Categoria: “Agentività” personale: capire cosa c’è dentro per guardare cosa c’è fuori

Categoria: “Agentività” personale: capire cosa c’è dentro per guardare cosa c’è fuori

“Agentività” personale: capire cosa c’è dentro per guardare cosa c’è fuori

Concetto chiave della teoria socio-cognitiva di A. Bandura, l‘autoefficacia si basa sulla convinzione di avere le capacità necessarie a mettere in pratica quelle azioni finalizzate all’ottenimento di un dato risultato. Inoltre, questo “senso” orientativo “[…] è direttamente collegato al livello di prestazione, sia attraverso la misura e la qualità data all’obiettivo personale, sia grazie all’impegno e alla costanza che derivano dalla fiducia di poter avere successo” (Pannitti, Rossi, 2012).

La relazione percettiva che intercorre tra il target da raggiungere e la possibilità di farcela mette in moto “l’agentività” personale, ovvero quella spinta umana a voler rendere concreti i propri sforzi, vedendoli realizzati in funzione degli obiettivi da perseguire. In tale frangente, si aprono due scenari, distinti ma strettamente correlati, che impattano notevolmente sulla capacità del Coachee di far fronte a una propria difficoltà relazionale o a un problema operativo di qualsiasi tipo.

Prima ancora della costruzione di un obiettivo chiaro e ben definito, che verrà poi affinandosi nel corso delle varie sessioni rispetto al motivo per il quale nasce il rapporto stesso di Coaching, uno scenario è proprio l’identificazione dell’obiettivo stesso che, se a volte, può palesarsi direttamente nel voler migliorare una data prestazione lavorativa/sportiva o nel gestire meglio una situazione divenuta col tempo insostenibile, in altri casi, appare priva di un riconoscimento iniziale, una sorta di “carta bianca” sulla quale il Coachee non sa né cosa né come potrà scriverci sopra qualcosa.

Un esempio, tratto dalla mia esperienza personale, è stato l’aver ricevuto il contatto da una persona che voleva avviare un intervento di Coaching per capire cosa fosse e se “questa cosa” avesse poi potuto “fare al caso suo”; non c’era la necessità di perseguire un obiettivo, anche vago o generico, bensì la curiosità di sperimentare una pratica che, magari, provandola dal vivo, avrebbe forse portato da qualche parte. Altri casi, più frequenti, riguardano la volontà di raggiungere un obiettivo che solo all’apparenza risulta chiaro al Coachee, in quanto, al di là dei buoni intenti, sotto la superficie prettamente cognitiva, si nasconde un mare agitato che, nel corso delle sessioni, il Cliente avrà modo di esplorare per trovare la sua rotta.

E in questa dimensione sommersa si apre lo scenario complesso della fiducia del Coachee nelle proprie capacità e in quel senso di autoefficacia che, se non percepito a livello conscio, rischia di orientare la relazione di Coaching verso un rapporto “medico-paziente”, caratterizzato da una dipendenza del Cliente nei confronti del Coach e alimentato da un uso ricorrente della delega, quale strumento di deresponsabilizzazione nei confronti del proprio agire.

Quindi, tra l’identificazione dell’obiettivo, che possiamo metaforicamente rappresentare come “l’isola” a cui approdare, e la valutazione della capacità soggettiva commisurata al raggiungimento della destinazione, da intendersi come il sentirsi più o meno abili nel saper tenere la rotta della propria “barca”, si apre il mare dell’”agentività”, ovvero la facoltà del Coachee di far accadere gli eventi, di esercitare un’influenza concreta sulla sua realtà, finalizzata ad affrontare le onde che separano l’imbarcazione da una terraferma ancora lontana.

Da un lato, ho avuto modo di incontrare Coachee dalle idee molto chiare circa gli obiettivi personali da raggiungere (es. miglioramento di performance, gestione di situazione conflittuali, superamento di esami), dove “l’isola” appare talmente ben focalizzata che il Cliente sembra parlarne come di una fotografia; il paesaggio è molto ben delineato, fin da subito, ma il Coachee non ha la minima idea sul come utilizzare la sua “imbarcazione” per intraprendere la traversata nel migliore dei modi, non trovando in sé stesso una mappa utile che lo aiuti a capire come muoversi.

Dall’altro lato, invece, ho conosciuto Coachee fortemente consapevoli delle proprie capacità, dotati di un senso di autoefficacia caratterizzato da sicurezza, fiducia e volontà assai marcato, quindi conoscitori esperti delle manovre da eseguire in mare dal timone della loro “barca”, ma privi di una destinazione chiara verso cui indirizzare la rotta, per realizzarsi in maniera completa o per “lasciare un segno” sulla sabbia.

L’agentività”, che possiamo intendere un po’ come “la forza di braccia” da impiegare nell’utilizzo dei remi della “barca” per attivarsi in funzione della meta individuata, s’inserisce proprio tra lo sviluppo di un solido senso di autoefficacia e il processo d’identificazione di un obiettivo ben definito; quindi, la miglior preparazione possibile per affrontare un viaggio di cui risulta chiaro il dove voler arrivare, ma il concetto di “agentività” non esclude né un impiego inefficace delle proprie capacità né la perdita dell’orientamento in corso d’opera.

Un conto è lavorare attivamente sull’intenzione personale, riflettere per capire quanto il Coachee possa investire di e su stesso per arrivare al raggiungimento dell’obiettivo, un altro è predeterminare l’esito delle proprie azioni, evitando di considerare gli effetti che quelle stesse azioni potrebbero generare. Se uno studente trova e alimenta la sua motivazione (autoefficacia) nell’applicarsi a una materia per superarne il relativo esame (obiettivo), non è detto che il risultato dato dal suo impegno corrisponda all’ottenimento del buon voto desiderato, in quanto, come sottolinea lo stesso Bandura, “l’agentività” si focalizza sull’intenzione ed è determinata da più fattori interdipendenti.

Se bastasse studiare per superare un esame, intervenire durante una riunione per acquisire sicurezza o allenarsi più del necessario per realizzare una performance eccellente, chiunque sarebbe in grado di raggiungere obiettivi personali e professionali di alto livello. Non si tratta di lavorare solo sulla “quantità” (es. ore di studio, lavoro o attività fisica cui dedicarsi, presentazioni in pubblico da sostenere, colloqui di valutazione da gestire), ma soprattutto sulla modalità con cui il Coachee costruisce quelle convinzioni dalle quali deriva un senso di autoefficacia (più o meno) percepito, in rapporto alla definizione di un obiettivo (più o meno) chiaro a cui tendere.

Ciò che determina le convinzioni del Cliente si basa su molteplici fattori interni, costantemente alimentati da esperienze esterne che possono confermarne o meno l’influenza, condizionando “l’agentività” del proprio operato, ma il Coachee “[…] non è obbligato a dare risposte a ogni specifico elemento del suo ambiente. D’altro canto, anche le domande da parte dell’ambiente sono minime, e l’individuo può non accettarle tutte come pertinenti in un dato momento. Se quindi non si subiscono coercizioni, la non necessità nella relazione individuo-ambiente lascia via libera alle risorse dell’essere vivente, che […] può enfatizzare le ‘proprie forze’” (Bateson, 1996).

 

Federico Polidori
Training Manager, RPG Designer, Life Coach
Cologno Monzese (MI)
federicom18@libero.it

 

 

 

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