Cronache disordinate di una mamma che vorrebbe essere anche coach
La letteratura offre uno spaccato variegato della figura delle madri: pieno di modelli, aspettative e narrazioni. Il più conosciuto nel nostro Paese è senza dubbio quello della mamma chioccia o elicottero: affettuosa, presente, protettiva, sempre pronta a spianare la strada ai figli per evitare inciampi e frustrazioni. Quella, per intenderci, che ti mette la sciarpa anche a Ferragosto “perché non si sa mai” e che ti chiama per sapere se sei arrivato anche se hai più di 40 anni.
All’estremo opposto, l’immagine della tiger mum asiatica: severa, disciplinata, concentrata sulla performance e sull’idea che il successo si costruisca con rigore. Quella che crede che il talento senza disciplina non valga niente, e che considera un 9 a scuola un’occasione mancata.
Una versione più recente è quella della mamma permissiva, quella che preferisce la libertà alla regola, fan dell’autonomia totale, convinta che il bambino cresca soprattutto esplorando. La mamma capace di pronunciare frasi come: “Se vuole dormire con le scarpe, sarà la vita a insegnargli che è scomodo”.
E poi c’è la mamma project manager. Vive la quotidianità come un progetto complesso da far funzionare: ottimizza, pianifica, anticipa gli imprevisti. La sua giornata è una sequenza di task: consegna a scuola, call con il pediatra, revisione dei compiti, onboarding del nuovo sport del mercoledì. Conosce tutte le scadenze, tutti i moduli da firmare, tutti gli incastri possibili: se c’è un buco di 12 minuti tra piscina e musica, lei ci infila un ripasso di tabelline. In un mondo frenetico, è un modello sempre più diffuso, molto milanese (ndr).
Modelli diversi, spesso caricaturali, che fotografano bene un cambiamento culturale in corso: il passaggio da una più genitorialità centrata sul controllo a una orientata alla competenza. Ma modelli che mettono sempre al centro la figura della mamma con le sue paure, nevrosi e aspettative sui figli, mentre ai figli e al loro potenziale rimane un ruolo più marginale.
In questo scenario si inserisce potenzialmente una nuova figura: la mamma coach. Una madre che non vuole sostituirsi ai figli, né proteggerli a oltranza, ma accompagnarli. Che fa domande invece di dare ordini, che allena alla scelta, che costruisce autonomia. Non una super-mamma, ma una bussola che aiuta i figli a leggere il mondo senza togliergli il piacere di scoprirlo.
Il percorso di Coaching che ho appena concluso mi ha costretto a fermarmi e a guardarmi allo specchio: che tipo di madre volevo essere? E che tipo di madre sono davvero? Che tipo di madre vorrei diventare?
Prima che Lorenzo nascesse pensavo di avere le idee piuttosto chiare: immaginavo una me stessa a metà tra la tiger mum – rigorosa, orientata alla disciplina – e una mamma più permissiva, convinta che la libertà aiuti a crescere. Un equilibrio teorico e fragile, che però si è sgretolato non appena Lorenzo è arrivato.
Quando Lorenzo è nato mi sono accorta di attraversare, a fasi alterne, tutti i modelli. Sono stata sorprendentemente iper-protettiva, in un modo che contraddiceva totalmente l’immagine di madre che avevo in mente e soprattutto come credevo di essere. Sono stata permissiva, quando non avevo energie per imporre un confine. E sono stata, spesso, una perfetta mamma project manager, con agende, tabelle e incastri.
Il modello tiger, invece, l’ho abbandonato quasi subito: era semplicemente inadatto per Lorenzo, per la sua sensibilità e per il suo modo di stare al mondo.
Eppure, in questo continuo cambio d’abito tra una “mamma” e l’altra, l’unica costante ero io. Io e il mio senso di inadeguatezza: la sensazione di non essere mai davvero la madre giusta al momento giusto. (Lo so, leggendo starete pensando, e questo povero bambino?)
Il mio percorso di Coaching mi ha insegnato una cosa all’apparenza semplice: al centro non ci sono io, c’è lui.
Io posso stargli accanto e posso farlo in una veste nuova: quella della mamma coach. Non urlare come farebbe una tiger mum, non soffocarlo come farebbe una mamma chioccia, non cedere a tutto come farebbe una mamma permissiva. Ma allenarlo.
Fargli domande, lasciarlo provare, lasciarlo sbagliare. Sospendere il bisogno di controllare e contenere il mondo al posto suo. Aiutarlo a capire chi è – non chi io vorrei che fosse (forse la parte più difficile).
E soprattutto, smettere di risolvergli i problemi ogni volta. Il mio ruolo può essere diverso: creare lo spazio perché possa imparare a farlo lui, a modo suo. Accompagnarlo, non guidarlo.
Tutto chiaro direte voi? E tutto bellissimo, penso io, nella mia nuova veste di mamma coach.
Sulla carta questo passaggio sembra quasi banale, ma nella realtà è tutt’altro che semplice. Perché applicarlo davvero significa accettare una premessa che ci hanno ricordato fin dal primo giorno di corso: “il coach non è interessato all’obiettivo del coachee”.
E qui, inevitabilmente, si apre la mia prima grande difficoltà: come può una madre non essere interessata all’obiettivo di suo figlio? È controintuitivo, quasi innaturale. Il solo pensiero di non desiderare per lui “il meglio” – scuola, amici, soddisfazione, felicità – mi spiazza. Ma forse la vera domanda è: “Il meglio secondo chi?”. Fare davvero coaching, anche come madre, significa accettare che l’obiettivo non lo decido io. E che forse il mio compito è proprio quello di stare accanto a Lorenzo mentre costruisce il suo.
E anche ammesso di riuscire a fare questo primo passo, ne segue un altro ancora più complesso: prendere le distanze dal coinvolgimento emotivo. Come madre sono emotivamente coinvolta e toccata da quello che accade a Lorenzo. Mi rendo conto che questo, a volte, è giusto e naturale, ma altre volte no perchè influenza il mio modo agire – portandomi non sempre alla reazione e risposta migliore. E soprattutto, finisce per condizionare lui, il suo modo di leggere il mondo, il suo margine di autonomia.
La domanda che mi accompagna, quindi, è inevitabile: può davvero una madre essere una coach per i propri figli? E posso io diventare la coach di Lorenzo?
Sono convinta che la risposta a questa domanda sia positiva.
La seconda domanda a cui invece ancora non ho risposta è se sia possibile, come mamma, fare questo percorso da sola o a mia volta ho bisogno del supporto di un coach. Dopo il corso ho probabilmente tutti (o quasi) gli strumenti a disposizione per provare a iniziare questo lavoro in autonomia, a patto di accettare il fatto di qualche caduta lungo il percorso.
Perché per me è così importante provare a essere una mamma coach? La risposta, in realtà, affonda le radici in una convinzione profonda: credo molto nell’importanza dello sviluppo del potenziale.
È un principio che considero fondamentale e che, paradossalmente, vedo applicato molto poco – non solo con i figli, ma anche nel mondo del lavoro. Spesso ci limitiamo alla definizione tradizionale di “talento”: etichette rigide, griglie di valutazione, categorie precostituite. Un modo di guardare alle persone che finisce per uniformarle, più che far emergere ciò che le rende davvero uniche.
Durante il percorso di Coaching una teoria, più di tutte, mi ha colpita: la teoria della ghianda di James Hillman. Hillman sostiene che ciascuno di noi porta dentro di sé una sorta di “seme”, un nucleo originario che contiene il nostro potenziale e la nostra direzione più autentica. Così come in una ghianda è già scritta la quercia che diventerà, allo stesso modo ogni individuo custodisce un’essenza che chiede solo di essere coltivata. Questa teoria è un invito a coltivare qualità innate di ciascun individuo, aiutando così la persona a sviluppare appieno il proprio potenziale unico, invece di concentrarsi sulle mancanze o sui difetti.
Ed è qui che entra in gioco la mia fatica. Per quanto io creda in questo approccio, nella pratica sono spesso una mamma limitante più che potenziante. Anche quando provo a esserlo, non mi sento credibile. E se non lo sono per me stessa, è difficile che lo sia per Lorenzo.
Questa contraddizione mi irrita profondamente, soprattutto perché — nel mio lavoro — la capacità di far crescere il potenziale altrui è una delle competenze che mi viene riconosciuta di più. Ma evidentemente, quando si tratta di Lorenzo, torna a galla quello che dicevo prima: il coinvolgimento emotivo, la difficoltà a prendere distanza, l’ansia di fare “la cosa giusta” che finisce per sabotare il mio tentativo.
Dopo questo corso ho preso coscienza di aver guardato a questo tema in modo disordinato, quasi casuale. Un paio d’anni fa, per esempio, mi ero appassionata ad un podcast sulla genitorialità “L’educazione responsabile”. Ho divorato ogni episodio, mettendo subito in atto i consigli per svoltare per sempre alcune dinamiche viziose. E invece nulla è cambiato davvero. Non per mancanza di convinzione, ma per mancanza di costanza. È come se, pur credendoci, non avessi un quadro chiaro, né un metodo, né uno spazio mentale per applicare davvero quei principi.
Il corso mi ha offerto una lente nuova: mi permette di vedere Lorenzo non come qualcuno da guidare o correggere, ma come una persona che sta crescendo e che porta già dentro di sé tutto ciò che gli serve per diventare chi è destinato a essere. Mi ha fornito anche gli strumenti per compiere un primo passo più consapevole verso la “mamma coach” che vorrei provare a diventare.
Il mio compito, ora, è quello di costruire con lui una relazione autentica, lasciandogli il palcoscenico e restando comunque un’alleata fidata: ascoltarlo davvero, accoglierlo quando ne ha bisogno, offrirgli attenzione e presenza senza prendere il controllo (in sintesi le quattro “A” del Coaching).
È un modo di relazionarsi che non può avvenire da un giorno all’altro. Richiede gradualità, sperimentazione, piccoli passi. Significa per me iniziare da terreni più concreti, come lo studio o i compiti, dove posso lavorare con lui su autonomia, incoraggiamento e autostima, provando a non sostituirmi ma a sostenerlo.
Arrivata alla fine di questa riflessione, mi rendo conto che il punto non è diventare una “mamma coach” perfetta, anche perché il perfezionismo – nel Coaching – è visto come un ostacolo più che un valore, capace solo di alimentare insoddisfazione.
Il vero obiettivo è costruire un modo più consapevole, più intenzionale e orientato al miglioramento continuo di stare accanto a Lorenzo.
E ricordarmi ogni giorno che non sono io al centro della storia, ma lui — con la sua piccola ghianda che chiede solo di essere coltivata.
Silvia Boschetti
Senior Director Marketing e Comunicazione | Lombardia
silvia.boschetti1974@gmail.com
No Comments