Il mio viaggio nel Coaching. Un mare di domande, un oceano di consapevolezza
Introduzione
Questo articolo vuole essere una sintesi del percorso di Coaching che ho vissuto, un’esperienza che sta portando nuova consapevolezza e orientamento nella mia vita e che accolgo e custodisco come una risorsa preziosa per il mio futuro, per la mia evoluzione.
In fondo, il mio obiettivo iniziale era proprio questo: mettermi in discussione e aprire la mente al Coaching, per fare chiarezza e valorizzare risorse che mi permettessero di affrontare scelte importanti, anche quando sfidanti.
Pensieri, riflessioni, emozioni raccolti all’interno di un diario di viaggio, anzi, un diario di bordo, dato che l’immagine che mi accompagna sin dall’inizio del percorso è quella del mio adorato mare.
Nel mio viaggio evolutivo, la metafora mi ha offerto uno spazio sicuro in cui raccontarmi senza difese. Dentro quell’immagine marina posso sentire le mie emozioni senza giudicarle, osservare le mie convinzioni senza combatterle.
Perché tra me e il mare esiste da sempre un rapporto di Coaching, in cui il mare è il mio coach ed io sono il coachee, all’interno di una relazione di 4A (Accoglienza, Ascolto, Autenticità, Alleanza) che genera un flusso maieutico in cui Il mare diventa lo specchio in cui mi riconosco: a volte calmo e accogliente, a volte agitato e imprevedibile, proprio come me.
L’inizio di quest’avventura: la mia fase di esplorazione.
Quest’avventura è stata accompagnata da molte incertezze, qualche dubbio, ma, soprattutto, da una sostanziale destabilizzazione interna che è andata crescendo lezione dopo lezione.
Tutto è iniziato dal concetto portante di “centralità della Persona”. Un tema ricorrente che, nel tempo, ho iniziato a percepire come sempre più distante dal suo significato originario, fino a apparire, talvolta, come un semplice “motto precostituito”.
Grazie al coaching evolutivo, invece, quest’ espressione ha ritrovato la sua essenza, esplodendo dentro di me come un inatteso fuoco d’artificio nel silenzio di una notte estiva.
E da lì tutto è iniziato e tutto ha iniziato ad avere un sapore autentico.
Poi sono riemersi i ricordi sbiaditi degli studi universitari e l’Analisi Transazionale di Eric Berne, nella relazione con se stessi (Io sono o non sono OK verso me stesso) e in quella con l’altro: IO sono OK / TU sei OK (++); IO non sono OK / TU sei OK (-/+); IO sono OK / TU non sei OK (+/-); IO non sono OK / TU non sei OK (-/-).
Di questi, in particolare, ho sperimentato la relazione “IO non sono OK / TU sei OK (-/+)” all’interno di una sessione formativa di allenamento per la mia non centratura come coach verso il mio coachee.
E allora mi sono chiesta: “Dove sono oggi?”, un’immagine emergeva nitida: i miei piedi nella sabbia, sulla riva del mare, mentre la risacca delle onde mi sfiorava appena, come un invito ad entrare.
Un tuffo nel mare: la mia fase di elaborazione.
Ed ecco, mi tuffo. “E cosa sento?” Sento il battito del mio cuore e intorno, silenzio. Un silenzio che sa di pace, sospeso in un tempo destrutturato.
Sono nel Flow di Csikszentmihalyi: uno stato in cui ci si sente completamente immersi in ciò che si sta vivendo, fino a perdere la percezione del tempo e dell’ambiente.
Sott’acqua non ho più i miei consueti punti di riferimento. La mia unica bussola sono io. Ripensando alla formula di Timothy Gallwey – “Prestazione = Potenziale – Interferenze”, comprendo che il mio ritorno a galla (Prestazione) dipende solo dalle mie risorse consapevolizzate (Potenziale), perché sono in una situazione ideale, dove non ci sono Interferenze, né interne né esterne.
IO sono più che mai al centro. Il mare non mi guida né mi suggerisce la strada, ma mi sostiene, mi accoglie, mi accompagna.
Ora IO sono OK verso me stessa, per dirla alla Eric Berne.
La rinascita: Le mie risorse consapevolizzate.
Riemergo. La prima sensazione che mi arriva è la leggerezza. Mi lascio galleggiare, cullata dalle onde. Il respiro si fa profondo e disteso. Sono in armonia con l’ambiente e con me stessa.
E in questo spazio nasce una nuova domanda: “E se la direzione fosse già dentro di me?”
Mi viene spontaneo un work-in, in cui mi osservo dal di fuori ed ho una prospettiva molto più ampia e completa dell’immagine in cui sono la protagonista di un film che scorre davanti ai miei occhi. “Cosa vedo ora che prima non vedevo?”
Vedo un faro, di quelli che non si trovano in giro facilmente…Luminoso, grande. Magnifico.
Eccola, la mia intuizione, il mio “insight”

Quel faro era sempre stato lì, ma solo adesso riesco a vederlo. Non indica una rotta precisa, semplicemente, illumina il paesaggio, perché io possa scegliere dove andare.
Il Pensiero laterale di Edward De Bono trattato nel corso PCP – Professional Coaching Program, mi ha permesso di esplorare soluzioni inaspettate da una prospettiva inedita.
Ora vedo il sole e il cielo azzurro, sento la brezza del mare sul volto, ma, soprattutto, ho messo a fuoco e consapevolizzato il mio faro, quella risorsa interna che avevo dimenticato in qualche cassetto del mio passato: la fiducia verso me stessa, ossia la capacità di far fronte alle avversità, di rialzarmi e saper trasformare il mio vissuto in un tesoro prezioso, in un’opportunità di crescita.
“Fiducia” non come una parola astratta, ma come un viaggio intrapreso in tutta la sua concretezza. Ora so restare in acqua anche quando è agitata, gestisco il mio respiro, decido se tornare a galla.
Ho preso coscienza di una competenza allenabile.
Le convinzioni limitanti emerse nel mio viaggio.
Nel mio percorso di coaching ho anche acquisito consapevolezza di alcune mie convinzioni limitanti:
“Ho bisogno di una guida esterna per sapere dove andare”
Quando mi vedo ferma sulla riva, con i piedi nella sabbia, mentre l’acqua mi sfiora appena. È l’attesa di un segnale, di un permesso, di qualcuno che indichi il momento giusto per entrare.
Nel coaching ho riconosciuto quanto questa convinzione mi abbia spesso portata a delegare fuori la mia direzione.
L’immersione, invece, mi ha restituito un’immagine diversa: sott’acqua la bussola sono io. Nessuna voce esterna, solo ascolto profondo.
“Se perdo i miei riferimenti…mi perdo”
L’idea di dover mantenere sempre punti fermi si è mostrata nel timore di lasciarmi andare all’immersione. Sotto la superficie, però, ho scoperto che lo smarrimento non coincide con il perdersi.
Restare senza riferimenti è diventata un’esperienza trasformativa: ho imparato che il vuoto non è mancanza, ma spazio di possibilità. Il mare non mi confondeva, mi invitava a fidarmi.
“Devo essere pronta prima di agire!”
E quindi rimando, credo che esista una condizione ideale prima del movimento. L’immagine del mare in continua trasformazione mi ha mostrato tutta l’illusione di questa idea: il mare non è mai uguale a se stesso, eppure non smette mai di muoversi.
Ho compreso che la prontezza non precede l’azione, ma nasce nel gesto stesso del tuffo.
“La difficoltà è un segnale che sto sbagliando rotta”
Ogni onda più forte era stata, per me, a lungo, un avvertimento: “Torna indietro!”.
Nel percorso di coaching questa convinzione si è ribaltata. La fatica, la resistenza, persino la paura sono parte del viaggio.
Le correnti non sono nemiche, ma elementi da leggere. È qui che ho incontrato la fiducia nelle mie possibilità come capacità di stare nella complessità.
“Se non controllo, rischio di affondare!”
Il bisogno di controllo era la mia ancora più pesante. L’idea che lasciarmi andare significasse perdere stabilità. Eppure, nel galleggiamento, ho sperimentato l’esatto contrario: meno controllo, più equilibrio.
Lasciarmi sostenere dall’acqua è diventata l’immagine di un nuovo modo di stare nelle situazioni: presente e consapevole.
Conclusioni:
Questo percorso mi ha insegnato a non dominare il mare, ma a stare in relazione con esso. A fidarmi del mio sentire come bussola.
Perché, in fondo, non è la destinazione a contare, ma il viaggio.
Il coaching non traccia rotte prestabilite, ma accompagna nel riconoscere la direzione che si sceglie di intraprendere.
E mentre il mare continua a muoversi, anche il mio percorso continua. Con una nuova consapevolezza: non ho bisogno di sapere dove sto andando. Mi basta riconoscere chi sono, mentre mi godo il viaggio.
Oggi posso guardarmi con gli “occhiali del coach”: quelli del non giudizio e dell’autenticità, assumendomi pienamente la responsabilità delle mie scelte.
So anche che non resterò più sulla riva in attesa del momento “giusto”. Quando sentirò il richiamo, mi tufferò. Porterò con me le domande, più che le risposte. Saranno loro a non farmi perdere.
Perché la direzione nasce dall’ascolto. E la scelta è sempre solo mia.

Grazie di cuore.
Marika Campeotto
Telent Acquisition & Employer Branding Expert, Coach Professionista – Veneto
mcampeotto@libero.it
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