Categoria: Chiedimi se sono felice!

Categoria: Chiedimi se sono felice!

Chiedimi se sono felice!

Sin da quando ho memoria del mio passato, la ricerca della felicità è stata un tema importante della mia vita. Tra i ricordi nebulosi della mia infanzia, affiorano sensazioni di mancanza e di ricerca di uno stato di benessere. È come se avessi sempre anelato a qualcosa che mi completasse.

Per molti anni individuai in mia madre l’oggetto del desiderio idealizzandone la figura e patendone le divergenze caratteriali e comportamentali.

Poi mi rivolsi alla fede cristiana, cercavo in Dio un riferimento e quella protezione che non avevo trovato in mio padre, prematuramente scomparso. La mia felicità dipendeva da un’entità sovrannaturale a cui affidavo le sorti della mia vita e sulla quale riversavo le mie sofferenze.

Intorno ai vent’anni mi avvicinai al Buddismo di Nichiren Daishonin (un monaco giapponese vissuto nel XIII secolo) e vi intravidi la salvezza.

 

Buddismo e Coaching: la mia vita

Il Buddismo, mi spiegarono i praticanti, era un mezzo per costruire la nostra felicità e realizzare i nostri desideri. Mi insegnarono l’importanza di pormi degli obiettivi precisi da fissare su carta, senza darmi dei limiti. Iniziai a praticare.

La pratica consiste nel ripetere la frase “NamMyoho Renge Kyo”( Daimoku)  per un tempo a piacere e nel recitare due volte al giorno una preghiera chiamata Gongyo, davanti ad un mandala chiamato “Gohonzon”. Il Gohonzon rappresenta la nostra vita, quando preghiamo ci rivolgiamo al nostro massimo potenziale, la Buddità (lo “stato illuminato”), che è presente in ognuno di noi. Effettivamente realizzai molti scopi.

Questa prima fase viene definita come la “fortuna del principiante”. Continuando nella pratica capii che nulla arriva dall’esterno ma era frutto di un lavoro interno di cambiamento definito “Rivoluzione Umana”.

Sono buddista da 30 anni e posso dire di aver realizzato la vita che desideravo pur passando attraverso crisi, sofferenze, cadute, a cui sono seguite altrettante rinascite.

Nel corso di questo tempo sono diventata più ottimista, ho sostituito la lamentela con la gratitudine e con un atteggiamento più fiducioso. Ho fatto un viaggio dentro di me imparando ad amarmi e ad accettarmi per ciò che sono nella consapevolezza che possiamo evolvere e cambiare ogni giorno. Ho vissuto con spirito di ricerca che mi ha portato ad approfondire vari temi leggendo libri di psicologia, filosofia, discipline orientali, pensiero positivo, saggezza tolteca, kabala.

Qualche anno fa mi sono approcciata al coaching non afferrandone, però, il significato e sostituendo una formazione ad esso inerente con un corso di PNL che ho poi scoperto non essere nelle mie corde. Informandomi ulteriormente ho deciso quest’anno di iscrivermi al corso della scuola Incoaching  e, oggi, alla fine del percorso, posso dire con sicurezza di aver scoperto un metodo allineato con il mio modo di sentire e con il  mio pensiero.

 

Buddismo e Coaching: la felicità

Il Coaching è diventato un ulteriore tassello nella costruzione della mia mappa della felicità. Oggi desidero portare avanti e approfondire questa nuova competenza perché, nel fare le sessioni, ho provato molta gioia. Per me è importante che nel mio lavoro ci sia un valore non solo personale ma anche per agli altri. Ho capito che la felicità è un argomento che riguarda ogni Coach e che è insito in ogni domanda di coaching e nel futuro desiderato del Coachee.

Josei Toda, educatore, insegnante e secondo presidente della Sokka Gakkai (società per la creazione di valore basata sugli insegnamenti buddisti di Nichiren Daishonin) disse:

“Esistono due tipi di felicità; la felicità assoluta e la felicità relativa. Felicità assoluta è ottenere l’illuminazione (…). Felicità relativa significa soddisfare i propri desideri quotidiani (…). La felicità assoluta è provare gioia per il semplice fatto di essere vivi. Questo è ciò che noi chiamiamo Buddità”.

Nel Buddismo lo scopo della vita è realizzare la felicità assoluta che non muta con il passare del tempo e non è condizionata da fattori esterni poiché proviene da dentro. E’ uno stato vitale che ci permette di affrontare ogni cosa con la fiducia di potercela fare e di trovare una soluzione. Questo è ciò che avviene anche nel Coaching in cui il Coachee, in un rapporto di partnership con il Coach, sviluppa il suo potenziale in un percorso di miglioramento personale e cambiamento. Sessione dopo sessione diventa consapevole delle sue potenzialità che, allenate, diventano nuove competenze e, quindi, risorse da usare, non solo per raggiungere gli obiettivi che ha determinato, ma anche in tutti gli aspetti della sua vita. Il Coaching permette all’individuo di “affrontare sia il problema attuale sia quelli successivi in maniera più integrata, ovvero con maggior autonomia , responsabilità e consapevolezza” (Carl Rogers, psicologo fondatore con Abraham Maslow della psicologia umanista).

Sia nel Buddismo che nel Coaching gli obiettivi hanno l’importante funzione di leva per intraprendere un percorso di miglioramento/cambiamento. Nel Buddismo viene spiegata al praticante l’importanza di scrivere gli obiettivi con chiarezza e precisione, come a scolpirli nella mente e nel cuore. La loro realizzazione si definisce prova concreta ed è fondamentale per avvalorare la pratica e rendere il fedele più fiducioso e sicuro nel proprio agire. Nichiren Daishonin scrive: “Per valutare le dottrine buddiste io, Nichiren, credo che i metodi migliori siano la ragione e la prova documentaria. Ma ancora migliore di questa è la prova concreta”.(Fede nella vita quotidiana, RSND 1,532)

Nel Coaching lavorare per obiettivi può considerarsi l’apparato muscolare del metodo che spinge il Coachee all’azione. Si fa riferimento alla teoria del “Goal  Setting” elaborata da Edwin Locke e Gary Latham (1984-1990). Essa ci dice che un obiettivo (goal) orienta l’attenzione, mobilita le energie sul compito, incoraggia la persistenza verso l’azione e stimola la persona a individuare opportune strategie. L’obiettivo nel suo essere motivante influenza e facilita la prestazione. Ci sono alcuni fattori che intervengono nella relazione tra obiettivo e prestazione che sono:

– AUTODETERMINAZIONE DELL’OBIETTIVO

– GRADO DI ATTIVAZIONE E IMPEGNO

– POTENZIALITA’ E COMPETENZE

– SENSO DI AUTOEFFICACIA

– AMBIENTE INTESO COME CONTESTO E RELAZIONI

– FEEDBACK DI MONITORAGGIO

Il concetto di auto-efficacia è molto presente anche nella pratica buddista. Pregare rende più confidenti nelle proprie risorse e questo ci porta a compiere delle azioni concrete verso la realizzazione degli obiettivi. Ci viene insegnato a non metterci limiti nella convinzione che, impegnandoci e perseverando, potremo realizzare i nostri scopi. Si crea un circolo virtuoso di fiducia che si auto-alimenta. Nel Gosho “Il generale Tigre di Pietra” (RSND,1,846) si legge:

Il potente guerriero generale Li Kuang la cui madre era stata divorata da una tigre, scagliò una freccia contro una pietra scambiandola per la tigre e la freccia vi si conficcò interamente

Così, nel Coaching, il lavoro sul potenziale è fondamentale. Timothy Gallwey, istruttore di tennis statunitense e padre del Coaching, nel suo libro “The Inner game of tennis” (1974) sostiene che l’atleta riesce a eseguire la sua performance migliore quando arriva a rafforzare la fiducia in se stesso e a ridurre gli ostacoli interni della sua mente.  Il suo credo è espresso in questa formula:

PRESTAZIONE = POTENZIALE – INTERFERENZE

Il credere nelle proprie potenzialità e nelle proprie competenze influenza il livello della prestazione. Chi crede di essere adeguato e capace si pone obiettivi sfidanti e si impegna per realizzarli.

Questo principio è stato dimostrato da numerose ricerche dello psicologo canadese Albert Bandura. Secondo la sua teria sociocognitiva  l’uomo è un agente attivo dotato di “agentività”(agency), ovvero della facoltà di far accadere le cose, intervenire sulla realtà ed esercitare un potere causale. Il meccanismo più importante dell’agentività è la convinzione di autoefficacia.

La nostra vita è guidata dal nostro senso di autoefficacia. Il senso di autoefficacia corrisponde alle convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati”(Bandura).

Bandura distingue inoltre l’autoefficacia dall’autostima.

Il senso di autoefficacia riguarda giudizi di capacità personale mentre l’autostima riguarda giudizi di valore personale” (Autoefficacia: teorie e applicazioni. Bandura 2000).

L’autoefficacia è relativa alla sfera del Fare, l’autostima a quella dell’Essere. La prima è proporzionale alla prestazione in termini di qualità, misura dell’obiettivo, impegno e costanza derivante dalla fiducia di successo.

Il Coach opera per costruire e rafforzare il senso di autoefficacia del Coachee quale mezzo per definire i suoi obiettivi e realizzare il suo il piano d’azione. Elevare il suo senso di autoefficacia permetterà al Coachee di credere di poter raggiungere i propri obiettivi.

Una volta definito l’obiettivo e immaginato un futuro desiderato il Coachee elabora  un piano d’azione autodeterminato in cui il Coach supervisiona che ci sia coerenza tra obiettivo/futuro desiderato/azioni/potenzialità del Coachee, chiedendo a quest’ultimo una riflessione sui possibili ostacoli e sui facilitatori al suo svolgimento. Gli si chiede in sintesi quali azioni concrete farà e quando le farà mettendo in pratica il suo potere causale e sperimentando la sua agentività.

Un altro aspetto del Buddismo che ho ritrovato nel Coaching è l’importanza della relazione personale che qui viene definita facilitante ed è caratterizzata da quattro aspetti:

– Accoglienza  (assenza di giudizio, sorriso, ambiente, benvenuto all’unicità del Coachee, rapporto sereno con il tempo, capacità empatica, accoglienza di sé quale presupposto per accogliere gli altri)

– Ascolto attivo (attento, focalizzato sul potenziale del Coachee, disorientato ovvero privo di esperienza, in posizione meta, in apertura e senza pregiudizi)

– Alleanza (alleanza al Coachee e al suo progetto senza se e senza ma)

– Autenticità (autenticità del Coach e importanza del suo saper ESSERE e saper FARE)

Instaurare questo tipo di relazione facilita l’apertura delle persone, le fa sentire a loro agio, accettate per ciò che sono, libere di esprimersi.

La relazione efficace nel Coaching è quella in cui il Coach si pone come IO sono OK/TU sei OK ovvero la posizione dell’IO Adulto. Essa implica un atteggiamento assertivo, responsabile, fiducioso, proattivo e gentile.

In questo stato la persona fa frutto delle esperienze vissute, analizza e gestisce le sue emozioni, rispetta quelle degli altri, è centrata nel suo essere e agire. Questo concetto si rifà alla teoria psicologica dell’”Analisi Transazionale” di Eric Berne (1950) che descrive le posizioni relazionali  come il valore che diamo a noi stessi, agli altri e alla relazione con loro.

Nel Buddismo si dice che ogni persona è degna di rispetto poiché in lei vi è unità di persona e legge. A questo proposito Nichiren Daishonin porta l’esempio del Bodhisattva Mai Sprezzante  che si inchinava di fronte a tutte le persone che incontrava lodandole come Budda potenziali (Bodhisattva è il termine che indica la persona che aspira alla sua illuminazione e a quella degli altri).

Tra “compagni di fede” vi è alleanza, ci si incoraggia a dare il meglio di sé, non si giudica l’operato degli altri ma nel dare consigli ci si attiene ai principi buddisti. Le riunioni di discussione (Zadankai) che si svolgono quindicinalmente nelle case dei credenti, permettono ai partecipanti di raccontare di sé e dei loro problemi in un’atmosfera mai giudicante ma accogliente e in ascolto.

 

Buddismo e Coaching: la mia professione

Nella mia professione di recruiter nel settore finanziario applicare le quattro A della relazione di Coaching, mi ha permesso di rendere i colloqui con i consulenti finanziari più strutturati ed efficaci nel farmi conoscere autenticamente il candidato.

Ho dato maggior rilevanza al suo essere al centro e l’ho accompagnato nella sua riflessione sul suo grado di soddisfazione lavorativa e sui suoi desiderata professionali. Troppe volte ho assistito a colloqui di manager che si mettevano sul palco raccontando i loro successi in un eloquio egocentrico e autocelebrativo che ben poco spazio lasciava al candidato e denotava scarso interesse per la sua persona.

Stare nel “non giudizio” come richiede il metodo, mi ha permesso di accogliere senza pregiudizio le persone con cui mi sono relazionata in qualità di Coach e di Giorgia e di coglierne degli aspetti che, con il mio precedente atteggiamento, non avrei recepito.

Da persona chiacchierona mi sono resa conto che stare nel silenzio e nell’ascolto dà la possibilità al nostro interlocutore di esprimersi per ciò che è e, a me, di conoscerlo più in profondità. Mi ha stupito particolarmente provare quest’esperienza durante le sessioni che ho fatto come Coach con i miei familiari che ritenevo di conoscere bene e dei quali, invece, ho scoperto aspetti nuovi in un contesto di alleanza e di partnership.

Questo tipo di approccio mi ha portato a dare un significato diverso al mio lavoro e mi ha permesso di trovarci quel senso di missione di cui parla il fondatore della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944), nella sua “TEORIA DEL VALORE”. Da maestro elementare si interrogò sul ruolo  dell’educazione. Il suo pensiero è vicino a quello degli educatori riformisti Maria Montessori (1870 – 1952) e John Dewey (1859 -1952) con cui condivide un approccio olistico allo sviluppo umano e una pedagogia centrata sulla realizzazione dell’individuo e sull’obiettivo della felicità che per lui è la creazione di valore. “Gli esseri umani non possono creare materia ma possono creare valore”.

Nella sua opera principale “Educazione per la creazione di valore” esprime la sua teoria di guadagno (beneficio), bene, bellezza. Quando una persona persegue nelle sue azioni questi tre aspetti va verso la creazione di valore e, di conseguenza, verso la felicità. Makiguchi scrive “il valore è la misura della sua utilità per colui che lo valuta”.

L’importanza del trovare valore viene ribadita anche da Martin Seligman, uno dei padri fondatori della psicologia positiva, che individua tre tipologie di vita felice:

– “the pleasant life”: siamo felici quando proviamo  un’emozione positiva,

– “the good life”: siamo felici quando esprimiamo il meglio di noi in ciò che facciamo, è lo stato di FLOW,

– “the meaning life”: siamo felici quando riusciamo a dare un senso a ciò che facciamo. Quest’ultima ha la correlazione più forte con una vita soddisfacente.

 

Conclusioni

Sentirmi utile nella mia professione trovandovi un valore aggiunto per il professionista quale l’occasione per riflettere sul suo potenziale e sulle sue risorse dà, ora, un senso più ampio e soddisfacente alla mia attività.

Sapere che le sessioni nelle quali ho assunto il ruolo di Coach hanno permesso ai Coachee di elaborare degli spunti di riflessione e cambiamento personale mi  riempie il cuore di gioia e mi fa sentire che questa nuova strada intrapresa “è la strada della felicità”.

 

Giorgia Frattini
Recruiter Finanziario e Coach Professionista
Milano
giorgiafrattini3@gmail.com

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