Essere Coach: come la Mindfulness può migliorare la nostra capacità di stabilire una relazione facilitante
Come dice Peter Bluckert, uno dei fondatori dell’European Mentoring and Coaching Council, “quando i clienti ripensano, anni dopo, alle prime volte in cui hanno fatto un percorso di coaching, ricordano per lo più la persona del coach, e non gli strumenti o la cornice teorica che usava”. In altre parole, è la relazione, più ancora del metodo, il vero fattore critico di successo in un percorso di coaching. Non è una novità: anche la meta analisi di Lambert e Barley del 2001 sull’efficacia delle psicoterapie mostra come la relazione incida per il 30% sull’esito del percorso, contro il 15% della tecnica psicologica vera e propria. E leggendo le competenze del coach, sia ICF, sia AICP, è ancora più chiaro come la relazione sia sostanziata da alcune azioni ma soprattutto da alcune caratteristiche personali del coach: presenza, apertura, spontaneità, empatia, autenticità, non-giudizio….
Qualche anno fa di fronte alla richiesta di così tante caratteristiche “personali” mi sarei preoccupata: posso imparare a fare domande, ma posso imparare a essere empatica (ma anche autentica, non giudicante, aperta al diverso e flessibile…) se non lo sono già? Detto in altro modo: queste caratteristiche personali devono far parte della mia “personalità o si possono apprendere, allenare e sviluppare? Si può “imparare ad essere”? Il punto è cruciale, perché è responsabilità del coach creare una relazione facilitante.
Oggi, grazie al mio incontro con la Mindfulness, posso darmi le risposte:
- le caratteristiche attitudinali indicate nelle competenze sono per lo più a disposizione di tutti noi: fanno parte della dotazione di base della nostra mente. In quanto esseri umani siamo infatti dotati di sistemi fisiologici che presiedono, sostengono e facilitano la costruzione di relazioni significative. Siamo “cablati” per la socialità. Allo stesso modo, in abbiamo la capacità di essere consapevoli e centrati, di riconoscere i nostri pensieri e le nostre emozioni senza esserne travolti, di osservarli disidentificandoci.
- E’ normale che ci sembri difficile tutto ciò, perché divagare con la mente, assegnare etichette, valutare ciò che ci accade, sono modalità di default della nostra mente, che non possono essere semplicemente “messe da parte” con una decisione, ma vanno conosciute, e governate. Così come non basta dirsi “ascolta di più” per migliorare la nostra capacità di ascolto, ma occorre lavorare ed esercitarsi a lungo per farlo, attraverso comportamenti chiari e replicabili, a maggior ragione non basta imporsi di non giudicare per non farlo, o voler essere presenti per esserlo. Occorre anche qui apprendere e applicare un metodo.
- Esiste un metodo che lavora su queste caratteristiche prettamente umane, facendole emergere e rinforzandole, grazie alla sua capacità di modificare alcuni circuiti cerebrali, ed è la pratica di Mindfulness.
Come funziona?
La Mindfulness è una consapevolezza agita in maniera particolare: rivolta esplicitamente e intenzionalmente al presente e caratterizzata da un modo preciso di leggere ciò che coglie, ossia “calma”, “accogliente” e “non giudicante”.
Proprio come la definisce Jon Kabat Zinn nel suo libro “Dovunque tu vada, ci sei già”: la Mindfulness consiste nel prestare attenzione in modo particolare: intenzionalmente, al momento presente, in maniera non giudicante.
Dal punto di vista fisiologico, l’allenamento di questo tipo di attenzione porta a un inspessimento della corteccia cerebrale, un aumento della densità della materia grigia nelle aree associate a un’attenzione prolungata, una diminuzione dell’attivazione dell’amigdala, un aumento dell’attività della corteccia prefrontale sinistra ed una diminuzione nella destra. Tutti effetti che, a seguito di una pratica costante, rimangono permanenti, diventano cioè dei tratti, che si traducono in comportamenti e atteggiamenti: capacità di mantenere un’attenzione focalizzata più a lungo, aumento della memoria di lavoro, migliore regolazione delle emozioni, assunzione di una visione più aperta, ottimistica e flessibile della realtà, di sé e degli altri, con sensazione generale di maggiore benessere.
Tutto questo si raggiunge allenando la mente a cogliere con apertura ogni stimolo che si presenta alla consapevolezza del momento. Più volte la mente si distrarrà, e ogni volta andrà ricondotta all’esperienza del presente, con gentilezza e la consapevolezza che non si tratta di un errore: la mente è fatta per “vagare”, soprattutto nel futuro e nel passato. C’è infatti un vero e proprio circuito, chiamato circuito di default, che si attiva nel momento in cui la mente non è occupata in attività di grande concentrazione, e che inizia a produrre un borbottio di fondo. Il suo scopo è quello di pensare a qual è il mio posto nel mondo, dare senso a ciò che è correlato a “me” e a “mio” e a “io”. Quanto più la consapevolezza è allenata, tanto più saprà accorgersi con velocità della distrazione e decidere se è opportuno proseguire nel pensiero appena sorto oppure concentrarsi nuovamente sull’attività precedente. Questa capacità diventa particolarmente importante quando permette di riconoscere i propri schemi reattivi e di non lasciarsi trascinare da essi, creando il tempo necessario tra stimolo e risposta per fermarsi, riflettere e fare una scelta consapevole. Ancora, caratterizzante di questo metodo è l’atteggiamento con cui si “notano” pensieri, emozioni, stimoli anche dolorosi: una gentilezza aperta, accogliente e contemporaneamente pronta a lasciare andare.
In cosa la Mindfulness può essere utile ai coach?
E’ immediatamente evidente come un aumento della capacità di concentrazione possa migliorare la qualità dell’ascolto e della presenza di un coach: accorgermi velocemente che, magari complice una parola del coachee, ho seguito un mio percorso mentale che mi ha portata a fare l’elenco della spesa per il giorno dopo, fermarmi e ritornare a prestare attenzione a chi ho davanti, tralasciando di rimuginare sulla mia incapacità di stare attenti e di irritarmi per questo, è sicuramente di aiuto.
Ma il valore della pratica di Mindfulness per un coach, a mio avviso, si rivela soprattutto nell’area della relazione: numerosi studi hanno dimostrato che aumenta una forma particolare di risonanza (Daniel Siegel la definisce Attunement, e Richard Boyatzis la chiama leadership risonante), che ha a che fare con la possibilità di entrare in armonia e contatto con le emozioni, sensazioni, pensieri, propri e altrui, e di esprimerli verbalmente e fisicamente adeguando la risposta e la loro espressione in base al contesto ed all’interlocutore. E’ possibile quindi diventare aperti ed esprimersi con pienezza, senza scadere nell’impulsività. Come scrive Liz Hall in Mindful coaching “lo sviluppo della Mindfulness aiuta noi coach a essere più presenti, sintonici e risonanti verso gli altri …. Ci aiuta ad accogliere il cambiamento e a lavorare con la complessità e l’ambiguità.” Ci supporta, insomma, a sviluppare la Presenza, “la capacità di essere completamente consapevole e di creare una relazione spontanea con il cliente, impegnando uno stile aperto, flessibile e fiducioso”.
Ma sviluppa, sostiene, fa fiorire anche Autenticità,Accoglienza, Ascolto e Alleanza, grazie all’azione diretta che la pratica ha sui circuiti dell’empatia, della compassione e del non-giudizio. Michael Chaskalson, trainer Mindfulness ed Executive coach, docente ad Ashridge Executive Education, ha progettato per un’azienda un percorso di Mindfulness per coach interni che si concentrasse soprattutto sull’ascolto, l’empatia, la qualità della relazione. All’inizio e alla fine del percorso Chaskalson ha somministrato l’Interpersonal Reactivity Index di Davis, questionario che misura l’empatia su quattro scale: Fantasy, la capacità di immaginarsi nella stessa situazione che ci viene raccontata; Perspective taking, la capacità di assumere il punto di vista psicologico degli altri; Empathic concern, la partecipazione emotiva alle emozioni degli altri; Personal distress, la misura di quanto lo stare a contatto con il dolore o le emozioni altrui arrecano dolore e stress anche a noi. Al termine del training le prime tre aree mostravano punteggio superiori rispetto all’inizio, mentre era diminuita la quarta: i partecipanti erano diventati più capaci di ascoltare con pienezza, comprendere ed assumere il punto di vista del coachee “senza se e senza ma”, essere presenti e creare alleanza senza essere trascinati dalle proprie emozioni e rimanendo centrati e aperti.
Nel suo lavoro di ricerca sulle emozioni positive, Barbara Fredrickson, una delle più importanti studiose nel campo della psicologia positiva, della felicità e delle emozioni, ha evidenziato come alla base di una vera accoglienza di sé e dell’altro ci sia una risonanza positiva, che crea un contesto di fiducia e una sensazione di sincronia emotiva, mentale e fisica. Questa risonanza positiva si fonda su tre elementi chiave: il cervello, e in particolare l’insula; l’ossitocina, neurotrasmettitore capace di modulare la reattività dell’amigdala, stimolare sensazioni di fiducia sviluppare relazioni aperte significative; e il nervo vago, che collega cervello e cuore, collabora con l’ossitocina a placare la reazione di allerta dell’amigdala e stimola flessibilità ed apertura. La cosa interessante è che queste sensazioni si riflettono sugli altri, influenzano chi è con noi e aiutano perciò a creare un contesto aperto, sicuro, in cui aprirsi con fiducia. Friedrickson si è quindi chiesta se e come sia possibile agire su questi tre elementi per rinforzarli: ha scoperto tramite una ricerca che quando le persone tranquillizzano la loro mente ed espandono la capacità di sentire amore e gentilezza si trasformano, personalmente e fisiologicamente. Infatti, le persone che avevano seguito un trainining di meditazione di Metta (pratica mindfulness che coltiva la gentilezza amorevole) riscontravano dopo solo poche ore di pratica un aumento del tono vagale, e affermavano di provare con maggiore frequenza ed intensità emozioni positive sia nei propri confronti sia soprattutto nei confronti di altri. Altri studi (Cfr Goleman e Davidson, La meditazione come cura, Rizzoli) mostrano come l’attività meditativa contribuisca ad aumentare il volume dell’insula.
Una maggiore empatia e compassione consente perciò di essere accoglienti, in ascolto e alleati dei coachee senza decentrarsi, rimanendo autentici, anche perché porta ad usare compassione anche nei propri confronti, allentando la morsa del giudizio, percependo con accettazione se stessi, tenendo a bada modelli, “doverismi”, obiettivi di prestazione.
Come posso applicarla?
Ritengo che la Mindfulness vada considerata come una sorta di “preparazione di base” all’attività di coaching, come un’Igiene personale, qualcosa assimilabile al lavarsi i denti o al mangiare cinque porzioni di frutta e verdura al giorno per mantenerci sani ed efficaci. E come ogni attività di allenamento e mantenimento di capacità, funziona solo quando è costante, quando, come le attività sopra riportare, diventa parte della routine della propria vita.
Ci sono però anche dei momenti particolari nel processo di coaching in cui alcune pratiche specifiche possono risultare utili.
– Prima dell’inizio di una sessione: brevi pratiche che concentrano l’attenzione sul respiro, il corpo e le emozioni, o che inizino a focalizzarsi sul coachee in arrivo con una pratica di Metta possono centrarci sul momento presente e predisporci a un’accoglienza aperta, non giudicante e libera dall’influsso di ciò che è capitato in precedenza.
– Al termine di una sessione: una veloce pratica sulla consapevolezza del corpo può far emergere sensazioni e suggestioni relative alla sessione appena chiusa che nella concentrazione più cognitiva del momento non abbiamo colto. Una pratica camminata, oltre ad aiutarci a sgranchire gambe e schiena, può riportarci al presente e alla concretezza del luogo e del momento in cui siamo, lasciando andare i riverberi della sessione precedente.
– Durante la sessione: come dice Erik de Haan, direttore dell’ Ashridge Centre for Coaching e Professore di sviluppo organizzativo e coaching alla University diAmsterdam, “Non possiamo prestare attenzione e riflettere su come stiamo prestando attenzione nello stesso tempo: queste azioni accadono in sequenza, non in parallelo. Per scoprire, imparare, cambiare o fare progressi nell’inquiry occorrono entrambi, ed è proprio nel momento di incontro di queste due fasi che accade qualcosa di nuovo. Il processo di inquiry può riguardare:
– il nostro (di coach) stato mentale, le proprie emozioni, impressioni, e in particolare ciò che “sentiamo” fisicamente” mentre siamo impegnati nella relazione di coaching
– il nostro cliente, il materiale che ci porta in sessione in questo momento
– la relazione di coaching così come si dipana e cosa succede all’interno di questa relazione, che potrebbe gettare luce su altre aree di inquiry “.
Non si tratta quindi di fermare la sessione per concentrarci sul nostro respiro, o sulle sensazioni del corpo, o per accogliere le nostre emozioni, ma di cogliere sensazioni, pensieri ed emozioni con l’apertura e la consapevolezza che la pratica allenata di Mindfulness ci consente, per farne oggetto di lavoro nella sessione stessa.
E per il coachee?
Sviluppo di consapevolezza, della capacità di regolare le proprie reazioni automatiche per prendere decisioni più responsabili, aumento di emozioni positive: come non pensare che la pratica di Mindfulness non possa essere anche per i coachee, anche sperimentando solo alcune attività durante le sessioni, come work-in o work-out? Ciò è sicuramente possibile, ma vanno valutate alcune condizioni: innanzitutto la capacità del coach di proporre e guidare queste pratiche. Non è sufficiente infatti conoscere come mantenere l’attenzione sul respiro per guidare una pratica che sia efficace: la Mindfulness è molto più di una tecnica di focalizzazione, e coinvolge la persona in maniera spesso imprevista e complessa. Occorre quindi che il coach abbia alle spalle una pratica personale consolidata, se non un training specifico per diventare istruttore, per proporre queste attività. Secondariamente (ma questo è valido per qualsiasi work-in e work-out), ci deve essere da parte del coachee apertura, curiosità e interesse per questo tipo di metodologia: in una recente ricerca condotta da Liz Hall (Mindfulness in coaching, 2012), che ha coinvolto 156 coach provenienti da 10 diverse nazioni, il 18% dei coach intervistati ha affermato di non proporre ai propri clienti attività di Mindfulness per timore di essere considerati poco professionali, un po’ “Fricchettoni”, mentre un altro 7% temeva di esporli ad esperienze potenzialmente difficili o spiacevoli.
Fatte queste premesse, la medesima ricerca ci mostra come pratiche di Mindfulness vengano inserite in sessioni di coaching per sviluppare la consapevolezza dei coachee (70%), diminuire sensazioni di ansia (59%), gestire lo stress (55%), essere più centrati (55%9, gestire meglio le reazioni impulsive (51%), migliorare la capacità di concentrazione (49%)….
Conclusioni
Alla domanda “L’uso della Mindfulness nel coaching crescerà nei prossimi tre anni?”, il 75% dei coach che ha partecipato alla ricerca di Hall ha risposto affermativamente, il 24% non sa e solo l’1% si è detto convinto del contrario. Sono troppe le conferme dell’efficacia della pratica di Mindfulness sul miglioramenti di alcune delle capacità “core” dei coach perché questa partnership non si debba stabilire e consolidare. Il ruolo del coach richiede molto a livello personale: presenza, capacità di costruire e mantenere una relazione, empatia, ascolto profondo, e non è così semplice sapere come svilupparle. Sono competenze che attengono il modo di essere, e non solo comportamenti (verrebbe a mancare l’autenticità se lo fossero): e infatti la Mindfulness permette di arricchirsi non tanto di alcune capacità, strumenti, o tecniche ma di un nuovo modo, più genuino e aperto, di essere.
Come ha detto Michael Chaskalson alla Mindfulness at work Conference del 2012 “credo che la Mindfulness possa essere una panacea per ciò che vi preoccupa. Credo veramente che se siete più bravi a lavorare con il vostro stato mentale, le cose vi andranno meglio. La Mindfulness è fondamentalmente igiene mentale . E’ una skill profondamente umana che avremmo dovuto imparare a scuola….”
Benedetta Bazzoni
Cofounder PRIMATE Srl Sb Bcorp, Consulente HR, Coach professionista, Counselor, Mindfulness trainer
Cameri (NO)
bazzoni@primate.consulting
Bibliografia
Chaskalson, M. Mc Mordie, MIndfulness for coaches, Routledge, 2018
Liz Hall, Mindful coaching, Kogan Page, 2013
Pannitti, F. Rossi, L’evoluzione del coaching, Angeli, 2019
Pannitti, F. Rossi, L’essenza del coaching, Angeli, 2012
Goleman, R. Davidson, La meditazione come cura, Rizzoli, 2017
Davidson, S. Begley, La vita emotiva del cervello, Ponte alle grazie, 2013
Kabat Zinn, Full catastrophe living, Piatkus, 2013
Kabat Zinn, Dovunque tu vada, ci sei già, Tea, 1997
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