Categoria: Comportamenti e Ambiente: “uscire allo scoperto” quando si crede di poterlo fare…

Categoria: Comportamenti e Ambiente: “uscire allo scoperto” quando si crede di poterlo fare…

Comportamenti e Ambiente: “uscire allo scoperto” quando si crede di poterlo fare…

Sulla base degli studi condotti dallo psicologo A. Bandura, ‘[…] se non si crede di poter produrre gli effetti che si desiderano con le proprie azioni, si hanno pochi incentivi per agire e perseverare nonostante le difficoltà’; in quest’ottica di “orientamento agentivo”, la capacità del Coachee nel saper mettere a frutto la propria auto-organizzazione costituisce il terreno più adatto e concreto per esercitarsi nell’assumersi impegni migliorativi a medio/lungo periodo.

Il credere di poter determinare degli effetti attraverso un’azione è solo un presupporto da cui partire e non il risultato stesso che magicamente permette l’accadere di un evento; tra i suoi significati, “credere” indica l’avere certezza che un qualcosa sia proprio come appare, dandolo per vero; quindi, una prospettiva per la quale si è già scelto il modo di affrontare una data situazione, evitando altri approcci o, comunque, orientandosi su una scelta (più o meno) ponderata.

Il compito del Coach è di avventurarsi lungo un rapporto relazionale che permetta al Coachee di prendere consapevolezza delle risorse a sua disposizione sulle quali far leva per operare il cambiamento desiderato, che spesso avviene nel momento in cui le credenze del Cliente subiscono uno “spostamento” a livello mentale o emotivo. Ed è proprio all’interno della Relazione Facilitante (Pannitti, Rossi, 2012) tra Coach e Coachee che si possono ben evidenziare quelle che Bandura definisce le tre cause di condizionamento alla base del concetto stesso di agentività.

La prima riguarda i fattori personali interni, ovvero l’insieme di pensieri, emozioni, processi che caratterizzano l’individuo nell’elaborazione dei propri vissuti e, di conseguenza, “l’aspetto” del percepito del Coachee nel momento precedente l’azione. La seconda causa è il comportamento agito in un determinato contesto, da intendersi non solo come messa in atto ma anche come differenza tra ciò che il Coachee crede di esprimere tra la percezione dei suoi fattori personali interni e quanto poi effettivamente realizza in concreto. Il terzo elemento è rappresentato dagli eventi ambientali che costituiscono lo spazio nel quale la persona esprime una specifica condotta e, quindi, l’insieme di ulteriori stimoli e/o informazioni provenienti dall’esterno che possono influenzare le prime due cause con un effetto di ritorno spesso imprevedibile.

In un percorso di Coaching, il Cliente si trova, fin dalla prima sessione, a lavorare sul proprio credere di poter produrre (o meno) determinati risultati, in quanto si scontra con un percepito soggettivo che “esce” dal suo terreno personale per diventare “un fattore comune”, condiviso con il Coach nel corso delle proprie elaborazioni. Di conseguenza, l’intenzione di agire un dato comportamento insieme all’interpretazione di un evento ambientale possono scardinare l’efficacia sulla quale si basa il credere di riuscire a dare adito a un esito produttivo, portando il Coachee a uscire da una visione di tipo deterministico, dove in un sistema tale ‘[…] tutti i suoi cambiamenti sono cambiamenti strutturali che sorgono dal funzionamento delle proprietà dei suoi componenti nelle loro interazioni, e non attraverso processi istruttivi nei quali un agente esterno determina quello che avverrà in esso’ (Maturana, 1990).

In pratica, è proprio laddove vige un nesso di probabilità tra le tre cause sopra esposte (fattori personali, comportamenti ed eventi ambientali) che il Coachee ha modo di operare un lavoro sulle proprie credenze, all’interno di una circolarità data dai tre elementi e costantemente alimentata dalle domande del Coach che agiscono sulla concatenazione delle “cause in gioco” in maniera dinamica. Integrando il concetto anche con spunti “etologico-marziali” sui quali si basa un mio metodo di formazione e coaching, il leopardo, per esempio, manifesta dei tratti “personali” caratteristici che determinano comportamenti (in parte innati, in gran parte appresi) funzionali alla gestione degli eventi ambientali scaturenti dall’ecosistema all’interno del quale vive e si alimenta.

Tra i vari aspetti, la sua particolare modalità di caccia, accorta e diversificata a seconda delle circostanze, gli permette di adattare la strategia di ricerca del cibo sfruttando il rapporto tra fattori “personali” e contesti d’azione, in modo da rinforzare i comportamenti più efficaci a seconda delle situazioni che si trova ad affrontare. Adattando il pensiero di Bandura, “un Coachee agentivo” non si limita a pianificare e premeditare i suoi interventi ma è anche capace di autoregolazione, nel senso di essere in grado di adottare standard personali che poi monitora e regola sulla base delle proprie azioni.

E alla base di questi standard individuali, derivati da una capacità previsionale che sfrutta al meglio il proprio potenziale in termini di comportamento, il Cliente, accompagnato dal Coach, opera un lavoro valutativo costante, che lo porta non solo a mettere in discussione le proprie credenze ma anche le possibilità ancora invisibili operanti nel suo contesto quotidiano: ‘[…] le azioni che un Coachee deciderà di intraprendere durante il percorso di Coaching, […] saranno tanto più efficaci e appaganti se prenderanno consapevolmente e responsabilmente in considerazione anche le sue potenzialità caratterizzanti le competenze e le attitudini proprie, utilizzate come risorse specifiche’ (Pannitti, Rossi, 2019).

Poiché il processo agentivo, all’interno del quale opera il Coachee, prende vita da una relazione interdipendente tra fattori personali, comportamenti ed eventi ambientali in un interscambio continuo e reciproco, per il Coach, di conseguenza, “muoversi come un leopardo” significa individuare i punti di forza insieme al Cliente per approfondirli con lui, in modo da far emergere quegli elementi di potenziale spesso nascosti sotto credenze date per assodate o di rado messe in discussione.

Ed è proprio tale processo di consapevolezza che permette al Coachee di “uscire allo scoperto” e di essere poi in grado di intervenire in modo concreto sugli obiettivi concordati insieme al Coach. Il piano d’azione struttura così l’evento ambientale, allargando il contesto d’intervento del Cliente, a prescindere dagli effetti che i comportamenti messi in atto dal Coachee stesso potranno avere sulla sua realtà; citando lo psicologo G. Le Bon, ‘l’intelligenza fa pensare, la credenza fa agire’…

 

 

Federico Polidori
Trainer, RPG Designer, Life-Business Coach
Cologno Monzese (MI)
federicom18@libero.it

 

 

 

 

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