Categoria: Coaching e Imprinting: il primo incontro non si scorda mai…

Categoria: Coaching e Imprinting: il primo incontro non si scorda mai…

Coaching e Imprinting: il primo incontro non si scorda mai…

Nell’avvio di una relazione di coaching, così come in un rapporto interpersonale conoscitivo di particolare spessore in amicizia o in amore, la prima impressione riveste un’importanza fondamentale, in termini non solo di sensazioni e pensieri reciproci da parte sia del coach che del coachee, ma soprattutto di un momento dedicato a mettere a fuoco il punto di partenza da cui possa prendere il via il viaggio di scoperta.

In tale spazio d’incontro, vi è molto di più di un processo di raccolta informazioni e analisi bisogni del cliente; quella che tecnicamente viene definita “sessione zero” diventa un’area conoscitiva nella quale, spesso, il coachee porta già vissuti, stati d’animo ed esperienze che non sono propriamente legate al suo problema bensì all’incontro stesso con il coach.

Al di là del canale attraverso il quale il cliente “trova” ed entra in contatto con il professionista (mail, telefono, webcam, social media) primadella sessione zero, le risposte che riceve alle sue domande informative creano già un’impressione del coach con cui poi si potrà relazionare, in presenza o a distanza che sia. Fattori come il genere, l’età anagrafica o l’eventuale esperienza professionale del coach, da un lato, e aspetti para/non verbali utilizzati in questa fase di raccolta informazioni da parte del cliente, dall’altro, possono determinare impressioni e aspettative da confermarsi o meno in un successivo momento.

E qui entriamo nella sessione zero, una fase in cui, citando Pannitti e Rossi (2012), ‘[…] si attiva una sorta di “imprinting relazionale” capace di influenzare positivamente o negativamente il processo complessivo’. Questa sorta di “traccia”non solo è alla base del rapporto tra coach e coachee ma ne determina anche “l’evoluzione”nel corso delle varie sessioni. Non a caso, sia l’espressione riportata che le parole scritte tra virgolette rimandano agli studi etologici condotti da K. Lorenz (1903/1989) relativi all’osservazione di vari animali, in particolare i pulcini di anatra, i quali, a sole poche ore dalla nascita, identificano nella prima figura (in movimento e di una certa grandezza) la loro “guida”.

L’apprendimento per imprinting è un processo che se, da un lato, si basa su di una risposta comportamentale innata da parte dell’animale, dall’altro, si apre all’influenza del contesto esterno. In parallelo, in una sessione di coaching, abbiamo il cliente che non solo mette in discussione i propri comportamenti rispetto al modo in cui inquadra il suo problema ma si dimostra anche aperto a stimoli e riflessioni che, dalla relazione con il coach, impattano poi a livello comportamentale.

L’associazione per imprinting avviene in quello che Lorenz definisce il ‘periodo critico’, ovvero l’arco temporale variabile, subito dopo la nascita, nel quale il sistema nervoso dell’animale è soggetto a imprimere l’immagine di colui che fungerà da genitore, effettivo o presunto tale. Pertanto, se nel coaching parliamo di “imprinting relazionale” (ibidem), ne possiamo dedurre che la sessione zero abbia un suo decisivo effetto sia “alla nascita” del rapporto sia, soprattutto, nel determinare la tipologia di relazione che andrà a instaurarsi tra coachee e coach.

Inoltre, come l’animale è portato a memorizzare i tratti del suo “oggetto genitoriale” per trarne poi una visione chiara in termini di riferimento da seguire, così anche le sessioni assumono per il cliente una specifica forma da dare a quello spazio relazionale che andrà creandosi durante ogni incontro. Di contro, se, nel processo di imprinting, l’animale è soggetto a un apprendimento associativo finalizzato all’assunzione di un dato comportamento, nel coaching, il cliente non dovrebbepoi associare il miglioramento della propria situazione alla figura del coach, creando una sorta di dipendenza affettiva, bensì a quello spazio generativo nel quale ha deciso di mettersi in discussione, con il supporto di un professionista.

Infatti, è proprio da quanto il coachee avrà modo di elaborare nel corso delle sessioni che il cliente stesso potrà trovare una soluzione al suo caso per far fronte a una difficoltà o migliorare una performance; e questo aspetto di superamento di uno stato di blocco nel coaching, in parallelo, rappresenta la funzione principale dell’imprinting in termini di adattamento dell’animale. Nel momento in cui il piccolo di una specie identifica il suo riferimento genitoriale, la relazione che così si instaura gli permetterà maggiori chances di sopravvivenza nell’ambiente circostante, oltre a garantirgli una “crescita” nelle successive fasi di vita.

Pertanto, il coach è chiamato a rendere la sessione zero (in primis) un momento quanto più accogliente possibile, non tanto in termini di buona presentazione di sé stesso (che male non fa), quanto di predisposizione all’altro e all’ascolto del suo problema, per suscitare un’impressione sincera e professionale al tempo stesso.

 

 

Federico Polidori

Training Specialist, Role Playing Game Designer, Life Coach
Cologno Monzese (MI)
federicom18@libero.it

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