Categoria: Coaching con e-ssenza (Less is more)

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Treno a Vapore

Coaching con e-ssenza (Less is more)

Fare della felicità un MODO di VIAGGIARE più che un punto di arrivo(1)

Cosa ho capito del coaching?
Oggi, al termine di questa tappa importante del mio cammino, ho maggiore consapevolezza di come rintracciare l’essenza di essere coach in tutte e tre le dimensioni del mio essere donna (corpo – mente – cuore).
L’essenza (secondo la definizione del dizionario Garzanti) deriva dal latino essentĭa (m) – proviene da ĕsse ‘essere’ e traduce il greco ousía – e significa:

1. la parte più importante di qualcosa, la sua sostanza;
2. (filos., già presente in Platone) ciò per cui una cosa è quello che è, ciò che gli appartiene necessariamente;
3. sostanza odorosa che si estrae dalle piante o da secrezioni animali, usata in farmacia, profumeria e nella produzione di cibi e bevande

Nel “Professional Coaching Program” della scuola INCOACHING®, Essenza per me ha significato “provare nuove emozioni” (simili a quelle stimolate da un buon profumo) e “vivere completamente il presente nella sua sostanza”, cercando di minimizzare le interferenze e di riempire ogni giorno di significato.

Il disorientamento positivo con cui ho esplorato me stessa assomiglia alla curiosità che permette al viaggiatore di recepire tutti gli stimoli provenienti da una nuova esperienza.

 

1. Scegliere la destinazione

Procedo per ordine nel racconto di questo viaggio.
Qual è la prima cosa a cui pensate quando programmate un viaggio?
A me piace iniziare dalla “scelta della destinazione” (obiettivo del viaggio).
Spesso applico il “criterio per esclusione” che mi consente di focalizzare la meta attraverso l’utilizzo dei filtri. Più che domandarmi dove voglio andare, escludo i luoghi in cui non voglio andare e questo mi aiuta a fare chiarezza.
Allo stesso modo, piuttosto che chiedermi “cosa è il coaching”, indago su:

Cosa non è il coaching?
Nel sito dell’AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti), trovo una sezione dove si evidenzia che il coaching:

  • non è Psicoterapia: la psicoterapia è un sistema curativo delle sofferenze della psiche e/o disagi esistenziali, basato sull’uso di mezzi psicologici e condotto secondo gli approcci su cui si fondano le diverse scuole abilitanti alla professione di psicoterapeuta (fonte Treccani, riadattata);
  • non è Counseling: il counseling professionale è un’attività il cui obiettivo è il miglioramento della qualità della vita del cliente, sostenendo i suoi punti di forza e le sue capacità di autodeterminazione. Il counseling offre uno spazio di ascolto e riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, fasi di transizione e stati di crisi e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento;
  • non è Consulenza: la consulenza è la professione di un consulente, ovvero una persona che avendo un’accertata qualifica in materia, consiglia e assiste il proprio committente nello svolgimento di cure, atti, pratiche o progetti fornendo o implementando informazioni, pareri o soluzioni attraverso il proprio know how e le proprie capacità di problem solving;
  • non è Mentoring: il mentoring è una metodologia di formazione che fa riferimento a una relazione (formale o informale) uno a uno tra un soggetto con più esperienza (senior, mentor) e uno con meno esperienza (junior, mentee) cioè un allievo, al fine di far sviluppare a quest’ultimo competenze in ambito formativo, lavorativo e sociale e di sviluppare autostima, a livello educativo-scolastico, per un reinserimento sociale.

Ho sgombrato un po’ la mente dai dubbi e definito con maggiore precisione i confini di questo viaggio: ho scelto la cornice in cui raccogliere le immagini che imprimeranno il ricordo nella mia memoria.

Perché ho scelto un percorso di coaching?
Credo che per me il coaching rappresenti la risposta a un’esigenza molto comune nell’epoca in cui stiamo vivendo: l’epoca dei rapidi cambiamenti che ci richiede sempre maggiore velocità di crescita ed eccellenza.

La logica dell’adattamento a regole sociali e aziendali prestabilite e pressoché statiche viene man mano soppiantata dal dinamismo e dall’urgenza di sempre maggiore responsabilizzazione del singolo individuo.

Uscire dalla propria zona di comfort sempre più frequentemente è ormai un modus operandi delle persone e delle organizzazioni in cui viviamo che non possiamo certamente ignorare.

Il metodo del coaching abitua le persone a pensare in modo autonomo.
L’autonomia consente lo sviluppo e l’allenamento delle potenzialità individuali a favore di una crescita personale e collettiva.
Lo sviluppo delle competenze relazionali ed emozionali (soft skills) sostiene l’equilibrio tra saperesaper faresaper essere.

 

equilibrio saperi
Fonte: Immagine pag. 83 – L’Essenza del Coaching (Pannitti-Rossi)

 

In sintesi, il coaching diventa un nuovo approccio alla propria vita personale e professionale e quindi un nuovo stile di vita(2):
la gerarchia cede il passo ad alleanze e collaborazione;
il dare la colpa cede il passo a oneste valutazioni e apprendimento;
le leve motivazionali esterne vengono sostituite dall’auto-motivazione.
Il cambiamento non è più temuto ma benvenuto.

 

2. La metafora del treno

Con la consapevolezza che il percorso che mi accingo a intraprendere attiene al ben-essere della persona, salgo su quel treno che mi conduce alla prima lezione.

Cosa accade quando si viaggia in treno?
Il treno percorre un tragitto da un punto A a un punto B: nel percorso di coaching il coachee (cliente) inizia da un punto di partenza (presente percepito) e arriva al raggiungimento del suo obiettivo (futuro desiderato).

Nel viaggiare in treno si parte, ci si ferma alle stazioni, si aspetta, si riparte, si vedono persone che salgono e scendono, si osserva l’ambiente circostante interno ed esterno, si attraversano luoghi, si incrociano vite.

Le stazioni sono punti di partenza e punti di arrivo, proprio come le tappe della vita di ciascuno di noi. Il percorso di coaching prevede sessioni iniziali, intermedie e di chiusura. Una sessione può essere a sua volta punto di partenza, punto di arrivo e punto di nuova partenza.

Il viaggio può richiedere anche di concedersi il tempo di fermarsi: fermarsi a riflettere su sé stessi e sulle proprie risorse interiori affinché possano essere sfruttate al meglio e trasformate in piani d’azione autodeterminati utili e necessari al raggiungimento degli obiettivi individuati.

Come le pause musicali rappresentano precisi momenti di silenzio, così il silenzio è essenziale per il coach per mettersi in ascolto attivo nei confronti del coachee. Il rumore caratteristico del treno può trasformarsi anche nella colonna sonora del viaggio: questo rumore diventa la musica di sottofondo che accompagna le tappe della nostra vita.

Il finestrino della carrozza (coach in inglese significa carrozza/vettura) è un punto di osservazione privilegiato e permette di avere prospettive diverse rispetto all’ambiente esterno: il coach con i suoi ”occhiali” (le sue osservazioni), le sue domande (chiuse, aperte e a doppia scelta) e i suoi feedback stimola il coachee a vedere in profondità. Il processo maieutico è così volto alla consapevolezza e alla ricerca e all’attuazione di soluzioni.

Il treno allora è un alleato del mio viaggio; mi culla con il suo ritmo; mi regala momenti di velocità e di sosta; mi aiuta ad avvicinarmi al tesoro di risorse custodito dentro di me.

 

3. Le compagne di viaggio

Le attitudini pretendono di essere sfruttate e cessano di protestare soltanto quando vengono adoperate in misura sufficiente” (Maslow, 1971).
… e poi si parte per una nuova esperienza, alla scoperta di luoghi nuovi.

Spesso prima di partire si pianifica un itinerario in maniera più o meno dettagliata, ma si sa già che molto altro lo si scoprirà solo quando si sarà in loco.

La sperimentazione su noi stessi ci permetterà di aver vissuto veramente il viaggio.
Anche nel percorso di coaching si parte da consapevolezze più o meno acquisite delle proprie potenzialità e molte altre le si scoprono lungo il tragitto.

Così come chi viaggia per la prima volta è meno esperto di chi viaggia più spesso, nel percorso di coaching ci si allena a essere viaggiatori esperti della propria consapevolezza e della trasformazione delle proprie potenzialità emergenti in risorse agite.

Come può il coach (nel significato di allenatore) supportare il coachee nell’allenare le sue potenzialità?
Quattro massime sono ormai le mie compagne di viaggio:

1. Patti chiari, amicizia lunga;
2. La vita è dura per tutti;
3. La fiducia non esclude il controllo;
4. Come passa il tempo quando ci si diverte.

1. Patti chiari, amicizia lunga
In questo detto emerge, in maniera oserei dire dirompente, il concetto di autenticità. L’Autenticità è un elemento essenziale della relazione facilitante di coaching ed è fondamentale nell’approccio da utilizzare nella sessione preliminare (o sessione zero). Questa è l’unica sessione in cui l’obiettivo viene definito dal coach per poter spiegare in cosa consiste il metodo del coaching, in cosa si caratterizza il suo metodo e quali saranno le modalità operative di svolgimento del medesimo.
Chiarezza, trasparenza e onestà sono quindi elementi indispensabili; conferiscono credibilità al coach e gli attribuiscono quel valore che lui potrà mettere a servizio del rapporto di fiducia con il coachee (Alleanza).

2. La vita è dura per tutti
Quante volte abbiamo sentito frasi come “capita tutto a me”, “sono sfigato”, “ce l’hanno tutti con me”, “solo io devo fare tutta questa fatica per…”. E’ molto interessante capire come si giunge a tali convinzioni limitanti e come il coach possa aiutare il coachee a osservare la realtà da un punto di vista differente e, di conseguenza, meno limitante(3).
Nella scala di inferenza – definita come “il processo mentale che, prendendo origine da un dato/fatto, produce nel coachee un pensiero che influenza o determina la sua azione” – ci sono tre livelli(4) su cui il coach può agire per “ristrutturare” il pensiero del coachee e far sì che, da limitante e depotenziante, diventi supportivo e funzionale.
La frase “la vita è dura per tutti” la collego al livello 2, quello in cui il coach può agire da stimolo sul coachee facendogli prendere in considerazione ipotesi diverse rispetto al set informativo iniziale. Attraverso occhi diversi, la realtà osservata può risultare differente e si creano mobilità e rimozione del blocco generato dalla condizione limitante.

3. La fiducia non esclude il controllo
La fiducia è alla base della relazione facilitante di coaching, relazione che rappresenta uno dei tre pilastri del metodo stesso.
La fiducia produce un aumento dell’ossitocina che, a sua volta, innesca un circolo virtuoso nella persona(5). Questo processo genera una sensazione di tranquillità e di sicurezza che permette al coachee di aprirsi, conoscersi, sperimentarsi ed evolvere.
L’Alleanza in una relazione favorisce il raggiungimento degli obiettivi. Il controllo (monitoraggio) dei medesimi diventa un momento di confronto e di crescita. Monitorare significa avere gli strumenti per poter misurare i risultati raggiunti e i progressi fatti; consente di verificare cosa si è appreso dalle vittorie ma anche dalle sconfitte, in un processo di continua evoluzione e ricerca dell’eccellenza. Non si tratta quindi solo di un punto di arrivo ma anche di un punto di ri-partenza.

4. Come passa il tempo quando ci si diverte
Se le prime tre massime mi accompagnano ormai da tempo, la quarta è maturata nel corso della mia ultima esperienza professionale nella quale io e il mio Team ci troviamo sempre più spesso a constatare ciò. Siamo testimoni di quel tipo di felicità che deriva dalle esperienze ottimali che Seligman definisce “the good life”: quella felicità che trae origine dalle attività che ci coinvolgono, nelle quali ci impegniamo completamente e che ci fanno perdere il senso dello spazio e del tempo.
Posso con certezza confermare che lo stato di “Flow” (così definito da M. Csikszentmihalyi, uno dei padri della Psicologia Positiva) non caratterizza solo le esperienze di artisti, musicisti, creativi o sportivi ma può essere vissuto sul posto di lavoro quando si prova gioia nello svolgimento delle proprie attività.

 

4. La “E” di empatia: alla ricerca di un senso

La felicità non è tutto ciò che si vuole, ma VOLERE tutto ciò che si fa” (Nietzsche)

Il viaggio della persona, in realtà, è un viaggio senza fine verso il benessere e l’autorealizzazione, come ben rappresentato dalla gerarchia dei bisogni di Maslow (Fig. 1).
E’ al picco della gerarchia che le persone desiderano che il lavoro, le attività e, in sostanza, la propria esistenza abbiano un valore: ognuno quindi può essere di contributo per gli altri.

In una parola sola significa essere INTER-DIPENDENTI ossia collegati, connessi.

 

Figura 1 – La gerarchia dei bisogni di Maslow
Figura 1 – La gerarchia dei bisogni di Maslow

 

E’ facile allora capire come, nell’era della trasformazione digitale, dell’iper-connessione per antonomasia, del sempre maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale, si senta sempre più il bisogno di dare un senso alla propria esistenza.
La conferma ci arriva anche dalla classifica delle 10 competenze del futuro (Fig. 2 – “The Future of Jobs” – World Economic Forum) ossia quelle che dovrebbero essere le più richieste dalle aziende.

Nel 2020 si troverebbero nei primi tre posti:

3. Creativity: dal momento in cui gli algoritmi migliorano in autonomia le proprie capacità di analisi attraverso percorsi di “autoformazione” basati su prove ed errori comuni (machine learning), l’essere umano non può pensare di competere sul piano logico-ripetitivo ma deve necessariamente giocare la partita su un campo diverso: quello della creatività. Le maggiori possibilità di competizione si hanno se si riesce a innovare tramite idee e visioni out-of-the box (disruptive innovation).
2. Critical Thinking: la rivoluzione dei big data permette di acquisire e interpretare dati sempre più numerosi. I migliori analisti sono però quelli che dai piccoli indizi (small data) riescono a individuare dei grandi trend. Chi sfrutta al meglio il pensiero critico individuando (detectando, dall’inglese “detective”) le migliori informazioni, ma soprattutto le migliori connessioni tra i fatti, riesce meglio a risolvere problemi e a supportare i processi decisionali.
1. Complex Problem Solving: in una situazione e/o sistema complessa/o è prioritario capire le relazioni tra i componenti poiché questi cambiano continuamente.

 

top 10 skillFigura 2 – Source Future of Jobs Report – World Economic Forum

 

Il professionista eccellente sarà colui che troverà dentro di sé una relazione efficace tra l’analisi dei dati, il proprio intuito e la propria creatività(6).

Le potenzialità sono legate all’unicità della persona, al tesoro inestimabile custodito dentro ognuno di noi e pertanto difficilmente riproducibile da una macchina.

L’autore americano Geoff Colvin sostiene che un professionista che non vuole farsi sostituire da una macchina si pone la seguente domanda: “quali sono le attività che noi umani vorremmo vedere sempre svolte da esseri umani, anche quando un computer potrebbe svolgerle meglio?” A suo avviso la risposta si trova nella capacità più importante e critica del XXI secolo: l’empatia.

Composto da en (dentro) e pathos (sofferenza o più in generale sentimento), l’empatia indica la capacità di comprendere gli stati d’animo delle altre persone (letteralmente “sentire dentro”). E’ questa quindi l’attitudine da riscoprire e attualizzare nei contesti comunicativi digitali attraverso l’allenamento all’ascolto attivo e alla relazione con le persone.

Sorge quindi spontaneo concludere che il senso, inteso sia come direzione che significato, non possiamo che trovarlo nel nostro essere respons-abili, ossia nella nostra abilità umana a rispondere in maniera autodeterminata alle sfide incalzanti che la realtà governata dai bit ci impone.

Tutto cambia con una rapidità devastante. L’unico modo che abbiamo per non essere trascinati dal fiume in piena e straripante di input quotidiani è quello di seguire la nostra vera Essenza di Essere Umani allenandoci nelle tre aree di autorealizzazione (secondo quanto identificato da Deci e Ryan):

1. Relatedness: dove costruire e coltivare le relazioni sociali, avendo cura ed essendo curati;
2. Competence: dove si vuole essere efficaci e raggiungere i risultati che vogliamo;
3. Autonomy: dove sentirsi autonomi nelle proprie scelte

Nuovi treni passeranno e ognuno deciderà quali prendere, con chi viaggiare, in che direzione procedere e con quale velocità.
Io ho scelto questo:

goccia

 

 

Mila Miscia
Controlling Manger
Coach
Chieti
mila-miscia@gmail.com

 

Note:

(1) “L’Essenza del Coaching” (A. Pannitti, F. Rossi – Franco Angeli) – pag.90
(2) “Coaching” (J. Withmore pag.49)
(3) La finestra del coach: strumento di coaching di proprietà della scuola INCOACHING®.
(4) Ai tre livelli se ne aggiunge un quarto secondo il metodo del Metapotenziale della scuola INCOACHING®.
(5) L’ossitocina è una piccola molecola che funge sia da neurotrasmettitore – invia segnali al cervello – sia da ormone – trasporta messaggi nel flusso sanguigno. Esperimenti sul collegamento tra ossitocina e fiducia si trovano nel testo “La Molecola della Fiducia” (P. J. Zak)
(6) “Digital Skills” (G. Xhaet, F. Derchi)

La Teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.®  è proprietà intellettuale di INCOACHNG® Srl.

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