Categoria: Vedi solo ciò che cerchi

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Vedi solo ciò che cerchi

La Teoria della Macchina Rossa nel Coaching Evolutivo®

 

L’attenzione come atto generativo

Quante macchine rosse hai visto oggi?
È probabile che non lo ricordi. Eppure, se domani mattina uscissi di casa con l’unico proposito di contarle, rimarresti sorpreso di quante ne incontreresti lungo la strada: al semaforo, nel parcheggio del supermercato, parcheggiate sotto il tuo palazzo. Ci sono sempre state. Non sono apparse dal nulla. Semplicemente, non le stavi cercando.
Ho iniziato a riflettere davvero su questa prospettiva lo scorso weekend, mentre guidavo il mio Toyota Hiace verso Nelson, città situata nell’estremo nord dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda.

Si dice che viaggiare apra la mente. Nello specifico credo che viaggiare ti costringa a rallentare automatismi, ad osservare meglio ciò che hai intorno e, in qualche modo, anche ciò che hai dentro. Ti rende più attento a ciò che desideri, ma soprattutto a ciò che non desideri più. Perché quando ti sposti, quando cambi prospettiva, molte cose smettono improvvisamente di essere come le hai sempre immaginate.
Con me c’era Florian, un ragazzo tedesco conosciuto qui, ad un certo punto una macchina rossa ci passa accanto. Lui la nota, sorride e inizia a parlarmi della Red Car Theory: iniziamo davvero a vedere qualcosa solo quando la nostra attenzione decide che è importante.

Da quella conversazione, semplice e quasi casuale, si e’ aperta in me una riflessione più profonda ed è lì che ho realizzato che, forse, l’essenza del Coaching può essere trovata ovunque. Nei libri, nelle relazioni, nei silenzi, nei viaggi. A volte anche in una macchina rossa che attraversa la strada nel momento giusto.

La Teoria della Macchina Rossa, è una delle metafore più potenti che abbia trovato per raccontare ciò che accade all’interno di un percorso di Coaching Evolutivo®. Non soltanto per la semplicità con cui comunica un concetto complesso, ma per la verità immediata che porta con sé: le risorse esistono prima ancora che le si cerchi. Il problema, molto spesso, non è la loro assenza. È il filtro con cui osserviamo la realtà.
Nel Coaching Evolutivo®, questo cambio di prospettiva e’ un processo di riorientamento dell’attenzione: un passaggio graduale dal Presente Percepito al Futuro Desiderato, attraverso una diversa qualità dello sguardo.
Forse è proprio qui che il Coaching mostra una delle sue funzioni più profonde: aiutare la persona a vedere ciò che, fino a quel momento, era rimasto invisibile non perché inesistente, ma perché escluso dal proprio campo attentivo.
Albus Silente, in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, dice: “La felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda di accendere la luce.”
Essenzialmente il Coaching fa qualcosa di molto simile: non crea necessariamente nuove possibilità, ma aiuta la persona a illuminare quelle che erano già presenti, e che fino a quel momento non riusciva ancora a vedere.

 

Il cervello sceglie cosa farti vedere
Dietro la Teoria della Macchina Rossa non c’è soltanto una suggestione narrativa. Esiste un meccanismo neurologico preciso che aiuta a comprendere perché la nostra attenzione funzioni in questo modo.
Si chiama Sistema di Attivazione Reticolare (RAS, Reticular Activating System) ed è una rete di neuroni situata nel tronco encefalico che agisce come un filtro sofisticato tra il mondo esterno e la nostra coscienza.
Ogni secondo il nostro sistema nervoso viene raggiunto da una quantità enorme di stimoli sensoriali: immagini, rumori, dettagli, parole, odori, movimenti. Sarebbe impossibile elaborarli tutti contemporaneamente. Il RAS interviene proprio qui: seleziona ciò che considera rilevante per noi e lascia il resto sullo sfondo.
Ma sulla base di cosa decide?
Sulla base delle nostre convinzioni, dei nostri obiettivi, delle paure, delle aspettative e delle narrazioni che ripetiamo a noi stessi nel tempo.
In pratica, vediamo davvero solo ciò che il nostro cervello ha imparato a considerare importante.
Questo spiega perché, quando attendiamo una buona notizia, sembriamo notare improvvisamente ogni piccolo segnale positivo. E spiega anche il contrario: quando siamo convinti di non avere abbastanza risorse, di non essere all’altezza o di non poter cambiare, il nostro sistema attentivo tenderà a mostrarci continuamente prove a sostegno di quella convinzione, ignorando quasi automaticamente tutto ciò che la contraddice.
Non è semplice pessimismo. Non è debolezza. È biologia. Ed è qui che il Coaching assume un valore trasformativo.

 

Il coachee e il filtro invisibile
Chi arriva a un percorso di Coaching porta spesso con sé una narrazione molto precisa di sé stesso, delle proprie possibilità e delle convinzioni maturate nel tempo.
“Non so da dove cominciare.” “Ho sempre fatto così.”
Queste frasi, nella maggior parte dei casi, non descrivono una realtà oggettiva. Descrivono una realtà filtrata.
Eppure, nel momento stesso in cui una persona sceglie di iniziare un percorso di Coaching, esiste già qualcosa che si muove in direzione del cambiamento. Anche quando non è ancora pienamente consapevole delle proprie risorse, il fatto stesso di mettersi in discussione racconta spesso la presenza di una disponibilità evolutiva (una coachability): una parte che, forse silenziosamente, intuisce che un’altra possibilità possa esistere.
Il coachee non vede ancora le proprie “macchine rosse” non perché non ci siano, ma perché il suo sistema attentivo è stato allenato per anni a cercare altro: limiti, conferme, prove coerenti con la storia che ha imparato a raccontarsi.
Nel modello del Coaching Evolutivo®, questo stato corrisponde spesso a un Presente Percepito caratterizzato da bassa energia, rigidità interpretativa e difficoltà nel riconoscere possibilità alternative.
Il Coaching non interviene aggiungendo qualcosa dall’esterno. Non “inserisce” nuove capacità nella persona. Agisce piuttosto come un processo di riorientamento: sposta progressivamente il fuoco attentivo da ciò che manca a ciò che esiste già, ma non viene ancora riconosciuto.
In questo senso, il Coaching Evolutivo® non è un processo correttivo. È un processo generativo.
Non aggiusta qualcosa di rotto. Porta alla luce qualcosa che era già presente, ma che non aveva ancora trovato uno spazio di riconoscimento.

 

Dal pensiero verticale al pensiero laterale
Ma perché è così difficile accorgersi delle proprie risorse quando si è dentro un momento di blocco?
Edward de Bono, padre del pensiero laterale, sosteneva che il cervello umano tende naturalmente a muoversi lungo percorsi già conosciuti. È ciò che lui definisce Pensiero Verticale: un modo di ragionare logico, sequenziale, utile per semplificare la realtà e prendere decisioni rapide, ma spesso limitato dagli schemi abituali.
Quando una persona è immersa in una narrazione rigida di sé stessa, il pensiero verticale tende a confermare continuamente ciò che già conosce. Il cervello ripete schemi, percorre strade note, seleziona prove coerenti con le convinzioni pregresse.
Il Coaching introduce invece uno spazio diverso: quello del Pensiero Laterale.
Attraverso domande, metafore, cambi di prospettiva e sospensione del giudizio, il coach accompagna il coachee fuori dal “solco” abituale del pensiero automatico. Non forza nuove conclusioni. Crea piuttosto le condizioni affinché emergano possibilità che fino a quel momento erano state escluse dal campo percettivo.
È proprio lì che iniziano ad apparire le “macchine rosse”. Non perché siano appena nate. Ma perché, per la prima volta, qualcuno ha iniziato davvero a cercarle.

 

Il coach come sintonizzatore di frequenza
Immaginiamo per un momento una radio sintonizzata sulla frequenza sbagliata.
La musica esiste. Sta trasmettendo in questo preciso istante. Ma la radio capta soltanto rumore statico. Non perché il segnale non ci sia, ma perché il ricevitore non è allineato sulla giusta lunghezza d’onda.
Il coach, in molti momenti del percorso, svolge proprio questa funzione: fa in modo che il coachee ruoti lentamente la manopola.
Lo fa attraverso domande potenti, osservazioni calibrate, restituzioni, silenzi consapevoli. Non indica cosa vedere. Non offre soluzioni prefabbricate. Non decide quali “macchine rosse” siano importanti. Non suggerisce le risposte, non può, non le conosce. Crea invece uno spazio relazionale sufficientemente sicuro perché il coachee possa iniziare a osservare sé stesso in modo diverso.
Ogni domanda ben posta è un invito a guardare da un’altra angolazione. Ogni silenzio consapevole è uno spazio in cui può emergere qualcosa che, fino a quel momento, non aveva ancora trovato voce.
Mentre scrivo e rifletto su questo tema, non posso fare a meno di ripensare a “Profondo come il mare, leggero come il cielo” di Gianluca Gotto, un libro che ho letto recentemente e che esplora il pensiero buddhista applicato alla vita quotidiana attraverso il tema dell’osservazione, della presenza e del modo in cui interpretiamo ciò che viviamo.
Gotto scrive di quanto il modo in cui osserviamo la realtà finisca inevitabilmente per influenzare la realtà stessa che sperimentiamo. Non come forma di ottimismo superficiale o di “pensiero positivo” semplificato, ma come consapevolezza del fatto che la mente sia, prima di tutto, un organo selettivo, e che quella selezione possa essere orientata, almeno in parte, in modo consapevole.
Nel Coaching, questo orientamento non avviene per magia, né per semplice volontà. Avviene attraverso la relazione facilitante: la presenza di qualcuno che ci vede, ci sente e ci ascolta, senza il filtro delle nostre storie passate e che, proprio per questo, riesce a restituirci una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati.

 

Quando le risorse emergono davvero

Una delle esperienze più profonde che si osservano in un percorso di Coaching è il momento in cui il coachee riconosce di possedere già ciò che credeva di non avere.
Non si tratta quasi mai di un’illuminazione improvvisa. Piuttosto, è un processo lento, progressivo, spesso silenzioso, ma riconoscibile sul volto del nostro coachee.
Una domanda apre uno spiraglio. Una riflessione richiama e riporta alla luce una competenza dimenticata, una forza non riconosciuta, una possibilità rimasta invisibile troppo a lungo.
Nel modello evolutivo, questo passaggio può essere osservato come una trasformazione graduale:
● dalla Potenzialità Latente, ancora inconsapevole;
● alla Risorsa Consapevolizzata, riconosciuta interiormente;
● fino alla Risorsa Agita, tradotta concretamente in azione.

In questo processo, il cambiamento non riguarda soltanto il comportamento. Cambia il modo in cui la persona abita sé stessa.
Ed è qui che il Coaching incontra anche la Self-Determination Theory di Deci e Ryan: quando una persona riconosce le proprie risorse, aumenta il senso di competenza, autonomia e agentività, elementi fondamentali per il benessere psicologico e la motivazione intrinseca.
Le “macchine rosse”, a quel punto, non sono più semplici intuizioni. Diventano elementi reali del proprio modo di stare nel mondo.

 

La responsabilità del coach: mantenere pulita la qualità dello sguardo
Se il Coaching aiuta il coachee a riconoscere nuove possibilità, esiste però una responsabilità speculare che riguarda il coach: quella di mantenere il proprio sguardo il più possibile libero da proiezioni, interpretazioni automatiche e bisogni personali di conferma.
È una competenza molto più complessa di quanto possa sembrare.
Anche il coach possiede un proprio Sistema di Attivazione Reticolare. Anche il coach porta con sé credenze, filtri attentivi, bias cognitivi, aspettative inconsapevoli.
Il rischio, allora, è sottile: smettere di aiutare il coachee a vedere le proprie “macchine rosse” e iniziare invece a mostrargli quelle che noi consideriamo corrette.
Ricordo che durante la prima lezione del percorso che oggi sta volgendo al termine, Franco e Alessandro ci hanno parlato dell’importanza di “indossare i giusti occhiali del coach”: uno sguardo capace di osservare senza deformare, senza sovrapporre continuamente i propri filtri a quelli del coachee.
Mi piace pensare che quelli che sto indossando ora, mentre scrivo questo articolo davanti allo schermo del mio computer, siano gli occhiali giusti anche per continuare ad allenare questo sguardo nelle sessioni che avrò il piacere di condurre e durante la vita di tutti i giorni.
Per questo il lavoro su di sé, la supervisione, la formazione continua e la pratica della presenza non rappresentano elementi accessori nella professione del coach, ma condizioni necessarie.
In linea con la Norma UNI 11601:2024 e con il Codice Etico AICP, il Coaching si fonda su una relazione di fiducia, responsabilità e centralità del coachee.
Nel Coaching Evolutivo®, questa qualità della relazione trova espressione concreta nelle cosiddette “4A” della Relazione Facilitante: Accoglienza, Ascolto, Alleanza e Autenticità.
L’accoglienza permette alla persona di sentirsi vista senza giudizio.
L’ascolto consente di cogliere anche ciò che non viene espresso apertamente.
L’alleanza crea una direzione condivisa del lavoro evolutivo.
L’autenticità del coach rende la relazione credibile, coerente e sufficientemente sicura.
Il non giudizio, in questo senso, non è un ideale astratto. È una pratica concreta. Significa restare in ascolto senza aver già deciso dove la storia dovrebbe andare. Significa sospendere l’urgenza di interpretare. Significa accompagnare senza invadere.
Ed è probabilmente una delle forme più profonde di rispetto che si possano offrire a un’altra persona.

 

Conclusione: osservare è già cominciare
La Teoria della Macchina Rossa, da sola, non risolve nulla.
Non basta decidere di vedere opportunità perché esse si materializzino. Non basta desiderare il cambiamento per trasformarsi.
Eppure esiste qualcosa di profondamente vero in questa metafora: il primo atto del cambiamento non è l’azione. È l’attenzione.
È scegliere, o essere aiutati a scegliere, dove posare lo sguardo.
Un percorso di Coaching Evolutivo® è, in fondo, un lungo e paziente esercizio di riorientamento dell’attenzione. Non verso ciò che vorremmo diventare, ma verso ciò che, spesso, siamo già.
Le risorse non sempre devono essere costruite. A volte devono essere riconosciute. Le macchine rosse ci sono sempre state. Forse il cambiamento comincia proprio nel momento in cui iniziamo, finalmente, a cercarle.

 

Alice Varesi

COO e CIO Team Agentiinnovativi® e Coach Professionista | Lombardia

alicevaresi@agentiinnovativi.it

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