Categoria: Coaching e intelligenza artificiale: un’acrobazia

Categoria: Coaching e intelligenza artificiale: un’acrobazia

Coaching e intelligenza artificiale: un’acrobazia

Il coaching è un fatto umano. Un aspetto da curare con una precisione, preparazione e raffinatezza  che dovranno essere cruciali, sofisticate e delicate. Ora più che mai e la ragione è questa: le macchine sono tra noi.

Le intelligenze artificiali fanno già molte cose che ritenevamo nostra esclusiva. In tempi di continui incontri on line, di social che stanno andando al metaverso e di algoritmi predittivi nutriti dai nostri dati, è surreale pensare che anche il coaching non possa essere  servito da intelligenze artificiali. Probabilmente da qualche parte sta già accadendo.

In fondo anche i social danno feedback. A colpi di mi piace e cuoricini che stimolano dopamina creando dipendenza, come hanno chiarito le neuroscienze.

Le prime sessioni di noi principianti, poi, sono così meccaniche e ripetitive che potrebbero essere di robot. Ma l’essenza del coaching, per dirla con Giulietta, è fatta della materia di cui sono fatti i sogni: l’umanità.

 

Un’umanità da accogliere, viscere comprese. Quelle parti che l’impegno a costruire l’alleanza tra coach e coachee, vuole chiudere fuori dal cristallo, ma che non spariscono e disorientano. Ci poniamo nel qui e ora, nel “sapere di non sapere”, ma siamo consapevoli di sapere almeno qualcosa. Abbiamo emozioni, idee, passioni, conoscenze.

 

I primi dialoghi è come se affiorassero alla coscienza degli spezzoni sepolti nella memoria. Possono sembrare i dialoghi di Blade Runner, il film cult degli anni ’80 girato da Ridley Scott.  Come il monologo di Roy Batty, improvvisato da uno straordinario Rutger Hauer  che recita brandelli di memoria artificiale, grazie tra l’altro a un uso sensibile e inquietante dei silenzi, pezzi mal registrati del proprio passato: “Ne ho viste cose che voi umani non potete immaginare…  e tutti questi momenti andranno persi nel tempo. Come lacrime nella pioggia”

Non è un caso se i cacciatori di androidi scoprono i replicanti con una macchina e un test per dimostrare che non possono avere empatia.

Il film Blade Runner è tratto da un romanzo di Philip Dick, scrittore di science fiction che ha anticipato molto del nostro mondo. Il libro è “Possono gli androidi sognare pecore elettriche?” (“Do android dreams Electric Sheep”) e Indicava, fin dal titolo, un confine fragile tra esseri umani e macchine.

 

Confini attraversati anni prima da  Isaac Asimov. Dopo avere narrato la nascita del cervello positronico che avrebbe dato vita a una nuova generazione di robot, Asimov ci dice anche che gli inventori ammisero di non poterne sempre prevedere reazioni e divagazioni.  Conseguenza fu che Asimov creò la figura di Susan Calvin, la prima robo-psicologa, e inventò le leggi della robotica . Un tentativo di darsi leggi che regolino la nuova società, rudimenti di un etica in letteratura di genere. Così lontana, così vicina alle speculazioni attuali.

Utile il pensiero di Luciano Floridi, ordinario di filosofia ed etica dell’informazione presso l’Oxford Internet Institute dell’Università di Oxford, dove dirige il  Digital Ethics Lab,  è professore di Sociologia della comunicazione all’Università di Bologna. Con Zigumunt Baumann, il filosofo più importante della contemporaneità.

Floridi sta descrivendo la nostra vita e il nostro rapporto con la tecnologia, con raffinata lucidità.

A lui si deve la a definizione di “on life” che ci descrive per quello che siamo: esistenze non più distinte tra on line e off line. Ha coniato ’idea della società delle mangrovie, piante che vivono tra l’acqua dolce e l’acqua salata.  Come noi viviamo nel mondo reale e virtuale allo stesso tempo.

Una relazione facilitante – è la domanda – può nascere stando nei due mondi?  Funzionerà il coaching tra “mangrovie”? Come potremo distinguere l’artificiale dall’umano?

Servirà Eudaimonia. Parola che nasce dal greco Eu (bene) e daimon (demone). Una condizione generale di benessere, che letteralmente si può tradurre anche “come stare in compagnia di un buon demone”: una sorta di guida divina, un intermediario tra gli uomini e gli dei, una voce che è la ritrovata coscienza di noi stessi.

Servirà umanità affinché la pratica innervi la forma e faccia parlare i silenzi. Come nella poesia,

Le terzine e gli endecasillabi della Divina Commedia sono forme, ma Dante ci ha portato dalla selva oscura a riveder le stelle.

 

Matsuo Basho, il più grande maestro di Haiku, non conosceva il Coaching, ma ha scritto

…Il silenzio

penetra nella roccia

un canto di cicale

*****

 

Un Coach cattivo nella notte

Messa in scena seguendo il demone

 

La notte sarebbe stata ancora lunga,

il giorno non era previsto. Grazie a lui raggiunsi i miei obiettivi.

Era un uomo cattivo.

 

Lunedì mattina è il giorno giusto per iniziare un percorso. Dicono. Fu per questo motivo che  cercai un coach venerdì sera. Il 29 settembre, seduto in quel caffè. Il coach della notte si presentò così: “Conosco un metodo che può aiutarti a trovare la direzione che stai cercando. Lo faccio solo di notte. Durante il giorno faccio altro. Vivo, per esempio. Scrivimi. Ci vedremo, se così dovrà essere. Io e te.  Qui e ora. Ciao”.  Avevo un’idea, un progetto un desiderio. Cose che contano. Volevo scrivere un libro su un viaggio e iniziarlo entro la primavera. Avevo già pubblicato due saggi di economia e scritto una raccolta di haiku. Inedita. Non sapevo se viaggiare  e poi scrivere, o immaginare.   Gli scrissi, mi lasciò un numero di telefono e tre parole:

ciao,  sono qui.  Composi il numero e mi presentai:  sono uno scrittore, cerco un coach.

Aveva la voce dei conduttori radiofonici, dei negoziatori dell’Fbi e dei figli di buona donna: “Sai cosa fa un coach?”

Ci vedemmo il martedì successivo, nel mio studio.

Era tra i 50 e i 60, rasato a zero per non dire quasi calvo, mediamente alto, un po’ di pancia. Sembravo io.

“Dimmi, come mai pensi che un coach possa esserti utile?”

“Ho amici che hanno partecipato a degli eventi con dei coache e me ne hanno parlato bene. Questo cerco”.

“Non sono io”

“Non sei un coach?”

“Io sì, loro no”.

“Non ti darò consigli, non ti dirò cosa devi fare. Non posso guarirti come uno psicologo. Non posso insegnarti nulla. Sono una carrozza che ti accompagnerà seguendo un metodo che, attraverso una relazione che faciliti lo sviluppo del tuo potenziale, ti porti verso gli obiettivi che sceglierai, attraverso un piano di azione che individuerai.  La responsabilità è tua. Mi pagherai”

Lo richiamai alle otto di mattina. ”Cominciamo”.  “Ci sentiamo a mezzogiorno”-

La prima volta fu giovedì 5 ottobre alle due.  Lui era il coach, io il coachee (imparai anche questo). Il suo studio non era grande. C’erano tre sedie,  un tavolino, un appendiabiti.   “Benvenuto – mi accolse – questo è il posto dove ci incontreremo per le nostre sessioni. Siediti dove ti senti più a tuo agio”..

“So cosa pensi”, rise.

Mi sedetti  alla sua sinistra.

“Quando ti senti pronto, cominciamo. Questa non è la prima sessione. Lo chiamiamo check in, è scritto in questo foglio. Staremo assieme un’ora, un ora e mezza”.

“Sono pronto”.

“Cosa ti porta qui?”

“Vorrei  scrivere un libro di viaggi e cominciare entro la prossima primavera”

“Quanto è importante, esattamente, per te?”

“Molto, è un’idea che ho da anni, sento che è il momento giusto”

“A che punto ti senti di essere, su una scala da uno a 5, nel percorso verso ciò che desideri?”

“Direi non più di tre, forse quattro”

Mi stava facendo  una Tac

La prima sessione avvenne a distanza di altri quindici giorni.

Se ero pronto? Anche  spazientito

“Quando ci siamo visti la prima volta, avevi dichiarato un risultato che desideravi raggiungere. Hai voglia di ripeterlo?”

Non mi staccò gli occhi da addosso, uno sguardo presente, a tratti  inquietante.

“Vorrei scrivere un libro di viaggio – dissi -, ho chiaro come dovrà essere, non ho chiaro da dove iniziare”.

Stavo zitto io, stava zitto lui.

“E’ un mio desiderio. Ho viaggiato molto, ho scritto molto. Mai di viaggi, di un viaggio. Ogni tanto mi viene in mente, evidentemente è importante”.

“Come capirai di esserti mosso nella direzione che desideri?”

“Quando scrivi c’è un momento che senti di essere partito”

“Quanto ti senti vicino al tuo scopo?”

“Non molto, ho le idee confuse sul punto di partenza”.

“Cosa può esserti utile mettere a fuoco, in concreto, nel tempo che oggi passiamo assieme?”

Stava zitto io, stava zitto lui.

Ero infastidito dal suo naso. Enorme, aquilino, storto. Nitido e inquietante.

“Secondo te, cosa potrebbe essermi utile?”.

Il coach passo’ lievemente una mano su occhi più  strizzati.

“Come mai ritieni utile sapere cosa penso io?”

“Sarebbe un aiuto”

“Tu come potresti aiutarti?”

“Ho provato diverse ipotesi, potrei aiutarmi scartandone alcune con decisione. Potrei anche decidere di ribaltare il progetto”

“Mi stai dicendo, se ho capito bene, che hai provato diverse ipotesi  e ti sarebbe utile scartarne alcune con decisione. Potresti anche decidere di ribaltare il progetto. Come si accorda questa ultima ipotesi con il desiderio di scrivere un libro di viaggio?”

All’angolo mi ci ero messo da solo. Provai ad uscirne così:

“Il libro di viaggio lo voglio scrivere. Ribaltare il progetto vuole solo dire stabilire cosa intendo per viaggio”

Il silenzio fu un’eternità di secondi

“Voglio capire che tipo di viaggio raccontare. Scegliere tra fare un viaggio e raccontarlo – o raccontare uno di quelli che ho fatto – oppure immaginarlo. La prima scelta è questa”

“Qual’è lo scopo di questa sessione, a questo punto?”

“Scegliere se raccontare un viaggio reale o immaginario”

“Come capirai di esserti mosso nella direzione desiderata?”

“Dalla spontaneità con la quale mi si presenterà la trama”

“Quanto ti senti vicino al traguardo?”

“Non molto. Ho appena messo a fuoco cosa voglio ottenere”

“TI va di scrivere questo obiettivo?”

Sul tavolo c’erano un blocco di carta e una penna. Il coach scriveva su un quadernetto – mi aveva detto che lo avrebbe fatto -, io scrissi su uno scontrino per un caffè del giorno prima.

“Voglio scegliere se raccontare un viaggio reale o immaginario.

Il coach mi chiese cosa sentissi. Il viaggio reale, mi faceva sentire stanco prima di partire. Il viaggio immaginario, lo sentivo faticoso ma più stimolante.

Mi chiese come erano quella stanchezza e quella fatica. La prima era una montagna da scalare, la seconda un atto di seduzione.

“Sono io il sedotto” ripresi.

“Da chi”

 

“Da una poesia. Mi è venuta in mente una poesia, quella che recitava Mandela in carcere.“Per quanto la sorte mi sia avversa…io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima”. Ecco, vorrei raccontare un viaggio così”.

 

“Hai raccontato un viaggio così, cosa provi?“

 

“Gratitudine”

Stavo zitto io, stava zitto lui.

 

Mi sentivo sorridere, soffiai fuori dell’aria, chiesi un bicchiere d’acqua. Stemmo assieme altro tempo, io immerso in un futuro dove il mio libro era reale.

Mi fece sentire l’odore di quei fogli, il fruscio delle pagine. il profumo della libreria.

“Ora che guardi questi fogli, se torni indietro nel tempo, adove è iniziato questo viaggio?”

“Da questa stanza”.

 

Tornai dal coach quindici giorni dopo.

“Senti – lo interruppi – non ne ho più voglia.

Penso tu sia un uomo cattivo”.

Sono sul treno per Mestre e sto leggendo un fumetto. “Corto Maltese, Favola di Venezia – Sirat al Bunduqiyyah”. C’è scritto: “Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in calle dell’amor degli amici; un secondo vicino

al ponte delle Meraveige; un terzo in calle dei marrani, a  San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani (e qualche volta anche i maltesi..) sono stanchi delle autorità costituite, si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte  che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie”.

Scendo dal treno e lo chiamo .

Vuole sapere se lui è ok e io ok.

 

Avevo deciso che il viaggiatore sarei stato io.

Cosa avrebbero fatto i miei accompagnatori.

I

“Ti va di fare un gioco?

Volle sentire sì, poi tagliò un foglio di carta  in sei strisce e me le passò.

“Scrivici i nomi dei tuoi accompagnatori.

Fanne sei palline di carta e tirale in aria”.

 

“Hai detto, se ho compreso bene,  che ti piacerebbe essere come Eta Beta e mi hai parlato del suo gonnellino dal quale può tirare fuori tutto ciò di cui ha bisogno, per qualunque necessità, in qualunque momento. Cosa c’è nel tuo gonnellino che può esserti utile?”

 

Avevo già esperienza di scrittura, leggevo molto,  studiavo e l’immaginazione non mi mancava. Il potenziale c’era

“Mi serve il rasoio di Occam: tra diverse ipotesi o variabili scegli quella più semplice”.

“Hai esperienza di scrittura, se ho capito bene, studi, hai immaginazione e  vuoi usare il rasoio di Occam, di queste tue abilità cosa puoi utilizzare, concretamente?”

 

“Il rasoio. Mi serve per tagliare

“Come sceglierai cosa tagliare e cosa no?”

 

Volevo uscire da lì e non tornare più.

****

Il piano d’azione mi era abbastanza chiaro. Mi ero dato un obiettivo ben definito, di quelli che piacciono al coach:  nei giorni a venire volevo iniziare a scrivere.

“Cosa farai?”

 

“Rileggerò la trama e la struttura del racconto. Farò tre disegnini con Beatrice all’inferno, il santo in Purgatorio e Virgilio in Paradiso. Scriverò ogni giorno un haiku. Tra due giorni inizierò”

“Cosa può disturbarti?”

 

“Ne ho visto cose che voi umani non potete immaginare, navi da combattimento in fiamme sui bastioni di Orione, ho visto i raggi B balenare nel buio alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno persi nel tempo, come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire…”

“Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio”.  “Cosa sognano le pecore elettriche?” “Avevamo tutto a disposizione”

 

Stop, stop, stop, fermate tutto.

 

****

 

Rientrai a casa stanca dopo dieci ore di test  in laboratorio, le due intelligenze artificiali

non funzionavano. Uno si è messo in testa di essere  un coach che lavora solo di notte, l’altro, il coachee,  si è  convinto che il coach sia cattivo. Il libro di viaggio  è diventata la Divina Commedia di Dante Alighieri. Hanno messo nel frullatore Blade Runner, Casblanca,  le pecore di Philip Dick, l’incipit dell’Ulisse di Joyce, e la sconsolante ammissione della dottoressa Dibiaski  in Look Up, di fronte alla cometa che ammazza tutti.

 

Compilai la scheda di Incoaching.

 

Sono un’esperta di Intelligenza Artificiale, un affare  di famiglia. Mia nonna era Susan Calvin, la prima robopsicologa della storia. Asimov scrisse di lei.  Sono stanca, appendo il camice.

Riguarderò Via col Vento. L’ologramma di Rossella ‘O Hara è meglio del Metaverso

di Zuckerberg. Ho voglia di un cioccolatino,  dovrei avere una pralina nel  camice.  Solo che non è un cioccolatino, è una delle palline di carta che quei due hanno fatto simulando malamente un work in.

 

Questo, però, non può essere vero.

Quello che accade di là, non può venire di qua.

Scartoccio la pallina: sul foglio c’è scritto un haiku.

Abbiamo un problema.

Farò come Rossella:  ci penserò domani.

 

***

…Dentro al silenzio

Carrozze nella neve

…è primavera

***

 

 

Paolo Giacomin
Giornalista – Coltivatore di coaching
ilgipa@gmail.com

 

 

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