Categoria: Coach Gesù: Gesù e il Coaching

Categoria: Coach Gesù: Gesù e il Coaching

Coach Gesù: Gesù e il Coaching

Al di là della lettura spirituale classica ecclesiale della figura di Gesù Cristo quale “Figlio di Dio”; “Verbo fatto carne”; “Signore”; “Figlio dell’Uomo”; “Cristo” (Unto del Signore), egli è stato definito in tanti altri modi: “Illuminato”; “Maestro” (inteso sia come grande maestro Spirituale che Maestro di Vita); “Profeta”; appellativi utilizzati soprattutto da parte di chi non crede nella sua divinità seppure ne riconosca una sua straordinaria Umanità. Gli uomini del suo tempo storico lo chiamavano Rabbi, che era il titolo onorifico riservato ai sapienti o dottori di allora; invece piuttosto rara risulta una interpretazione che lo abbia avvicinato alla figura del “Coach”; così come è scarsamente diffusa letteratura specifica in questo senso.

In una società secolarizzata come la nostra, dove soprattutto sui Social Network chiunque si fregia di questo epiteto (Coach) pur di darsi una qualche parvenza di competenza, collocare in questa prospettiva colui che viene indicato come il fondatore della religione più praticata al mondo con i suoi 2,2 miliardi di followers/fedeli[1], superando persino il numero degli atei/agnostici (16% della popolazione mondiale), non dovrebbe scandalizzarci più di tanto.

In questa tesina si racchiude questo intento: mettere in luce il fatto che, se è di fede credere a Gesù da un punto di vista spirituale come il Figlio di Dio incarnato e venuto in questo mondo per guidare l’uomo verso la Verità, verso la Luce, verso la Felicità, sicuramente, ad una più dettagliata analisi, è meno dogmatico provare che questa stessa figura di Gesù, considerata nella sua più autentica umanità, possa essere messa in forte analogia col modello del Coaching.

Nella mia personalissima esperienza di vita, ad esempio, ho sperimentato che ciò che mi ha aiutato e mi aiuta sempre a tirare fuori il meglio di me, a vari livelli, al fine di sviluppare la migliore versione di me stesso, sia stato entrare in relazione con un grande maestro Spirituale come Gesù e non parlo solamente di una relazione che ha a che fare con la sua spiritualità ma soprattutto con il suo approccio relazionale con l’uomo: con la sua umanità , con il suo valorizzarla, con il suo aiutarla ed elevarla a piani differenti.

Gesù ha detto di sé: “Io sono la via, la verità e la vita[2]» e il Coaching è definito come “metodo di sviluppo di una persona o di un gruppo o di una organizzazione…[3], attraverso un processo ben preciso che andremo nel corso di questa trattazione a vedere più nel dettaglio.

La parola “metodo” (dal greco Methódos) indica la via, la direzione (Hódos) che va oltre (Meta).

Già in questa premessa si vedono delle analogie di intenti fra il Coaching e la missione di Gesù, al punto da volere asserire che o Gesù era un Coach che praticava come anche Socrate un Coaching ante-litteram; oppure il Coaching come metodo ha qualcosa di meta-umano, riconducibile anche alla spiritualità del Cristo.

Inoltre Sia Gesù che il Coaching pare tendano allo stesso obbiettivo: la felicità dell’Uomo.

Gesù dice della sua missione, usando il pensiero laterale attraverso l’utilizzo della parabola del buon pastore: “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza[4]. Forse non è anche questo il ruolo del coach? Non può essere metaforicamente paragonato ad un buon pastore che in una sessione di coaching accompagna la sua pecorella (il Coachee) verso il suo futuro desiderato, attraverso una relazione basata sulla fiducia reciproca portandolo a elaborare un piano d’azione, attraverso un processo che lo avvicini ad una sua condizione di vita “più abbondante” rispetto al punto di partenza (crisi di autogoverno)?

E al giovane ricco[5] che pone a Gesù la domanda: “che cosa debbo fare per avere la vita eterna?”, ovvero gli chiede che piano d’azione avrebbe dovuto mettere in atto per raggiungere uno stato di beatitudine, di felicità, Gesù con dei feedback di rimando e delle domande esplorative lo conduce ad una progressione di consapevolezze verso il concetto di felicità.

Che cosa è infatti il Coaching attraverso la relazione facilitante che il Coach crea alleandosi autenticamente con il Coachee se non uno strumento attraverso il quale condurre chi si trova nelle “tenebre” di una propria personalissima crisi di autogoverno, verso la propria luce, aiutandolo così a muoversi da un punto A di buio/blocco a un punto B che potremmo associare, in analogia con la vicenda storico-spirituale di Gesù, a una propria personalissima risurrezione?

Perché non considerare l’ecclettica personalità del Cristo fuori dalla solita inquadratura spirituale-religiosa ma invece alla maniera di un Coach che ancor prima di camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci e scoperchiare massi immensi da sepolcri, ha camminato fianco a fianco di centinaia di persone con molte delle quali ha fatto delle vere e proprie sessioni di coaching, valorizzando il loro potenziale, con un atteggiamento positivo, scevro da ogni giudizio, a tal punto da voler lasciare il suo patrimonio a un semplicissimo gruppo di pescatori (i 12 apostoli) ?

In questa tesina voglio, considerando l’aspetto teologico della “vera umanità” del Cristo, guardare al GESU’COACH.

Nei vangeli è pieno di incontri fra Gesù e i più svariati personaggi che iniziano con un’accoglienza disarmante: qualità questa essenziale per una relazione facilitante.

Gesù a quanto ad accoglienza può assurgere a modello di considerazione universale tale per cui, qualsiasi coach che voglia esercitare il Coaching in purezza non avrebbe che arricchirsi rispetto alle cosiddette 4 A di Accoglienza – Ascolto – Autenticità – Alleanza, che costituiscono quei requisiti imprescindibili per una relazione facilitante.

Il suo stesso sguardo, si sa, è uno sguardo di amore verso l’Uomo sia del tempo storico in cui ha vissuto sia per ogni uomo che nella Storia si imbatte nella Potenza della sua Buona Novella ed è sicuramente assimilabile agli occhiali che ogni coach dovrebbe inforcare: che da una lente guardano con un occhio privo di giudizio e dall’altra sono attenti a valorizzare il potenziale della persona che hanno di fronte. Non è così che Gesù ha guardato qualsiasi persona del suo tempo da prostitute (Maddalena) a uomini della pubblica amministrazione corrotti o corrompibili (pubblicani come Zaccheo o Matteo detto Levi), soldati, lebbrosi, ciechi, zoppi e storpi di ogni genere? Li ha forse giudicati nell’accoglierli? Gesù accoglieva l’in-accoglibile dando valore a chi nella società non aveva valore: lui vedeva il buono in chiunque, l’immagine del Padre Suo (Dio) in ciascuno.

Quello che il Coaching traendo dalla psicologia positiva chiama POTENZIALE UMANO, Gesù lo ha definito benissimo nella Parabola Dei Talenti[6]: ovvero dei “beni” che un padrone affidò ai propri servi prima di partire per un lungo viaggio.  Ciascuno di noi secondo quanto ci vuole dire il Cristo con la metafora racchiusa nella cosiddetta omonima parabola, viene a questo mondo con dei talenti: comparabili perché no anche a una complessità di caratteristiche fisiche, mentali, spirituali, attitudini, tratti caratteriali e valori, insomma un potenziale proprio, unico, irripetibile, che ciascuno ha ed è diverso da quello degli altri. “Le potenzialità caratterizzanti di una persona sono innate, cioè immutabili[7]”.

In questa sede al di là di quella che può essere una interpretazione esegetico-spirituale del testo citato, vorrei porre l’attenzione sull’aspetto agentivo di questi servi a cui sono stati affidati i cosiddetti talenti. Leggiamo infatti nell’ episodio in esame che: “Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque.  Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due.  Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone[8]”.  Se guardiamo bene i servi che hanno fatto fruttare i loro talenti ne hanno raddoppiato il valore. Come è stato possibile questo? Beh parrebbe proprio che sia successo quanto ipotizzato dallo psicologo Albert Bandura nella teoria socio-cognitiva dove si parla di “agency” ovvero la capacità umana di far accadere le cose, di intervenire sulla realtà, di esercitare un potere causale. Se guardiamo alla parabola in questione, tutti i servi hanno ricevuto anche se non in egual misura dei talenti, ma quello che fa la differenza è espresso dal verbo “impiegarli”. Coloro che hanno fatto in qualche modo “agire” questi talenti, che li hanno “impiegati”, che li hanno “scaldati”, che li hanno tirati fuori e messi per così dire in movimento, li hanno visti fruttare. Gesù attraverso questo canale differente che è l’utilizzo della parabola, è come se aiutasse chi lo ascolta a comprendere che l’utilizzo delle potenzialità e delle capacità personali, aumentano le probabilità di successo di un’azione. La parabola dei talenti ma in generale tutta la predicazione di Gesù potrebbe intendersi come una sessione di coaching aperta, dove chiunque l’ascolta, in qualsiasi punto della Storia, diventa un potenziale coachee, stimolato a prendere consapevolezza del proprio potenziale nonché incoraggiato a metterlo a frutto e non a sotterrarlo per paura, per blocchi o per qualsiasi crisi di autogoverno, proprio come dovrebbe fare un coach.

Ad un ulteriore attento esame in Gesù è possibile ritrovare l’insieme di tutti gli strumenti caratteristici del Coaching come domande efficaci, feedback di ascolto, silenzi, gestione e restituzione di deleghe, supporto nell’autodeterminazione di un piano d’azione, attraverso i quali i Coach permettono lo sviluppo del potenziale fino a condurre i loro Coachee alla elaborazione di obbiettivi extra sessione che nel caso dei cochee/discepoli/interlocutori di Gesù, vengono posti in essere immediatamente, talmente Gesù ne risveglia in loro l’urgenza. Proviamo ad analizzare nel dettaglio uno stralcio della vicenda tratta dal Vangelo secondo Matteo al cap. 19 dai versetti 16 a seguire: ““Ed ecco, un tale si avvicinò e gli disse: “Maestro buono, che devo fare di buono per avere la vita eterna?”. Vediamo come questo tale assimilabile nello studio in esame ad un Caochee, si avvicina a Gesù con fiducia, portando con sé una domanda profonda che ha generato lui una crisi: “che cosa debbo fare per avere la vita eterna?”. Possiamo considerare questa domanda come la domanda di coaching che questo “tale”, porta a Gesù, che chiama Maestro, riconoscendogli così un ruolo diverso dal suo ma non gerarchicamente sovrapposto, così come è richiesto nel metodo del Coaching. Infatti nel fatto che Gesù sia avvicinabile possiamo dire che ci sono tutti gli elementi per una relazione facilitante: c’è una partnership simmetrica individuabile nell’avvicinabilità di Gesù che non sta in un tempio, in una scuola, in un ateneo, in università, in un senato, in una cattedra, in una qualche stanza dei bottoni ma di fatto è avvicinabile. La sua vicinanza richiama la “partnership simmetrica” fondamentale nella relazione facilitante del Coaching e il fatto che il suo interlocutore lo chiami maestro lo possiamo immaginare come se lo intendesse come un Coach: i ruoli sono distinti e complementari. Gesù medesimo è consapevole di questo suo ruolo tanto che di sé nel racconto evangelico dell’“ultima cena”, mentre sta per impartire una delle lezioni più alte del suo insegnamento attraverso il servizio della lavanda dei piedi ai dodici, dice: “Voi mi chiamate Signore e Maestro e dite bene perché lo sono[9]. Infine il contenuto portato in “sessione” è un contenuto asimmetrico, esclusivo dell’interlocutore-coachee di Gesù (il giovane ricco in questo caso).

Anche lo strumento comunicativo del silenzio che il Coaching utilizza come parte integrante della comunicazione para verbale è analogamente praticato da Gesù che ne fa ampio uso, sapendo che questo genera in chi lo ascolta processi di introspezione, di contatto profondo con sé stessi. Per esempio nell’interrogatorio di condanna che Gesù affronta a Gerusalemme sotto il governatore romano Ponzio Pilato, vediamo come ad un certo punto all’interno del flusso di dialogo “non rispose più nulla, sicché Pilato ne rimase meravigliato” (Vangelo di Mc.15,5).

Fenomenali sono anche nella dialettica relazionale di Gesù l’utilizzo di domande efficaci. Pare che nei vangeli siano riportate oltre duecento (217) utilizzi di domande fatte da Gesù, non tutte riconducibili allo stile delle domande efficaci usate nel Coaching, ma altre invece ci ricordano le domande di un Coach. Ad esempio: “Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: Questo vi scandalizza?[10]”; oppure: Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi[11]?». Gesù domandando interroga (non in maniera inquisitoria) il suo interlocutore proprio come fa il coach, che pungola per far emergere potenziale, consapevolezze, schemi interpretativi, convinzioni, senso di auto efficacia, obbiettivi, piani di azione.

In conclusione per dirla alla maniera del professor A. Pannitti, uno dei due autori del libro “Spiritualità Cristiana e Coaching”: “l’accostamento Gesù-Coaching non solo non è azzardato, ma addirittura è meritevole di ulteriori approfondimenti, perché porta in sé davvero molti stimoli che possiamo affidare ai due ambiti in riferimento[12]”.

Personalmente ritengo che se la Chiesa implementasse fra le sue modalità di evangelizzazione anche quella del Coaching, questa porterebbe sicuramente una nuova feconda ventata di novità che aiuterebbe il sempre attuale e potente messaggio del Cristo a raggiungere gli uomini del nostro Tempo, soprattutto quelli più lontani dagli approcci più ortodossi. Di contro se il Coaching fra le sue skills integrasse le categorie ma soprattutto i valori cristiani arricchirebbe e perfezionerebbe ancora di più la sua efficacia. “Il coaching e la vita spirituale hanno molto da dirsi e solo in un serio dialogo possono veramente accrescere vicendevolmente ed essere così al servizio della felicità, della fioritura di ogni persona che vuol prendere sul serio la propria vita e dare il meglio di sé [13]”.

 

 

Paolo Simula
Coach professionista diplomato presso scuola Incoaching;
Life and Spiritual coach
Sassari
zimula77@hotmail.com

 

 

Note

[1] https://www.tramundi.it/blog/a/religioni-del-mondo

[2] Vangelo secondo Giovanni, cap.10,10

[3] PANNITTI A.- ROSSI F., L’essenza del Coaching, op. cit. p.18

[4] Vangelo secondo Giovanni 10,10

[5] Vangelo secondo Matteo cap.19,16-22

[6] Vangelo secondo Matteo 25,14-30

[7] PANNITTI A.- ROSSI F., L’essenza del Coaching, op. cit. p.127

[8] Vangelo secondo Matteo, cap. 25,16-18

[9] Vangelo secondo Giovanni cap. 13,13

[10] Vangelo secondo Giovanni, cap. 6, 61

[11] Ibidem, cap.6,67

[12] BRESCIANINI N.- PANNITI A., Spiritualità cristiana e Coaching, La parola 2016, op. cit. p.150

[13] Ibidem, pag. 217

 

 

 

 

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