertura e curiosità.
Rimanere nel linguaggio simbolico
Una volta concluso il disegno è importante non costruire subito un ponte con la realtà del coachee. Se il coach chiedesse immediatamente: “Che cosa rappresenta questo nella tua vita?”, la persona tenderebbe a tornare rapidamente sul piano razionale, riattivando le stesse modalità di pensiero da cui si era momentaneamente allontanata. È invece spesso più utile rimanere inizialmente all’interno del linguaggio simbolico del disegno. In questa fase il coach invita il coachee ad esplorare l’immagine come se fosse un piccolo mondo autonomo: gli elementi presenti, le relazioni tra di essi, le emozioni e le sensazioni che suscitano. In questo modo continua a favorire il pensiero laterale e permette l’emergere di contenuti inediti, nuove associazioni e insight. Solo in un secondo momento il dialogo costruisce un ponte tra ciò che è emerso nel disegno e la vita della persona.
Una possibile traccia di esplorazione
Le domande hanno un ruolo fondamentale in questo processo. Devono essere aperte, non direttive e prive di interpretazioni implicite. Il coach non suggerisce significati, ma accompagna il coachee a scoprirli. L’esplorazione può seguire una progressione che accompagna gradualmente il coachee dall’osservazione dell’immagine fino ai collegamenti con la propria esperienza. Di seguito una possibile traccia di esplorazione:
Domande introduttive
• Come ti sei sentito/a mentre disegnavi?
• Guardando il tuo disegno, che sensazione provi?
• Immagina che io non possa vederlo, come lo descrivi?
Domande di esplorazione
• Quale elemento del disegno attira maggiormente la tua attenzione?
• Che cosa rende questo elemento significativo per te?
• Immagina che questo elemento possa parlare, che cosa dice?
• Immagina che questi due elementi del disegno vogliano dialogare tra loro, cosa si dicono?
• Questo elemento è fermo o in movimento? Se si muove, dove sta andando? Se ti va, mostramelo
con il corpo
• Immagina di diventare questo elemento e parla in prima persona: “Sono un albero e…”
• Come si sente questo elemento?
• C’è qualcosa che desidera fare?
• Qualcosa di cui ha bisogno?
Domande ponte
• Immagina che questo disegno parli di te, che cosa racconta della tua vita in questo momento?
• Immagina che questo elemento rappresenti una parte di te, quale può essere?
• C’è un messaggio che questo disegno vuole darti oggi?
Domande conclusive
• C’è qualcosa che ti sorprende di ciò che è emerso?
• Che cosa porti con te da questa esplorazione?
• Hai scoperto qualcosa di te che prima non avevi visto?
Questa sequenza non rappresenta un protocollo rigido, ma una traccia orientativa. Più che seguire uno schema prestabilito, è fondamentale mantenere un ascolto autentico e lasciare che siano il disegno e le risposte del coachee a guidare la direzione dell’esplorazione.
Conclusioni
Abbiamo visto come l’apparente semplicità del disegno racchiuda un enorme potenziale trasformativo. L’immagine, infatti, permette di incontrare il coachee su un piano diverso rispetto a quello del dialogo verbale. Attraverso il disegno si rende visibile una parte del proprio mondo interno, spesso in modo più spontaneo e meno controllato di quanto accada attraverso le parole. Allo stesso tempo, osservare il disegno dell’altro significa entrare in contatto diretto con il suo modo di percepire la realtà, con le sue metafore, i suoi simboli e il suo linguaggio personale.
Jung spiegava questo fenomeno sostenendo che l’inconscio si esprime prevalentemente attraverso immagini, simboli e archetipi. Ricorrere al disegno significa perciò parlare la stessa lingua dell’inconscio.
Attraverso un’immagine, infatti, possiamo cogliere intuitivamente una molteplicità di aspetti che difficilmente riusciremmo a descrivere in modo razionale, lasciandoci toccare da qualcosa che va oltre ciò che viene esplicitamente raccontato. Lungi dall’essere un gioco da bambini, il disegno permette quindi un incontro più diretto tra i mondi interiori delle persone. Non perché elimini la necessità della parola, ma perché offre un terreno comune sul quale la parola può poi costruire un dialogo più autentico e profondo.
[1] 1 Nel corso dell’articolo utilizzerò talvolta i termini emisfero destro ed emisfero sinistro per descrivere modalità di funzionamento differenti del pensiero. Le neuroscienze contemporanee hanno ormai superato la rigida distinzione secondo cui l’emisfero sinistro sarebbe esclusivamente sede del pensiero logico e quello destro della creatività.
Oggi sappiamo che i processi cognitivi coinvolgono reti neuronali ampiamente distribuite e integrate. Continuerò tuttavia a utilizzare questa distinzione come metafora, perché rappresenta un linguaggio semplice ed efficace per descrivere il passaggio da una modalità di pensiero prevalentemente analitica, lineare e razionale a una modalità
maggiormente intuitiva, associativa, immaginativa e creativa.
[2] Le ricerche neuroscientifiche sugli insight mostrano come l’interruzione dei consueti schemi di elaborazione possa favorire la riorganizzazione del problema e l’emergere di nuove associazioni, aumentando la probabilità dei cosiddetti aha moments. Per un approfondimento si veda: John Kounios, J., & Mark Beeman, M. (2015). The Eureka Factor: Aha Moments, Creative Insight, and the Brain. New York: Random House.
Bibliografia
Rudolf Arnheim (1974). Il pensiero visivo. Torino: Einaudi.
Edward de Bono (1998). Il pensiero laterale. Milano: Rizzoli.
Carl Gustav Jung (1980). L’uomo e i suoi simboli. Milano: TEA. (Ed. orig. 1964).
John Kounios, & Mark Beeman (2015). The Eureka Factor: Aha Moments, Creative Insight, and the
Brain. New York: Random House.
Lucia Moretto, & Marco Ius (2026). Il disegno che cura. Disegno onirico e psicodramma nei contesti
clinici, educativi e formativi. Milano: FrancoAngeli.
Erica Lapaine
Gestalt Counselor e Coach Professionista specializzata nell’utilizzo di strumenti creativi – Veneto
erica.lapaine@gmail.com
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