Categoria: Coaching e interferenze alla mobilità: il ruolo delle credenze irrazionali

Categoria: Coaching e interferenze alla mobilità: il ruolo delle credenze irrazionali

Coaching e interferenze alla mobilità: il ruolo delle credenze irrazionali

 

Sin dalle origini del Coaching, il concetto di “interferenza” è stato intrinsecamente connesso a quello di potenzialità. Di fatto, la domanda di coaching origina da una crisi di autogoverno, una situazione in cui il/la coachee si trova “bloccato/a” tra il desiderio e la paura di un cambiamento (Pannitti e Rossi, 2012; 2019). Il ridimensionamento delle interferenze da parte del coachee risulta, quindi, un passo ineludibile per la piena valorizzazione delle proprie potenzialità.

In questo ambito, può essere particolarmente interessante parlare di credenze irrazionali, ovvero di modalità di pensiero o convinzioni con cui la persona interpreta e (re)agisce in modo rigido al proprio ambiente (Ellis, 1994). Tali credenze, pur basandosi su un desiderio, una preferenza o un obiettivo importante della persona, non ne favoriscono la sana e proattiva realizzazione (Dryden, 2014). La rigidità intrinseca a queste credenze tende, piuttosto, ad alimentare un loop vizioso tra la riduzione delle capacità di autoregolazione della persona e il consolidamento della credenza, attraverso l’innesco di emozioni e comportamenti controproducenti (Bandura, 1991).

È  da sottolineare che le credenze irrazionali, soprattutto quelle che ostacolano lo sviluppo della persona e/o causano sofferenza psicologica, sono radicate nella storia evolutiva della persona e, per questo, spesso non consapevoli. In quanto tali, rientrano nell’ambito di intervento della psicoterapia. Tuttavia, nel caso in cui la narrazione dei coachee sia caratterizzata da credenze irrazionali, cosa può fare un coach?

Pertanto, questa tesina ha l’obiettivo di (1) presentare le credenze irrazionali in accordo con la Terapia razionale emotivo-comportamentale (REBT da qui in poi; Ellis, 1994; Ellis e Dryden, 1997) (2) ipotizzare alcune strategie di lavoro utili allo sviluppo della mobilità del coachee in presenza di credenze irrazionali,  pur rimanendo saldamente ancorati alla metodologia d’intervento del Coaching evolutivo (Pannitti e Rossi, 2019).

 

Cosa sono le credenze irrazionali? E quali sembianze possono assumere?

Una credenza irrazionale è una modalità di pensiero, o convinzione, fondata su un forte desiderio personale, attraverso cui la persona interpreta e reagisce in modo rigido agli eventi connessi alla sua realizzazione/frustrazione (Ellis, 1994). Tale rigidità di pensiero origina tipicamente da una pretesa, espressa nella forma di un dovere o di un bisogno di natura assoluta. Essa, nel dialogo interiore e nelle verbalizzazioni della persona, può avere come oggetto il sé (“io DEVO…”), gli altri (“tu DEVI…”) o gli eventi (“la vita DEVE…”) (Dryden, 2014).

Per la REBT (Ellis e Dryden, 1997), pretendere equivale a credere che certi eventi (per noi desiderabili) debbano assolutamente realizzarsi e, al contempo, a escludere la possibilità che altri eventi (per noi non desiderabili) possano accadere. Potrebbe essere il caso di un coachee, di 30 anni, che “deve assolutamente prendere la patente” per poter beneficiare di opportunità di lavoro per lui più stimolanti. Un obiettivo che, per quanto importante e desiderato per lui,  continua a procrastinare. Chiaramente, la “doverizzazione” (ad esempio di un obiettivo di percorso, di sessione o extra-sessione) non è a priori considerabile come un’interferenza alla mobilità, fintanto che non sia il/la coachee stesso/a a portare dei contenuti in questa direzione.

Sulla base della pretesa si poggia la formazione delle altre forme di pensiero irrazionale, ovvero la catastrofizzazione, la bassa tolleranza della frustrazione e la svalutazione (Dryden, 2014).

Catastrofizzare implica l’esagerazione della gravità o della spiacevolezza connessa alla possibilità di non poter realizzare i propri desideri, preferenze o obiettivi. Ad esempio, un coachee in cerca di una prima occupazione potrebbe comunicare a un certo punto che “non troverà mai più lavoro se il colloquio per quella azienda dovesse andare male” (pretesa alla base: “il colloquio deve assolutamente andare bene”).

Nel caso della bassa tolleranza della frustrazione la persona si focalizza sul senso di frustrazione provato nelle situazioni in cui i propri desideri, preferenze o obiettivi non trovano un riscontro nella realtà. Ad esempio, una coachee potrebbe voler migliorare la sua relazione con il/la partner e lamentare, al contempo, di non essere sempre messa al primo posto da lui/lei  al punto da “non poter proprio continuare a queste condizioni” (pretesa alla base: “devo essere sempre messa al primo posto dal/la mio/a partner”).

Infine, la svalutazione consiste in una valutazione globale, generalizzata di sé, degli altri o della vita in generale sulla base di un singolo aspetto negativo. Un coachee, ad esempio, potrebbe svalutare in toto la sua competenza professionale solo perché “non è riuscito a rispettare una scadenza” su un progetto per lui molto importante (pretesa alla base: “devo riuscire a rendere il massimo in ogni cosa che faccio”).

 

Quali sono le conseguenze delle credenze irrazionali?

Secondo la REBT (o in generale negli approcci cognitivisti al funzionamento della mente; Ellis, 1994), non sono gli eventi di per sé (A) a generare reazioni affettive e comportamenti (C), ma il modo in cui li interpretiamo o simbolizziamo (B).  Quando è attiva una credenza irrazionale, la realtà viene interpretata in modo rigido e limitato, generando tipicamente emozioni e comportamenti controproducenti rispetto all’obiettivo di cambiamento che la persona vuole agire su di sé o sul proprio ambiente (Dryden, 2014). Sul piano emotivo, ad esempio, una credenza irrazionale potrebbe provocare reazioni d’ansia, maniacali, umore depresso, rabbia e sensi di colpa. E, sul piano comportamentale, procrastinazione, ritiro o evitamento, incapacitazione, comportamenti (auto o etero)aggressivi. Utilizzando il cappello del Coaching, in altri termini, le credenze irrazionali rappresentano un caso peculiare di interferenza all’espressione delle potenzialità positive del coachee.

 

Si può lavorare in sessione sulle credenze irrazionali? Se sì, come?

Quello delle credenze irrazionali è un terreno estremamente scivoloso perché, in termini di intervento, richiede competenze che vanno “al di là” degli obiettivi del coaching. In un setting psicoterapeutico, infatti, la credenza irrazionale può essere oggetto di analisi con scopo risolutivo. Su questo piano, la REBT indica strategie specifiche per dirigere il paziente verso il riconoscimento e la riformulazione delle proprie credenze in modo più flessibile. Al contrario, nel setting del coaching, il coach non può intervenire con un intento risolutivo. Se (e solo se) il coachee dovesse manifestare una credenza che interferisce con la sua mobilità, cosa può fare concretamente il coach?

Assunta una relazione facilitante, il coach si limiterà ad aumentare lo spazio del potenziale del coachee, rimandando le interferenze in modo da facilitarne la consapevolezza e un maggiore autogoverno. Questo lavoro, almeno ipoteticamente, sarà rilevante quando la credenza interferente si manifesta come parte integrante della narrazione del coachee durante il percorso. Concretamente, in quest’ultimo caso, si potrebbe ipotizzare di allenare il coachee sulla credenza irrazionale soprattutto in due momenti di una sessione, con riferimento alla struttura del Coaching evolutivo (vedi Pannitti & Rossi, 2019), ovvero nella fase di elaborazione e/o, a percorso avviato, in fase di feedback d’extra-sessione. Nel primo caso, infatti, la credenza irrazionale potrebbe ostacolare lo spostamento simbolico del coachee sul suo futuro desiderato. Nel secondo caso, il coach può accedere attraverso la narrazione del coachee alle interferenze verificatesi sul piano dell’azione nell’extra-sessione e, soprattutto, ai significati e alle emozioni a esse associate.

In fase di elaborazione, il coach potrebbe sostenere un processo di autoristrutturazione nel coachee rispetto alla credenza irrazionale, utilizzando domande e feedback d’ascolto in accordo con la scala sequenziale di inferenza (vedi Pannitti e Rossi, 2012).  A seguito di tale operazione, il coach avrà poi la possibilità di valorizzare la mobilità verificatasi rispetto alla credenza, in modi funzionali alla definizione dell’obiettivo e del piano d’azione d’extra-sessione.

Sia in fase di elaborazione sia di feedback extra-sessione, il coach può allenare il coachee al pensiero laterale per ridimensione l’interferenza generata dalla credenza razionale, stimolandolo a indossare altri “cappelli” nella formulazione di situazioni, problemi e soluzioni.  Inoltre, il coach può stimolare nel coachee l’ascolto e l’esteriorizzazione, verbale o non-verbale, dei vissuti emotivi alimentati da una credenza irrazionale. Infatti, le emozioni sono un potente driverdell’azione della persona quando messe al servizio dei propri obiettivi (Bandura, 1991) e, anche se d’intensità negativa,  diventano disfunzionali soltanto nella misura in cui interferiscono con il funzionamento ottimale o desiderato dalla persona  (Ellis, 1994).

 

 

Ferdinando Paolo Santarpia
Psychology and Social Neuroscience
Roma

 

 

 

Bibliografia

Bandura, A. (1991). Social cognitive theory of self-regulation. Organizational behavior and human decision processes, 50(2), 248-287.

Dryden, W. (2014). Rational emotive behaviour therapy: Distinctive features. Routledge.

Ellis, A. (1994). Reason and emotion in psychotherapy. New York: Birch Lane Press. Revised and updated edition.

Ellis, A., & Dryden, W. (1997). The practice of rational emotive behavior therapy. New York: Springer.

Pannitti, A., & Rossi, F. (2012). L’essenza del coaching. Il metodo per scoprire le potenzialità e sviluppare l’eccellenza. FrancoAngeli.

Pannitti, A., & Rossi, F. (2019). L’evoluzione del Coaching. Franco Angeli Editore.

 

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