Categoria: Il Coaching nel Coordinamento sanitario e ostetrico: dall’arte della maieutica alla scoperta del potenziale.

Categoria: Il Coaching nel Coordinamento sanitario e ostetrico: dall’arte della maieutica alla scoperta del potenziale.

Il Coaching nel Coordinamento sanitario e ostetrico: dall’arte della maieutica alla scoperta del potenziale.

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Che cosa unisce il mondo sanitario al metodo “Incoaching”?
O meglio, cosa accomuna il “coaching” al coordinamento ostetrico e alla leadership sanitaria?

Queste sono le domande che hanno caratterizzato l’inizio del mio percorso in questa esperienza di vita.

Intraprendere un percorso che facesse emergere quella parte “in potenza” e che comprendesse il “Divino” che c’è dentro me e negli altri: questi erano gli intenti che mi hanno portato a scegliere questa strada.

Come direbbe John Whitmore, il motivo per cui mi trovo qui è per “tirare fuori il meglio” da me stessa e dagli altri e incentivare lo sviluppo delle “potenzialità nascoste” di ognuno.

La sensazione di mancanza di fiducia nelle potenzialità dell’altro, la fretta di trovare velocemente delle conclusioni o fare delle scelte in una manciata di minuti, ha determinato un aumento delle mie responsabilità di capo e un senso di “soffocamento” indescrivibile.

Sentivo chiaramente di aver bisogno di qualcosa che aumentasse la fiducia nei confronti dell’altro e mi aiutasse a gestire e a rispettare al meglio il mio gruppo di lavoro (IO OK – TU OK).

Il coordinatore sanitario oggi riveste un ruolo fondamentale e diverse sono le competenze richieste: clinico –assistenziali, di management e relazionali o di leadership.

Si comprende immediatamente come un master in funzioni di coordinamento sia determinante e necessario per lo svolgimento di questo ruolo (mi ha aiutato tantissimo in questi primi 4 anni da coordinatore) ma non è sufficiente a ricoprirlo in maniera serena, completa e allineata alla “mission personale”.

Da qui l’inizio del viaggio … alla scoperta del mio stile di coordinamento ( e non solo).
Tanti sono stati i dubbi sull’attinenza di questo corso alle mie necessità.
Le risposte stentavano ad arrivare.

Proprio quando avevo deciso che il mio corso si sarebbe fermato, è successo quello che mai avrei pensato potesse accadere: qualcosa, o meglio, qualcuno mi ha dato la possibilità di capire che le cose non sono sempre come le programmiamo e come le desideriamo ma che ci sono delle variabili (rispetto del potenziale altrui) che vanno necessariamente considerate.

In una fantastica giornata di primavera ho conosciuto Luce *.

Luce è una paziente “particolare”, è mamma di uno splendido bambino di 16 mesi, affetto da una patologia congenita ed è nuovamente incinta, a 19 settimane gestazionali.
Con uno screening approfondito sul bambino in arrivo ha potuto constatare, con certezza, che il piccolo in grembo è affetto dalla stessa patologia del primogenito.

Luce arriva alla mia attenzione con tutto il suo dolore negli occhi e con l’aria di chi è davvero nei guai.
Tra le sue mani la documentazione necessaria per interrompere la gravidanza.

Dopo un breve accenno su medici obiettori e non e sulla sensazione di essersi sentita poco accolta da numerosi professionisti, Luce ha iniziato a chiedermi delle informazioni tecniche.

Stavo per rispondere, già pronta a convincerla della mia idea, con tutto il mio solito counselling sulle possibilità di proseguire o meno la gravidanza, sui centri specializzati, quando dentro di me è successo qualcosa che mai era accaduto prima.

Ho sentito che dovevo fermarmi, lasciar parlare Luce ed evitare qualsiasi giudizio.
Ho deciso di dare ascolto, per la prima volta, a quelle frasi ascoltate a lezione, due settimane prima di quell’incontro.
Ho respirato, mi sono accomodata accanto a lei, al suo stesso livello (setting), le ho fatto un sorriso autentico e le ho chiesto:

“Come posso aiutarti?”

Luce mi ha guardato e ha iniziato a singhiozzare.
Tra i singhiozzi mi ha raccontato tutto il suo dramma, una tragedia infinita.
Luce era molto più esperta di me in materia: si era ben documentata.
Allora le ho chiesto, mentre ascoltavo e annuivo:

“Come posso aiutarti ad alleggerire questo peso, oggi?”

Si è soffermata un attimo nel suo silenzio.
Dopo qualche minuto di silenzio ha aperto gli occhi e mi ha detto:

“Ho bisogno di tornare da mio figlio più serena, sicura di aver fatto la scelta giusta, con meno sensi di colpa ma soprattutto vorrei avere il tempo per pensare bene alle conseguenze. Non posso decidere tutto oggi, mi serve ancora qualche giorno!”.

Della risposta di Luce mi hanno colpito principalmente le parole “più serena, meno sensi di colpa”, ma soprattutto il “Tempo” per l’intensità che ho notato nel suo respiro mentre la pronunciava.
Tempo inteso come “Kronos” ma soprattutto come “Kairos”.
Tempo che una volta passato non torna più indietro.
Si, Luce aveva bisogno di quel tempo, l’ho sentito chiaramente.

Il mondo sanitario, ahimè, è ricco di scadenze, decisioni da prendere nell’istante preciso in cui vengono comunicate, e, spesso, non tiene conto dei tempi personali che sono necessari per poter fare una scelta consapevole.
Ma questo non sarebbe accaduto oggi.
In questo caso specifico Luce avrebbe potuto godere di qualche settimana ancora.

Io: “Luce, mi hai detto che ti serve del tempo per pensare. In base alle ecografie e agli esami che mi hai portato vedo che hai tutto pronto e, quindi, hai tutto il tempo che ti serve per prendere la tua decisione, non c’è nessuna fretta”.

Luce:”Grazie, ma forse è meglio che facciamo tutto oggi, si dai! Facciamolo oggi e non ci pensiamo più!”.

Silenzio.
Luce ricomincia a piangere. Un pianto di rassegnazione, di dolore, di disperazione.

Io: “Cosa ti preoccupa, Luce?”

Luce: “Non lo so, Lucia, sono preoccupata di non poter più tornare indietro …”

“..mi sono accorta ora che sono preoccupata, in realtà, di non riuscire più a guardare in faccia mio figlio, di non avere più il coraggio di guardarlo perché mi sentirei un’assassina ….”

Silenzio ….

Io: “Cosa succede ora quando guardi tuo figlio?”

Luce: “Ah, dovresti vederlo, è un’ amore!! E’ adorabile e l’energia che mi regala ogni giorno, non si può descrivere …. È proprio un angelo!

Io, con un leggero sorriso:

Noto un sorriso, per la prima volta da quando sei arrivata. Come ti senti adesso?”

Luce: “Molto meglio, Lucia. Ti ringrazio davvero tanto. Ma ci siamo distratte”.. sorride …

“Come ci organizziamo ora? Cosa facciamo e quando?”

Io: “Come preferisci organizzarti?”

Luce: “Posso decidere io?”

Io: “Puoi deciderlo solo tu”.

Luce: “Puoi lasciarmi il numero diretto del tuo ambulatorio?

Io: “ Certo, puoi chiamarmi al n…”

Luce: “Ho un’ultima domanda: Posso abbracciarti? Non mi era mai capitato di parlare così con una “sconosciuta” e che sento davvero che tu mi accompagnerai, qualunque sia la mia decisione”.

Io: “Certo che puoi abbracciarmi, ti assicuro che faccio solo il mio dovere professionale.”

Luce: “Non è sempre così. Tu mi hai ascoltato, senza giudicarmi e di questo ti sarò sempre grata!”..

E’ la qualità del tempo che spendiamo con gli altri a rendere quel momento prezioso e produttivo, per entrambi gli interlocutori.

Luce mi ha richiamato tre volte in dieci giorni, facendo domande sulla procedura, sui tempi, ma abbiamo parlato anche di altro, spostando di volta in volta il focus e, solo quando si è sentita pronta, ha preso la sua decisione, in serenità.

Intanto ha scoperto di essere un’ottima madre, una moglie fantastica e una lavoratrice instancabile.
Tutte caratteristiche emerse durante le nostre “conversazioni” telefoniche.

Luce si è sentita accolta, in alleanza, ascoltata e in una relazione autentica * con una professionista che fino a poco tempo prima non conosceva quanto è importante riconoscere l’altro come essere unico, speciale e ricco di potenziale ma si limitava a dispensare consulenze e “consigli”.

Dare unicità ad ognuno è fondamentale soprattutto per chi lavora con la vita delle persone.
E ho imparato che tutti possiamo essere coach per i nostri amici, per i nostri parenti, per i nostri pazienti.

Guidare un gruppo di lavoro significa per me, oggi, avere fiducia nelle risorse e nel “potenziale” di ogni componente del mio gruppo.
Significa anche aspettare le loro risposte ai vari quesiti e non essere capo dispensatore delle soluzioni più giuste (“Dal vangelo secondo me”), perché si sa un capo ha sempre la risposta più giusta!
Ci sono cose nella vita di un coordinatore che possono essere previste, altre che devono essere studiate a tavolino, altre che dobbiamo coltivare, altre ancora che dobbiamo saper guidare e influenzare *.
Ma ci sono situazioni in cui anche ai “capi” è consigliato fare un passo indietro.

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Come Luce, che ha avuto bisogno di tempo per “partorirsi” di nuovo, come essere unico e speciale.
Luce ha interrotto la sua gravidanza in una mattina di primavera.
L’ho accolta al ricovero, ho chiacchierato con lei, e l’ho aiutata, dopo qualche ora dall’intervento, ad abbracciare il suo bambino per la prima e unica volta.

In sala operatoria, però, non ero con lei:
Sono obiettrice di coscienza, ma questo Luce non lo ha mai saputo.

 

 

 

Lucia Cristiano
Coordinatrice ostetrica e Coach
Pordenone
lucia.cristiano@asfo.sanita.fvg.it

 

Note:
* “Luce” nome fittizio.
* Le 4 “A” della relazione di coaching, da “L’essenza del coaching” Di Pannitti A., Rossi F.
* Leadership (Virtù: Giustizia): Costellazione di attributi cognitivi e temperamentali volta a d influenzare, aiutare e motivare altre persone, indirizzando le azioni di tutti verso in obiettivo comune. (“L’essenza del coaching” –L’individuazione delle 24 potenzialità”)

Le 4A della Relazione Facilitante sono proprietà intellettuale di INCOACHING® Srl.

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