Il Coaching e la direzione dello sguardo
In un libro della tradizione dell’India si racconta di un maestro nelle arti marziali che un giorno decise di mettere alla prova i propri allievi. Costruì un uccello di legno, lo dipinse con colori vivaci per renderlo visibile e posizionò il finto uccello sulla cima di un albero frondoso, nascondendolo parzialmente tra i rami. L’obiettivo era colpire esattamente l’occhio dell’uccello. Chiamò gli allievi e chiese ad alcuni di tendere l’arco, pronti a scoccare, ma ordinò loro di non rilasciare la freccia finché lui non avesse dato il comando. Al primo allievo il maestro chiese di mirare e, prima del comando, gli fece una serie di domande per verificare cosa stesse percependo:
“Vedi l’uccello sull’albero?”. “Sì, maestro, lo vedo”. “E cosa vedi oltre all’uccello?”. “Vedo l’albero, vedo te, vedo i miei fratelli e vedo il cielo”. Il maestro, deluso, gli ordinò di abbassare l’arco. Il maestro ripeté lo stesso identico test con tutti gli altri allievi che diedero risposte simili: vedevano le foglie, i rami, la frutta, il maestro o la terra. Ognuno di loro venne respinto senza poter scoccare la freccia.
Infine, il maestro si rivolse all’allievo di nome Arjuna. Gli ordinò di incordare l’arco, mirare all’uccello e rimanere immobile. Poi gli chiese: “Arjuna, vedi l’uccello, l’albero e me?”. “No, maestro. Io vedo solo l’uccello. Non vedo né te, né l’albero”. Il maestro, colpito dalla risposta, volle scavare ancora più a fondo per testare il limite della sua mente: “Se vedi l’uccello, descrivimi il suo corpo”. “Non vedo il corpo dell’uccello. Vedo solo la sua testa”. “Allora descrivimi la testa”. “Maestro, non vedo l’intera testa. Vedo solo il suo occhio”. Il maestro capì che la mente di Arjuna era diventata una cosa sola con l’obiettivo e ogni forma di distrazione visiva e mentale era stata eliminata. Il maestro gridò: “Scocca!”. Arjuna rilasciò la corda e la freccia partì all’istante, recidendo di netto la testa dell’uccello di legno e facendola cadere al suolo[1].
Nel poema epico del Mahabharata – in cui l’essere umano si trova a fronteggiare le molteplici sfide della vita – Arjuna non può che centrare il bersaglio. Totalmente unificato, l’arciere non vede altro intorno a sé. Tutte le energie fisiche e mentali di Arjuna sono pro-tese, indirizzate verso lo stesso fine e per questo a lui solo viene concesso di scoccare la freccia. Gli sguardi maestro e allievo sono diversamente orientati: uno focalizza l’obiettivo-occhio, l’altro focalizza l’allievo e cerca con delle domande di comprendere il percorso interiore compiuto, il grado di consapevolezza, se l’allievo sia maturo o meno per scoccare la freccia ed avere l’onore di confrontarsi con il risultato. Arjuna è completamente immerso nella disciplina in cui si cimenta, così come i coachee sono immersi nella propria vita e nelle trasformazioni che desiderano apportare. Nella prospettiva di quella lezione collettiva, l’aver centrato il bersaglio sarà stato certamente efficace e dimostrativo dell’insegnamento del maestro. Il coach, diversamente del maestro che ha un grado di coinvolgimento nell’esito finale, rivolge lo sguardo innanzitutto alla persona. E a volte, nel coaching, questo sguardo è rivolto alla persona in quanto tale, prima ancora che alla persona che desidera imprimere un cambio. Mantenere lo sguardo sulla persona e, allo stesso tempo, svincolare lo sguardo dalle aspettative richiede al coach un lavoro di calibrazione, per i numerosi condizionamenti che ciascuno porta con sé, per la condivisione degli obiettivi alla quale siamo abituati, per alcune implicazioni della cultura del Management by Objectives, di cui una parte del mondo è imbevuta e grazie alla quale è anche premiata. È questo un cambio di paradigma necessario per chi decide di intraprendere la professione di coach, più naturale da realizzarsi quanto più il coach impara a “godersi interiormente” le trasformazioni del coachee, le potenzialità divenute risorse, la mobilità e l’agentività che viene messa in campo nel percorso – si spera – di sorprendente fioritura.
L’uso dell’aggettivo sorprendente non è casuale. La tipologia di fioritura non è generalmente nota a priori. La fioritura è definita dal sentiero che il coachee sceglie liberamente di percorrere, dai riscontri che colleziona durante le sperimentazioni e dalle azioni che decide di intraprendere. Il percorso non è predeterminato. Le funzioni deterministiche lasciano il campo alle onde di probabilità[2]. Il percorso sembra avere dei tratti quantistici, ad esempio, nella possibilità di sostare in uno stato misto come nel caso del povero gatto di Schrödinger[3]: uno stato che è il risultato di stratificazioni del sentire, della coabitazione degli archetipi e dei bisogni che affiorano. Il percorso si dispiega nell’effervescenza delle interazioni energetiche tra le parti, nei salti di consapevolezza che richiedono l’elaborazione di una minima e necessaria quantità di informazioni affinché si realizzi il salto quantico e nella correlazione-intreccio dei fattori. Il coach è testimone attivo di questa evoluzione, accompagnando il coachee nella risposta alla propria “quercità”[4]. Nel corso di questo processo, il coachee – che traguarda innanzitutto il raggiungimento dell’obiettivo – scopre di essere beneficiario di quello che può apparire come un “bonus di percorso”, ma che è la materia del coach: aver trasformato le proprie potenzialità in risorse, guadagnando in consapevolezza, autoefficacia ed autonomia.
Viaggio verso un futuro desiderato generalmente poco esplorato nella vita ordinaria, perché afflitti dal peso del quotidiano. Un futuro di solito immaginato più per differenza con il presente, ma senza una reale esplorazione-elaborazione del futuro che vorremmo. La pratica del coaching invita a sostare quanto basta nell’oggi per proiettarsi con forza verso il domani desiderato, evitando di impaludarsi nel presente – o peggio nel passato – e rischiare di sconfinare in ambiti che non sono di competenza. Pensare e sentire il domani diventa un modo per identificare i cambi per svilupparlo e poi abitarlo in modo più autentico e soddisfacente, coniugando lungo il percorso soluzioni e visione. L’esplorazione del futuro desiderato carica di significato il cammino e contribuisce a creare la differenza di potenziale che genera forza motrice, nella consapevolezza che l’obiettivo può apparire più chiaro man mano che lo si avvicina e che gli errori sono occasioni per acquisire informazioni. Anche in ambito organizzativo – a meno che non ci siano dei driver economici oppure degli indicatori strategici che impongono un riposizionamento del punto di lavoro desiderato dell’organizzazione – è più frequente l’analisi dei singoli problemi e la loro rimozione facendo uso, nelle realtà più mature, degli strumenti messi a disposizione dalla letteratura di genere. Ci si abitua senza accorgersene a focalizzare i problemi, generando soluzioni tampone, nei casi più fortunati a focalizzare soluzioni ai problemi che siano integrate, raramente a focalizzare soluzioni organiche per riposizionarsi in modo strategico.
Il coaching è un metodo che lavora sui punti di forza ed è volto al raggiungimento di obiettivi. L’agilità e il pragmatismo che lo caratterizzano lo rendono integrabile ed efficace anche in affiancamento-completamento-coordinamento con altri percorsi e con altre figure professionali.
La cassetta degli attrezzi messa a disposizione del coach non è pronta all’uso, ma è fatta di strumenti e competenze in parte da sviluppare. Saper essere accoglienti e autentici verso il coachee e verso sé stessi non è un oggetto che si trova accanto alle matite colorate. Saper ascoltare e sviluppare alleanza neanche. Anche il coach, come il coachee, è parte di un processo di trasformazione.
Tra i ferri del mestiere del coach, ce n’è uno sul quale vorrei soffermarmi: il linguaggio verbale.
La sintassi, l’articolazione delle domande e la scelta delle parole sono centrali nel facilitare i movimenti interiori del coachee, pur rimanendo nei perimetri dell’accoglienza, del rispetto, dell’assenza di giudizio, dell’ascolto libero dai condizionamenti e dalle opinioni. Nella tradizione indiana le parole hanno un valore karmico, per cui il linguaggio non è solo un mezzo di comunicazione, ma un’azione fisica, mentale ed energetica reale. Ogni suono e parola è una causa che genera un effetto, influenzando la coscienza, l’ambiente e il destino futuro. Inoltre la dinamica causa-effetto non è determinata solo dall’azione in sé, ma anche dall’intenzione e dallo stato mentale con cui vengono pronunciate le parole (In questo è possibile trovare riscontro nella tradizione cristiana quando si recitano preghiere con intensità, raccoglimento e precise intenzioni). Nella meditazione la ripetizione consapevole di sillabe sacre o mantra viene utilizzata come tecnica spirituale per vari scopi, ad esempio per sgombrare la mente e purificarla.
Sempre nel Mahabharata si narra che un re organizzò una gara di tiro con l’arco per concedere la mano della propria figlia Draupadi al più valoroso. Alla gara partecipò l’intera élite guerriera e reale dell’antica India ed anche il nostro arciere preferito, Arjuna. Che, neanche a dirlo, vinse la gara e la mano di Draupadi. Tornando a casa, Arjuna disse alla madre: “Guarda cosa ho vinto!”. La madre, non vedendo chi o cosa avesse portato, rispose senza voltarsi: “Qualunque cosa sia, condividila con i tuoi fratelli”.
Quando la madre si girò e scoprì che non si trattava di un oggetto, ma di una giovane principessa, la sua parola era già stata data. Per rispettare il comando materno e non infrangere la parola della madre, Draupadi diventò la moglie di tutti e cinque i fratelli, che si impegnarono ad accoglierla, amarla e rispettarla. Questo è uno dei passaggi del poema in cui si intrecciano destino, dovere, tragedia e parola data. Quando Draupadi scoprì che, per una frase detta senza sapere, sarebbe diventata la moglie di cinque fratelli, si indignò, perché la richiesta andava contro i princìpi matrimoniali tradizionali e l’ordine che ne derivava. Draupadi mise in discussione la giustezza della decisione, chiedendo come potesse essere moralmente accettabile, e si appellò ai saggi, perché la questione non riguardava solo lei, ma l’ordine morale stesso (“il dharma”). Draupadi è una delle figure più potenti del poema: non accetta mai passivamente quanto accade, ma costringe tutti a confrontarsi con la complessità del dharma. Non si rassegna ad essere vittima degli eventi ma diventa voce che obbliga gli eroi e i saggi a guardare le conseguenze delle loro parole.
Le parole dunque vanno scelte con cura perché creano immagini e rimandi, sono evocative, radicano convinzioni, generano conseguenze. Le parole sono strumento di accompagnamento delle persone verso la fioritura, attraverso questa pratica di trasformazione che è insieme antica e moderna, per i diversi terreni in cui affondano le sue radici e per lo slancio verso il cambiamento.
[1] La narrazione degli episodi citati si ispira alla versione cinematografica di Peter Brook del Mahabharata. Il Mahabharata è uno dei più celebri poemi epici dell’India composto da varie parti scritte tra il IV sec. a.C. e il IV sec. d.C.
[2] L’ onda di probabilità è un concetto della meccanica quantistica: è una funzione che descrive non dove la particella si trova ma dove potrebbe trovarsi e con quale probabilità.
[3] Esperimento mentale ideato dal fisico Erwin Schrödinger nel 1935. Secondo la teoria quantistica, finché non si osserva un sistema, esso può trovarsi in una sovrapposizione di stati: nel caso del gatto, vivo e morto allo stesso tempo.
[4] James Hillman nel libro “Il codice dell’anima” (Adelphi 1997) formula la teoria della ghianda in cui la quercità è ciò che in ciascuno è già scritto, non come destino rigido, ma come immagine originaria dell’anima. È dunque la forma naturale di ciascuno, ciò che si è chiamati a diventare.
Stefano De Santis
Bid and Project Management Manager & Coach Professionista – Lazio
sds.email@yahoo.com
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