Categoria: Analisi olistica del Coaching

Categoria: Analisi olistica del Coaching

Analisi olistica del Coaching

L’essere umano è un sistema complesso formato da Corpo, Mente e Anima, che potremmo definire come la Santa Trinità dell’individuo.

L’organismo umano è un perfetto complesso fatto di relazioni, connessioni e processi fisiologici atti a mantenere la costanza dell’ambiente intra ed extracellulare, ovvero l’omeostasi. Così come il corpo, anche la dimensione del mentale necessità di un corretto equilibrio che determina quindi lo stato di salute psichico e la “funzionalità” dell’individuo. Infine abbiamo il terzo e ultimo protagonista della Trinità umana: l’Anima.

L’equilibrio dell’Anima viene spesso legato alla sfera del mentale e quindi accorpato al corretto funzionamento del campo logico-emozionale e solo in alcune branchie della Psicologia, o quando si parla di spiritualità viene davvero presa in esame come un elemento distinto e a sé stante. La dimensione dell’Anima, però non è la stessa cosa del mentale. Le idee e le emozioni, il processo logico-analitico e la capacità di introspezione sono capacità tipiche del mentale, mentre le pulsioni più profonde, quelle che Jung ascriveva all’inconscio individuale e a quel Sé meta del processo di Individuazione, sono invece elementi costituzionali della dimensione Anima.

 

La Relazione Facilitante come pratica olistica

Il metodo del Coaching, per sua struttura, tiene conto della persona nella sua complessità e rispetta l’individuo quale essere Unico ed Irripetibile. In questo senso il Coaching ha un approccio olistico. Quando di parla di olismo, si parla di un metodo che tiene conto dell’essere umano nella sua totalità, infatti olismo, dal greco, hòlos, significa totale e globale; l’olismo si basa quindi sull’idea che le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite l’analisi delle sue singole componenti, in quanto la somma funzionale di tutte le parti è sempre maggiore, o comunque differente, dalla somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente. Le pratiche olistiche si basano sulla visione che considera la persona nella sua completezza e sono atte a favorire lo sviluppo dell’individuo in tutti i suoi aspetti fondanti.

Questo approccio olistico si manifesta, nel Coaching già dai primi momenti in cui il Coach incontra il suo Coachee, mettendo in atto quelle che si possono riassumere come le “Quattro A”, che creano la Relazione Facilitante, caratteristica del metodo del Coaching. Tale relazione è il mezzo grazie al quale è possibile far emergere il potenziale del Coachee e far sì che ne prenda consapevolezza.

Le Quattro A sono: Accoglienza, Ascolto, Alleanza e Autenticità.

Il Coach accoglie il Coachee nel senso più ampio del termine e che amo riassumere con il termine indiano “Namasté” che si traduce in modo letterale con: “mi inchino a te”. Namasté ha anche una valenza spirituale più profonda e il significato più appropriato, seppur non letterale, è: “saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te”; tale saluto si accompagna ad un mudrā, ovvero un gesto simbolico in cui, in questo caso, si uniscono le mani all’altezza del petto e si china il capo, il tutto è traducibile con: “le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te”, o in maniera più ampia e completa come: unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te. Il Coaching lavora proprio per consentire alla persona di far emergere il proprio potenziale e quest’ultima traduzione del saluto indiano, è un’ottima rappresentazione del tipo di Accoglienza che un Coach mette in atto verso la persona che ha davanti.

Abbiamo quindi: l’Ascolto. Il Coach pratica quello che viene definito “ascolto attivo”, che ha lo scopo di focalizzarsi sul Coachee e il suo racconto, senza l’impellenza di controbattere e rimanendo sul fulcro centrale, ovvero la persona, che diviene protagonista su un palco invisibile. L’ascolto attivo del Coach gli consente di formulare domande, fare rimandi e dare feedback d’ascolto. Il silenzio è parte integrante dell’Ascolto e pertanto è uno degli strumenti a disposizione del Coach, che lo userà per promuovere l’esplorazione di sé del Coachee.

In un’ottica olistica vediamo come l’Ascolto sia duplice: da una parte il Coach, con tutto il suo bagaglio di emozioni, esperienze e conoscenze, che si mette in ascolto del bagaglio del suo interlocutore e di tutto ciò che caratterizza il suo mondo; dall’altra parte abbiamo il Coachee che viene sì ascoltato, ma che a sua volta si mette in ascolto di sé stesso e della sua parte più profonda, ovvero la sua Anima.

La terza “A” alla base della Relazione Facilitante è l’Alleanza. Il Coach si muove accompagnando il Coachee, nei modi e nei tempi definiti da quest’ultimo e aderisce in modo totale a ciò che il cliente vuole realizzare. E’ un’alleanza senza la quale non è possibile fare Coaching.

Infine abbiamo l’Autenticità del Coach, che è trasversale ai precedenti tre aspetti e allo stesso tempo li definisce e conferisce loro una forma nel concreto; è un modo di essere ancor prima di un modo di fare. L’Accoglienza, l’Ascolto e l’Alleanza devono essere Autentici, poiché il Coachee deve sentire che il Coach è vero nella sua empatia, che è una persona genuina. La mancanza di Autenticità, vera o percepita che sia da parte del Coachee, ne attiva i meccanismi di difesa, e comporta quindi una chiusura, la fuga o l’aggressività del cliente e incrina completamente la relazione che deve invece formarsi tra Coach e Coachee. Se non c’è Autenticità, non può esserci Relazione Facilitante.

 

Eudaimonia e consapevolezza di sè

Molti Maestri, nei secoli, hanno parlato, anche usando nomi diversi, del concetto di “missione di vita”, ovvero dello scopo per cui siamo venuti al mondo e di ciò che più di tutto sentiamo di voler realizzare. Questa tendenza all’eudaimonia è la sfera d’azione dell’Anima.

L’eudaimonia è definita dall’enciclopedia Treccani come: “dottrina che considera naturale per l’uomo la felicità e assegna alla vita umana il compito di raggiungerla”. Aristotele, grande Maestro della Grecia Antica, usava tale parola per identificare il bene supremo, intendendo quindi la felicità e la prosperità massime a cui l’uomo anela. Secondo il suo pensiero, l’eudaimonia doveva essere lo scopo di ogni esperienza tesa alla felicità e l’obiettivo della ricerca personale. Nella filosofia aristotelica, la felicità e la realizzazione di sé erano il modo per sperimentare il mondo e il fine ultimo di ogni uomo.

La parola “eudaimonia” nasce dalla congiunzione di due termini: eu (bene) e daimon (demone), da cui si ottiene la traduzione: “buon demone”. Socrate sosteneva che chi nella sua vita era riuscito a realizzare positivamente il suo demone (eu) avrebbe di conseguenza raggiunto la felicità eudaimonica. Pertanto la felicità è intrinsecamente legata alla realizzazione di sé e non si trova fuori di noi. Lo stesso Democrito sosteneva che “felicità e infelicità sono fenomeni dell’anima” che, prova piacere o dispiacere nell’esistere a seconda appunto di quanto si sente realizzata. La realizzazione di sé è un bisogno dell’Anima e determina, o meno, la nostra felicità.

La felicità è stata oggetto di molti studi, tra cui una ricerca di Martin Seligman, uno dei padri fondatori della Psicologia Positiva, che ha identificato vari tipi di felicità e vita felice, raccolti e suddivisi per una serie di aspetti diversi. La felicità più intensa, in termini sia di intensità che di longevità, è quella che lui chiama “the meaningful life” ovvero la vita felice piena di significato.

La necessità di dare un senso alla propria esistenza era stata già provata dagli studi dello psicologo viennese Viktor Frankl (1905-1997), che basò il suo metodo di cura nell’aiutare le persone a scoprire il significato della propria esistenza, che lui identificava come scopo primario dell’essere umano.

Nella ricerca di un senso da dare alla nostra esistenza, e quindi della realizzazione di noi stessi come individui, occorre acquisire consapevolezza di sé e di ciò che maggiormente ci caratterizza.

Facendo un passo indietro nella storia, troviamo nuovamente indicazione di quanto questo sia vero, leggendo l’epigramma di Pallada, poeta di Alessandria d’Egitto del IV secolo d.C., che recita:

“Dì un po’: com’è che tu misuri il cosmo e i limiti della terra,
tu che porti un piccolo corpo formato da poca terra?
Misura prima te stesso e conosci te stesso,
e poi calcolerai l’infinita estensione della terra.
Se non riesci a calcolare il poco fango del tuo corpo,
come puoi conoscere la misura dell’incommensurabile?”
(Antologia Palatina, XI 349)

Ecco quindi il famoso “Conosci te stesso” posto all’ingresso del tempio del dio Apollo a Delfi, e la nota versione estesa: uomo, conosci te stesso e conoscerai l’universo degli dei; anche in questa versione di Pallada si pone l’accento sulla consapevolezza di sé per poter conoscere anche il mondo che abbiamo attorno (“..l’infinita estensione della terra”). Nulla esiste all’infuori di noi, ciò che viviamo come “esterno” è un’estensione di ciò che caratterizza il nostro “interno”, in quanto viviamo il mondo nella misura in cui lo percepiamo in modo soggettivo. Occorre dunque conoscere sè stessi, per capire ciò che si ha attorno.

 

Il Coaching come pratica olistica

Il percorso di Coaching, in particolare nell’ambito del Life Coaching, aiuta l’individuo a riprendere il contatto con la sua essenza (Anima), per lavorare attivamente sulla sua realizzazione personale e sul conoscere sé stessi, le proprie attitudini, capacità e risorse. Lo scopo del Coaching è quello di accompagnare il Coachee, nel rispetto della sua Unicità ed Irripetibilità, nel raggiungimento degli obiettivi da lui definiti. Grazie alla Relazione Facilitante, il Coachee migliora le sue competenze con la valorizzazione e il potenziamento delle sue risorse, lavorando sulla consapevolezza (conosci te stesso). Il Coaching arricchisce Coach e Coachee in modo uguale, seppur su piani diversi. Il Coachee è e resta l’unico vero protagonista del palco del percorso di Coaching, ma l’opera che viene messa in atto coinvolge anche il suo pubblico, che in questo caso è rappresentato dal Coach. In tal senso l’attore e l’audience entrano in risonanza vibrando sulla stessa frequenza.

Il Coaching lavora per aiutare il Coachee a sviluppare il suo potenziale in un’ottica eudaimonica. Parlando di potenziale e di cosa è, ricordiamo la teoria della ghianda di James Hillman, psicologo analista junghiano, che sosteneva che ogni persona nasce con una sorta di imprinting e che realizzare tale vocazione sia fondamentale nella sua esistenza. Una volta individuata tale vocazione, sarà quindi necessario lavorare per realizzare tale proposito. Secondo Hillman, essendo questa “vocazione di vita” innata in ogni individuo, significa che in ciascun bambino si “nasconde” il potenziale per realizzare tale vocazione, in modo molto similare ad una ghianda, che racchiude in sé tutte le caratteristiche e le potenzialità per essere una maestosa quercia. Ancora una volta i concetti di missione di vita e di migliore realizzazione di sé ritornano e il mezzo indispensabile per la loro concretizzazione è la consapevolezza delle proprie innate risorse e qualità innate. Il Coaching risulta in tal senso uno strumento potente per affrontare questo percorso di profonda introspezione, volto alla conoscenza di sé.

Le risorse consapevolizzate vanno allenate e fatte proprie, ovvero interiorizzate, per poter diventare un efficace strumento su cui poter contare nella quotidianità. A fine sessione, infatti, il Coach può proporre un vero e proprio work-out al Coachee, che si andrà ad affiancare al piano d’azione e all’obiettivo tra una sessione e l’altra. Questo aspetto del Coaching fa leva sull’autodeterminazione e sul senso di responsabilità del Coachee che, non solo è chiamato a decidere i propri obiettivi e ad elaborare come raggiungerli con una serie di azioni pratiche, ma è anche l’unico fautore del loro raggiungimento.

L’autodeterminazione e la responsabilità personale a cui è chiamato il Coachee hanno lo scopo di aumentare il suo senso di autoefficacia o agency, che così allenato è fondamentale per l’autonomia del Coachee. In questo modo egli si allontana dalla sensazione di inadeguatezza o del fallimento generati dalla sua crisi di autogoverno (che costituisce la spinta al cambiamento/miglioramento e genera la domanda di Coaching) e prende coscienza delle parti migliori di sé, le allena e le sperimenta così da utilizzarle poi efficacemente nella sua vita.

L’eudaimonia è la spinta interiore verso la felicità e l’autorealizzazione, ed è quindi il punto di partenza, di arrivo, e determina una costante di tutto il percorso di Coaching in un’ottica di Vera Evoluzione personale.

 

Conclusioni

Le discipline olistiche lavorano allo scopo di favorire lo sviluppo della persona a 360°, tenendo conto della complessità dell’essere vivente e di tutti gli aspetti che lo contraddistinguono: corpo, mente ed Anima. Lavorando per obiettivi, che possono essere di ogni genere e relativi a qualsiasi ambito, il Coaching rispetta profondamente l’Unicità e l’Irripetibilità di ogni essere umano, adottando quindi un approccio olistico.

Il metodo del Coaching è concreto e si basa su numerosi studi di Psicologia e altre discipline che si occupano di capire come funziona la psiche umana, dove nasce la motivazione all’azione, oltre a porre l’attenzione su concetti quali l’autorealizzazione e la cura di sè. Il Coaching accompagna la persona in un percorso introspettivo volto a trovare risorse e soluzioni che sono unici per ogni individuo. Ciò che in ogni percorso di Coaching viene allenato e stimolato è la responsabilità personale e, per estensione, l’autonomia della persona, oltre alle risorse identificate dal Coachee.

Il Coaching può davvero arricchire una persona e aiutarla nella sua crescita personale, ma solo se la persona ne ha la volontà. Non basta il pensiero positivo, ma occorre esserci e compiere azioni concrete per ottenere un Vero cambiamento, per realizzarsi e per conoscere tutto di sé. Parliamo in un sistema aperto e non invasivo, che si distanzia da altre tecniche che hanno la pretesa di fornire soluzione preconfezionate.

Nell’adempiere alla propria missione di vita, che conferisce significato alle nostre esistenze, sperimentiamo il massimo senso di Appartenenza e comprendiamo di essere immersi nel Tutto, poiché nulla esiste nulla all’infuori di noi. Conoscere sé stessi attraverso l’acquisizione progressiva di consapevolezza è l’unico modo per combattere la separazione che sperimentiamo quando non siamo in linea con ciò che dobbiamo realizzare. L’Unità di Sé è consapevolezza delle proprie risorse e dei propri limiti, nella comprensione della propria natura. Il Coaching, quale metodo che possiamo definire olistico, si presenta come un ottimo strumento per lavorare concretamente sulla propria consapevolezza, a prescindere dall’obiettivo finale, e arrivare a sperimentare il vero senso di appagamento di chi ha realizzato sé stesso.

“Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa.” (Luigi Pirandello)

 

Cristina Adorno
Life Coach
Floriterapeuta & Naturopata
Genova
adorno.cri@gmail.com

 

Nota:
Le 4A della Relazione Facilitante sono proprietà intellettuale di INCOACHING® Srl.

 

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