Categoria: Coaching e tempo

Categoria: Coaching e tempo

Coaching e tempo

Senza pretesa di esaustivitá si presentano qui alcuni input sulla questione del tempo e di come il concetto, nelle sue diverse declinazioni, sia usato nel coaching. Il modo di percepire il tempo dipende da fattori culturali, neurologici e psicologici e come tale è una dimensione fondamentale dell’umano e della sua quotidianità.

 

Nozione di tempo. Cenni

Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa» (Agostino, Confessioni, XI: 21-26). Con Sant’ Agostino il tempo non esiste come entità autonoma nel mondo esterno ma esso diventa esperienza interiore, fenomeno dell’animo.

 

La nozione moderna di tempo come risorsa misurabile (e produttiva) nasce nel XIX sec. con la ferrovia e l’orologio. Diversa era la concezione del tempo nel pensiero classico quando convivevano un tempo ciclico, legato ai ritmi naturali e al divenire, e l’eternità immutabile delle Idee (Platone).

Nel seicento Leibniz, immaginava una materia passiva e priva di memoria composta di “mens momentanee”  e riservava agli esseri viventi la capacità di ricordare e dunque di vivere il tempo.

Con Kant il tempo (insieme allo spazio) diventa intuizione a priori: è la struttura universale che rende possibile ogni forma di pensiero, in opposizione alla visione newtoniana che lo considerava un dato oggettivo e divino. Arrivando ai nostri giorni, la loop quantum gravity propone addirittura di eliminare il tempo dalle descrizioni fondamentali dell’universo, sostituendolo con relazioni tra eventi: una prospettiva che conserva il tempo nella vita quotidiana ma ne nega l’esistenza come categoria primaria della realtà.

Cosa significa questo per il coach? Significa che da sempre il tempo, il suo trascorrere e  la memoria che genera plasmano il pensare umano, la coscienza che l’uomo ha di sé, del suo essere e del suo divenire. È fatto costitutivo della sua natura e della sua storia.

 

Sulle categorizzazioni del tempo.

Gli esseri umani sperimentano il tempo attraverso la trasformazione e la finitezza delle cose. Per Émile Durkheim e Marcel Mauss  (1902) il tempo smette di essere visto come dato naturale per diventare un costrutto sociale, il fondamento delle categorie di tempo è il ritmo della vita sociale: ciò che chiamiamo “scorrere del tempo” nasce infatti dai ritmi delle attività collettive, regolarizzati dal calendario.

Henri Bergson alla fine dell’800 distingueva il «tempo vissuto» (tempo scientifico, misurabile) dal «tempo interiore»  che varia con il nostro stato interiore e rende ogni momento unico. Questa dialettica fra astratto e qualitativo anticipa la riflessione antropologica sulle diverse rappresentazioni temporali.

Nello stesso periodo gli studiosi cominciano a descrivere due grandi dimensioni del tempo nelle culture umane: quella lineare, che ordina in sequenza gli eventi, e quella ciclica, che li fa ripetere all’infinito in riti religiosi o nei lavori di sussistenza (ma se ne teorizzerà anche una terza: a spirale) ed ad associare ad esse due forme di socialità. Nelle società preindustriali il tempo ciclico, percepito come qualitativo e carico di significati, si manifesta attraverso feste come il Natale o i calendari rituali. L’etnografia è molto ricca di esempi relativi a come le culture prive di “pensiero diacronico” collocano gli eventi nel tempo. Lo studioso svedese Martin P. Nilsson, nella prima metà del‘900, sosteneva che nelle cosiddette società “primitive” il tempo era concepito in maniera “puntiforme” e i riferimenti corrispondevano ad eventi naturali, sociali o a stati fisiologici.

Per decenni gli antropologi hanno contrapposto questa visione moderna (flusso lineare, divisibile, irreversibile e progressivo, percepito come una risorsa da sfruttare) al tempo ciclico delle società “preindustriali” ma a partire dagli anni settanta si è superata questa polarizzazione netta, emergendo l’idea che ogni cultura incorpora simultaneamente elementi di tempo lineare e ciclico.

Cosa significa questo per il coach? Che le identità del coach come quelle del coachee sono evolute all’interno di una determinata concezione di tempo e che queste dimensioni, che possono essere distinte e convivere, devono essere riconosciute e possono essere funzionali al percorso evolutivo.

 

Tempo e memoria.

Se il futuro e passato sono, desidero sapere dove sono. (…) Così la mia infanzia, che non è più, è in un tempo passato, che non è più; ma quando la rievoco e ne parlo, vedo la sua immagine nel tempo presente, poiché sussiste ancora nella mia memoria» (Agostino, Confessioni, XI: 18-23).

 

Legata al senso del tempo e alla concettualizzazione delle due rappresentazioni temporali vi è, all’interno degli studi di antropologia culturale, anche la riflessione sul significato di “memoria” e come essa possa essere studiata. La memoria rappresenta una griglia interpretativa fondamentale per la nostra esistenza. La memoria è al tempo stesso processo soggettivo e collettivo. La relazione tra senso del tempo, costruzione della nostra identità e memoria individuale e sociale, è stato uno dei temi più importanti studiati da Henri Bergson il quale parlava di quel prolungamento del proprio passato nel presente che forma ciò che noi siamo. L’idea di memoria di Bergson era radicata nella sua idea di tempo, il quale era direttamente connesso alle condizioni psicologiche di irrequietezza o di calma.

Il tempo resta un enigma nonostante decenni di studi. Nel 2009 Marc Wittmann sottolineava che, pur essendo centrale per spiegare il comportamento complesso, i meccanismi alla base della percezione temporale sono ancora frammentari e contraddittori tra psicologia e neuroscienze.

Dal punto di vista neuroscientifico, il tempo soggettivo—o cronestesia—dipende da più regioni cerebrali e neurotrasmettitori (la dopamina che accelera il nostro “orologio interno” o  i neurolettici che  lo rallentano).

L’età gioca un ruolo cruciale: con il passare degli anni i processi cognitivi rallentano, l’attenzione si frammenta e la memoria di lavoro si indebolisce, dando origine all’“effetto telescopio”, per cui gli adulti/anziani percepiscono il tempo come più veloce e collocano gli eventi recenti troppo lontani e quelli remoti troppo vicini.

La percezione del tempo cambia non solo con l’ età, ma anche tra individui della stessa età. L’esperienza del tempo dipende infatti anche dalla percezione soggettiva del tipo di attività che un individuo compie. Diversi studi hanno analizzato i correlati neuronali della percezione del tempo e dell’attivazione comportamentale.

Anche le emozioni deformano la percezione temporale: stati di elevata eccitazione, come la paura, aumentano la velocità del pacemaker interno, mentre l’intensità del ricordo può portare a sovrastimare o sottostimare le durate.

Alcune ricerche (Johnson & MacKay, 2019) suggeriscono che i processi di codifica della memoria legata alle emozioni possono causare una sottostima delle durate nei compiti a venire, ma una sovrastima nei compiti retrospettivi, come se l’emozione aumentasse il richiamo degli eventi in corso, ma causasse una sovrastima delle durate di tali eventi in retrospettiva.

Cosa significa per il coach? Significa che l’età, le emozioni evocate e vissute cambiano la percezione del tempo, che la memoria è elemento importante nel racconto di sé e della consapevolezza ma può creare dei bias se non si considera che questa non  è “oggettiva”.

 

E nel coaching ?

Pur non potendo vedere o toccare il tempo, possiamo percepire il suo scorrere e adattiamo (coscienti o meno) il nostro comportamento di conseguenza.

Il coaching occupandosi dell’essere umano, della percezione che ha di sé, della sua agentività si occupa di tempo. Nel  testo “L’essenza di coaching” di A. Pannitti e F. Rossi troviamo la nozione di tempo come punto d’attenzione e fondativo sia nella definizione stessa del metodo, sia nella dimensione esperienziale del coachee sia come strumento metodologico del coach (o modalità di usare gli strumenti).

Innanzitutto si evoca il tempo nel significato della parola Coaching che rimanda al percorso: nello spazio ma anche nel tempo, si evoca il tempo nella domanda di coaching essa è infatti costituita da due elementi che sono dimensioni tempoali: Il Presente (percepito) e il Futuro (desiderato) ma anche del concetto di mobilità che è definita come  movimento intenzionale orientato verso una meta percorribile in maniera gratificante e raggiungibile in un tempo prestabilito.

Se guardiamo ora all’esperienza del coachee, durante la sessione e lungo tutto il percorso (in particolar modo nella fase di esplorazione) egli sperimenta la presa di coscienza dello stato attuale e del futuro che desidera e verso il quale vuole muoversi. Di fatto il concetto stesso di obiettivo essendo altro da ciò che è, è futuro. La narrazione del coachee inoltre tocca le tre dimensioni temporali e infine probabilmente il coachee sperimenterà che il tempo presente è l’unico in cui possiamo vivere la felicità .

Come, invece, il tempo è strumento metodologico del coach?  Si parla innanzitutto di kairos come della dimensione temporale funzionale, esso è il “qui e ora” il presente del coachee. Mi piace inoltre pensare al setting definito come spazio per sé (accogliente, senza interferenze, protetto) anche come tempo per sé.

Guardando al coach, abbiamo visto che se egli fosse nella dimensione del kronos sarebbe o frustrato (il tempo passa senza risultati) o in ansia (il tempo mancante alla fine della sessione troppo poco per raggiungere risultati). In entrambi i casi cercherebbe di velocizzare il processo stimolando le intuizione e cadendo così in errore. Potrebbe infatti modificare le domande inserendo parte della risposta al suo interno, dando consigli espliciti, sostituendosi al coachee. Ancora sulle domande è stato sottolineato che tra i requisiti di quelle efficaci c’è quello di volgere lo sguardo al futuro, (allargare orizzonti, creare curiosità) e sempre parlando del processo maieutico tra gli errori c’è quello di porre domande in “rapida successione”. Inoltre c’è il silenzio che è un modo per dire al coachee che ha tutto il tempo che gli serve per riflettere, provare un’emozione, elaborarla, consapevolizzarla..

Concludo questo excurusus sui riferimenti al concetto di tempo ricordando la T dell’acronimo SMARTER (obiettivo deve essere definito nella tempisica) o la W (when) del modello GROW di Whitmore e più in generale il piano d’azione dove le azioni sono programmate in un tempo preciso.

 

Anche tra le ICF Core competencies (2019) troviamo il concetto del tempo. Si può sottintendere quando si legge: “È sensibile all’identità, all’ambiente, alle esperienze, ai valori e alle credenze dei clienti”o “Resta consapevole e aperto all’influenza del contesto e della cultura su se stesso e sugli altri” perché abbiamo visto il tempo è anche fatto culturale. In maniera esplicita si ritrova in “Collabora con il cliente per gestire il tempo e il focus della sessione” o ancora “Crea o lascia spazio per il silenzio, pause o riflessione”.

Impossibile dunque non osservare e considerare la dimensione temporale nel metodo del coaching. Molte sono le teorie e gli strumenti riferiti alla concezione del tempo e della memoria che hanno nutrito e nutrono il lavoro dei coach. Ne cito qui tre (che saranno per me spunti di approfondimenti futuri):

 

Philip Zimbardo ampliando un concetto di K. Lewin (che nel 1951  definì la prospettiva temporale come la totalità della visione di un individuo sul suo passato e sul suo futuro psicologico esistente in un dato momento) analizzò come i bias temporali (passato, presente, futuro) influenzino comportamenti, motivazioni e costruzione dell’identità personale. Nel 1999  con Boyd elabora il ZTPI, un questionario di 56 item progettato per misurare cinque dimensioni chiave della prospettiva temporale: Past-negative; Past-positive; Present-hedonistic; Present-fatalistic; Future.  Queste 5 dimensioni possono essere usate nella timeline narrativa, collegando ciascuna dimensione a capitoli di vita significativi. Interessante sarebbe comprendre come adattare ciò alle specificità culturali e linguistiche del cliente.

Input da approfondire: se ad esempio nella cultura di riferimento di chi scrive per la prospettiva del Futuro le caratteristiche sono la pianificazione e l’impatto quello di motivazione (e/o ansia) la stessa prospettiva potrebbe avere o caratteristiche distinte o le medesime ma  con  un impatto differente. Questo il coach è chiamato a considerarlo e nella misura del possibile usarlo.

Mark Wittmann, nel 2009 scrive in “The inner experience of time” che la percezione del tempo umano non deriva da un singolo meccanismo cerebrale, ma da un insieme complesso di processi cognitivi, emozionali e corporei. In questo senso, il tempo è inseparabile dalla consapevolezza del corpo e dell’identità. Nel coaching si terrà dunque presente che modo in cui ricordiamo e immaginiamo influenza il nostro agire, che attenzione, memoria, emozioni influenzano la nostra percezione temporale e che quindi anche in sessione e durante il percorso gli stati emotivi influenzano la percezione del tempo e con essa il racconto e la proiezione nel futuro.

Input da approfondire: si può usare la respirazione o esercizi di rilassamento o per la percezione delle sensazioni fisiche per centrarsi sul qui e ora.

Frederic Hudson  nel suo libro The Handbook of Coaching presenta la ruota del cambiamento  (quattro stagioni e dieci tappe, basata su due assi: quantità ed energia qualitativa) che intersecandosi descrivono i cicli continui di: rinnovamento, realizzazione, transizione e ritiro. Come le stagioni, ogni fase ha un tempo proprio e non si può forzare il passaggio da una fase all’altra, le transizioni sono fluide e ci sono momenti ambivalenti. Ogni persona attraversa le fasi a ritmi diversi. Alcuni restano a lungo nel ritiro, altri accelerano il rinnovamento. Hudson contrappone al paradigma tradizionale della vita come linea retta l’idea del tempo come sequenza infinita di cicli di trasformazione. Considerare la dimensione ciclica del tempo significa che il ciclo può ripetersi, ogni volta con più consapevolezza.

Input da approfondire: si cercherà dunque di capire e utilizzare non  l’età anagrafica ma la posizione del coachee all’interno del ciclo “stagionale” per comprendere il suo “quando” interiore. Il tempo diventerà così un indicatore di stato emotivo e di energia disponibile.

 

L’identità si sviluppa nel tempo, attraverso la riflessione su passato, presente e futuro. La percezione dello scorrere del tempo iniseme alla capacità di vivere l’istante, di essere nel presente rendono l’esperienza temporale (del coach e del coachee) un fattore importante nel meodo del coaching.

 

 

Valeria Presciutti

Cooperante Internazionale Yaounde

presciuttivaleria@gmail.com

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