Categoria: Autenticità e Accoglienza

Categoria: Autenticità e Accoglienza

Autenticità e Accoglienza

Un collegamento tra coaching e il libro “I doni dell’imperfezione” di Brené Brown

In questi ultimi due anni, ricchi di cambiamenti personali, sono riuscita a dare un significato profondo alla parola autenticità. Quando penso all’autenticità, penso al valore etico che ha per me, al coraggio quotidiano di scegliere di vivere con integrità, parlando in modo onesto e aperto di ciò che sono, di cosa provo e delle mie esperienze. Nonostante le difficoltà iniziali, convivere con la vergogna e la paura di mostrarmi fragile agli occhi delle persone a me più care, posso dire oggi che questa è stata la scelta più importante della mia vita: un dono a me stessa che ha fatto emergere le mie risorse nascoste e il rispetto verso di me.
Liberarmi dal giudizio esterno e dalla mania di perfezionismo che mi sabotava, imparare ad accogliere le mie fragilità, sapere gestire le mie emozioni nella vita di tutti i giorni, ha generato in me una grande forza interiore.
Questo cambiamento mi ha insegnato ad ascoltare il mio intuito e i segnali del corpo, risvegliando la connessione con la mia parte più autentica.

Questo percorso è iniziato grazie alla lettura dei libri I doni dell’imperfezione di Brené Brown e Trust Your Vibes di Sonia Choquette.
Successivamente, è emersa la volontà di intraprendere un percorso professionale nel coaching, unendo la mia crescita personale a una nuova dimensione lavorativa. Il coaching mi ha riportata all’importanza della pratica dell’autenticità nella relazione facilitante, non solo nella vita personale, ma anche nel lavoro con gli altri.

Per questo motivo ho deciso di scrivere questo articolo, creando un collegamento tra i concetti di autenticità e accoglienza così come descritti da Brené Brown e le 4 A della relazione facilitante: Accoglienza, Ascolto, Alleanza e Autenticità.

La relazione facilitante nel coaching

Nel percorso di coaching, la relazione rappresenta lo spazio più prezioso: un luogo protetto, autentico e aperto, dove il coachee può esplorare se stesso e far emergere il proprio potenziale. Il coach, con la sua presenza consapevole, diventa una guida che accompagna, non dirige, sostenendo la crescita evolutiva del coachee.
Paul Watzlawick, nel suo secondo assioma della comunicazione, afferma che la comunicazione umana si sviluppa su due livelli — il contenuto e la relazione — e che la seconda classifica il primo.
Le 4 A della relazione facilitante: Accoglienza, Ascolto, Alleanza e Autenticità diventano quindi le colonne portanti di una partnership significativa tra coach e coachee. In parallelo, Brené Brown, con le sue ricerche sulla vulnerabilità e sulla vergogna, ci invita a “scegliere il coraggio invece del comfort” e a ricordare che “la connessione autentica nasce quando ci permettiamo di essere visti, davvero visti”.

Accoglienza

L’accoglienza è alla base di ogni relazione facilitante. La capacità di accogliere l’altro nasce prima di tutto dalla capacità di accogliere se stessi. Nessuno può essere comprensivo e aperto se prima non è compassionevole con se stesso.
Accogliere significa dire all’altro: “Grazie per farmi entrare nel tuo mondo. Sei unico così come sei.”
È un atto di accettazione incondizionata profonda, che disinnesca nell’altro la paura del rifiuto e crea le condizioni per il cambiamento. Nel coaching, l’accoglienza è un atto di coraggio e di presenza, che richiede da parte del coach empatia, sospensione del giudizio e capacità di entrare nel mondo del coachee, nel tempo del kairos, il tempo del qui ed ora. Il risultato è una connessione profonda tra il coach ed il coachee, un’energia che emerge quando il coachee si sente visto, sentito e compreso.
A questo proposito Brené Brown sottolinea il bisogno primordiale dell’essere umano di appartenenza, evidenziando come spesso questo si trasformi nella continua ricerca di approvazione. Dalle sue ricerche emerge che le persone associano profondamente l’amore al senso di appartenenza e scrive:

Apparteniamo solo quando non dobbiamo dimostrare nulla per essere accettati.

 

Ascolto

L’ascolto non è un atto passivo, ma al contrario è essere pienamente presenti, offrendo attenzione non solo alle parole, ma anche ai silenzi, ai gesti, alle emozioni.
Nel coaching, l’ascolto efficace comprende:

• il silenzio attivo, che permette di cogliere ciò che emerge oltre il linguaggio verbale;
• il feedback d’ascolto, utile per restituire, verificare o focalizzare il contenuto e le emozioni espresse dal coachee;
• le domande efficaci, che aprono nuove prospettive e invitano all’esplorazione.

Tutto ciò avviene in una posizione meta, in cui il coach mantiene uno sguardo neutrale ed oggettivo per avere una visione globale della situazione. Si può quindi dire che l’ascolto è accoglienza in azione.

Alleanza

L’alleanza è la terza A della relazione facilitante. È un’alleanza basata sulla fiducia che unisce coach e coachee nel percorso di coaching. Si costruisce nel tempo e quando c’è fiducia nel metodo, nel coach e nella relazione, il coachee inizia a sviluppare fiducia anche in se stesso.
Questa fiducia soddisfa nel coachee il bisogno profondo di riconoscimento, rafforza l’autostima e la consapevolezza della propria unicità, attivando così il processo di cambiamento e l’allenamento del potenziale, assumendosi la piena responsabilità.
L’alleanza diventa quindi un laboratorio di autenticità e di crescita condivisa.

Autenticità

L’autenticità è il cuore pulsante della relazione facilitante. Significa essere coerenti tra ciò che si sente, si pensa e si agisce. Non è una qualità da raggiungere, ma una pratica quotidiana. Nel coaching, l’autenticità del coach genera un effetto a specchio nel coachee, che a sua volta impara a portare la propria autenticità nella relazione.
Brené Brown, ne I doni dell’imperfezione, scrive:

L’autenticità è la pratica quotidiana di lasciare andare chi pensiamo di dover essere e abbracciare chi siamo davvero.

 

Essere autentici implica vulnerabilità, che B. Brown definisce come “il nostro più grande segno di coraggio.” È la disponibilità a essere visti per ciò che siamo, anche nelle nostre imperfezioni. Nei suoi studi, B. Brown mostra come il perfezionismo non sia una spinta sana verso il miglioramento, ma un meccanismo di difesa contro la vergogna.
Le persone che vivono con senso di autenticità non sono prive di paura né immuni dalle critiche, ma scelgono comunque di mostrarsi per ciò che sono e di lasciar andare il giudizio altrui, creando una connessione profonda e sincera con sé stesse, perché è proprio questo che significa essere persone forti e con carattere: saper gestire la propria vulnerabilità e amarsi così, nella propria imperfetta interezza.

Nel libro, B. Brown parla inoltre delle risorse nascoste che emergono quando ci permettiamo di essere vulnerabili e che diventano veri e propri superpoteri:

Diventare determinati: attivare il proprio potenziale attraverso immaginazione e creatività, anche nelle situazioni di forte vulnerabilità, senza indietreggiare o compiacere gli altri, ma restando fedeli alle proprie intenzioni.
Diventare ispirati: lasciarsi motivare dal coraggio di chi condivide il proprio lavoro e la propria opinione con il mondo, ricordando che il coraggio è contagioso.
Agire: mantenere l’autenticità come priorità, specialmente nei momenti difficili. Farlo significa prevenire la vergogna, evitare il rimpianto e rafforzare la relazione con sé stessi.

Una frase che per me racchiude il significato più profondo dell’autenticità è quella di Theodore Roosevelt nel celebre discorso The Man in the Arena, che è stata ripresa anche nel libro I doni dell’imperfezione:

Non è il critico che conta, né colui che indica come l’uomo forte inciampi o come chi agisce avrebbe potuto fare meglio.
Il merito spetta a colui che è realmente nell’arena, il cui volto è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue;
a colui che, pur sbagliando e fallendo più volte, osa compiere grandi imprese.

 

Queste parole mi ricordano ogni giorno il valore del coraggio di “stare nell’arena”: di mostrarsi, di tentare, di fallire e di rialzarsi, restando fedeli a sé stessi.

 

Conclusione

Desidero concludere con una frase di B. Brown che racchiude l’essenza di questo articolo e di quanto sia un processo evolutivo fondamentale e che tutti dovrebbero fare per brillare di propria luce e accedere alle nostre più risorse infinite.

Prendere possesso della nostra storia può essere difficile, ma non quanto passare la nostra vita a fuggirne. Abbracciare la nostra vulnerabilità può essere rischioso, ma non quanto rinunciare all’amore, al senso di appartenenza e alla gioia, le esperienze che ci rendono più vulnerabili. Soltanto quando siamo abbastanza coraggiosi da esplorare l’oscurità, scopriremo la potenza infinita della nostra luce.

 

Giulia Palazzi

Assistente di Direzione con delega alla comunicazione e marketing – Coach Professionista | Emilia Romagna

giuliagiulspalazzi@gmail.com

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