Categoria: Coaching e il “Verme” della Trascuratezza
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Coaching e il “Verme” della Trascuratezza

Tra le varie leggende della tradizione inglese, vi è una storia ambientata al tempo delle crociate, che trovo particolarmente calzante al tema della tentazione, da parte del Coachee, di lasciare andare gli eventi senza assumersene la responsabilità, come una sorta di abbandono che può manifestarsi tra una sessione e l’altra, dovuto a un intensificarsi delle difficoltà o al cambiamento improvviso del piano d’azione.

La leggenda narra di un giovane ribelle, John Lambton, il quale una domenica mattina, al posto di recarsi in chiesa ad assistere alla messa da buon cristiano, decide di andare a pescare presso il fiume Wear dove, dopo diverso tempo, alla sua lenza abbocca una strana creatura vermiforme dall’aspetto ripugnante. Il ragazzo, disgustato, se ne libera all’istante gettando l’essere in un pozzo, senza badare alle parole di uno straniero di passaggio che lo ammonisce, dicendogli che la creatura pescata è segno di un cattivo presagio.

Già dall’antefatto, la scena mi riporta alle situazioni in cui il Coachee tende a sottovalutare eventi o aspetti emozionali inusuali rispetto alla difficoltà di cui è portatore, dove la sua attenzione si focalizza su reazioni abitudinarie, per le quali anche un punto di vista esterno, un elemento del contesto fuori dal proprio campo percettivo viene considerato irrilevante o, comunque, di scarso effetto sull’azione personale.

Infatti, John, senza più pensare né all’orripilante creatura né all’avvertimento dello straniero, restando ancorato alla sua “visione quotidiana”, crede di trovare una risposta ai suoi atteggiamenti ribelli pentendosi delle azioni da cattivo cristiano, ovvero affronta il problema personale fuggendo dal medesimo. Pertanto, decide di partire per la Terra Santa e partecipare a una crociata contro gli infedeli, concependo il suo valore come una crescita al di fuori del proprio controllo, seguendo il pensiero della liberazione o del miglioramento personale come una lotta verso qualcuno.

Nel frattempo, il verme, dimenticato nel pozzo, inizia a crescere a dismisura, arrivando a circondare con il suo corpo ben tre volte un colle della regione; inoltre, al di là del problema della grandezza fisica, la creatura distrugge ogni cosa, è sempre a caccia di agnelli e mucche per alimentarsi di latte di cui è terribilmente ghiotta e, per evitare una strage continua, gli abitanti del posto sono costretti a procurarne quantità sempre maggiori.

Quando il Coachee decide di tralasciare parti di Sé che pensa o sa essere parte del suo problema ma preferisce evitare anche a fronte di una consapevolezza “stringente”, il timore, l’orgoglio o la resistenza possono portarlo a coprire la sua stessa richiesta d’aiuto che, intanto, da piccolo e innocuo vermicello quale può apparire, dentro inizia a crescere, assumendo anche forme dolorose e incontrollabili. Spesso, più la dimensione interiore della difficoltà è intensa e maggiori sono gli sforzi che, all’esterno, il Coachee si prodiga a mettere in atto per sfogo o apparente liberazione, proiettando all’esterno le immagini distorte di mostri da combattere.

E così, nonostante molti prodi cavalieri tentino di eliminare la creatura immonda anche tagliandola a pezzi, quest’ultima, ricomponendosi, diventa sempre più forte, divorando pure i malcapitati guerrieri che osano cimentarsi nell’inutile impresa. Passano sette anni, il giovane John si è ormai fatto uomo, ha fatto esperienza e, soprattutto, “è cresciuto” non solo con l’età; infatti, tornando in patria, adesso “riesce a vedere” i danni causati dal verme e, guarda caso, la leggenda dice che John, questa volta, decide di affrontare la creatura quando viene a sapere dalla gente del posto che si tratta proprio di quell’essere che aveva pescato e poi gettato in un pozzo anni prima.

Quando il Coachee ha modo di vedere il ritorno delle proprie azioni, o meglio, quando dallo stesso contesto in cui vive giungono segnali o tracce dell’impatto di un qualcosa che ha detto, fatto o, più semplicemente, evitato di fare, spesso nel Cliente sorge un dubbio che apre all’introspezione. La domanda che pone “il Coach di passaggio” adesso può trovare una risposta non più dettata dall’abitudine bensì formulata da un diverso modo in cui il Coachee inizia a vedere la situazione.

Quindi, il nostro John, non vuole più sfuggire alla propria responsabilità e, purtroppo, deve anche fare i conti con una realtà che è peggiorata nel tempo, ma questa volta decide di agire: rispetto alle armature indossate da tutti gli altri cavalieri, ricopre interamente la propria di spuntoni acuminati e si mette in attesa del verme sopra una roccia in mezzo a un fiume, dove la creatura riposa.

Non appena il mostro si avventa su John per stritolarlo, le punte trafiggono il suo corpo, procurandogli sempre più ferite a ogni movimento; l’audace cavaliere si fa spazio tra le spire, estrae la spada e taglia in due il verme. L’aspetto che più mi affascina di questa storia, a parte il finale, è che la creatura non muore perché trafitta o fatta a pezzi dal guerriero di turno, come spesso si legge in molte storie, bensì soccombe perché un troncone del suo corpo viene trascinato via dalla corrente del fiume, in modo che il verme non ha più modo di riunire le sue parti staccate.

Lo reputo un passaggio cruciale del racconto, in quanto è proprio la capacità di non alimentare più gli stessi pensieri di prima che permette al Coachee di scindere la sua difficoltà dall’abitudine quotidiana, concedendosi quel necessario spazio interiore per (ri) emergere sotto un altro punto di vista. In teoria, seguendo un copione canonico, la storia potrebbe anche chiudersi qui, con un nuovo ritorno alla vita di tutti i giorni, il trionfo dell’eroe, ricchezze a dismisura o nozze con qualche splendida fanciulla locale, ma, secondo me e la mia personale chiave di lettura, la parte più interessante deve ancora venire.

La leggenda narra che, una volta sconfitto il verme, il prode John avrebbe dovuto uccidere il primo essere vivente che avesse incontrato; fuor di metafora, al di là dell’aspetto etico o truce dell’impresa, il giovane Lambton ha sì sconfitto, o deciso di cambiare, una parte di Sé, ma fine a che punto avrà la volontà di continuare lungo il cammino intrapreso? Sarà disposto ad assumersi responsabilità anche più grandi rispetto all’uccisione di un mostro, nonostante la fatica che tale evento ha comportato?
John, preventivamente, si è messo d’accordo col padre perché costui, udito il grido di vittoria del giovane a seguito dell’uccisione della creatura, liberi il povero cane domestico come vittima sacrificale, onde evitare la terribile maledizione che, senza traccia di sangue versato, avrebbe condannato la stirpe dei Lambton per ben nove generazioni: sarebbero tutti venuti a mancare per morte violenta. Al cavaliere il piano sembra perfetto, ma il padre, colmo di gioia per l’impresa portata a termine dal figlio, si lascia andare all’entusiasmo, trascura involontariamente l’accordo (così come anni prima lo stesso John, sulla scia di un’emozione, non diede peso al vermicello gettato nel pozzo) e si dimentica di liberare il cane, correndo verso il figlio per congratularsi. Di fronte a suo padre, John se ne guarda bene dal commettere un omicidio e così, per le nove generazioni a seguire, la leggenda vuole che la stirpe dei Lambton sia stata colpita dalla dolorosa maledizione.

Al di là di considerazioni di tipo etico che esulano dal presente articolo o da morali semplicistiche come le colpe dei padri che ricadono sui figli, il mio punto di attenzione si concentra sulla figura di John, il quale, come a volte può accadere anche al Coachee, credendo di aver superato un proprio limite interiore di responsabilità nella gestione di una situazione di vita quotidiana, trascura l’impegno di proseguire lungo il sentiero avviato, tornando a delegare all’esterno (per John, al padre) risposte e decisioni derivate dalle azioni personali, quando invece: ‘[…] la lotta non è contro degli esseri umani, ma contro un’idea astratta, e questo tipo di lotta richiede uno schema differente’ (Pearson, 1990).

 

Federico Polidori
Training Specialist, Role Playing Game Designer, Life Coach
Cologno Monzese (MI)
federicom18@libero.it

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