Categoria: Expatriate coaching: sulla giostra dell’espatrio “diventa ciò che sei”

Categoria: Expatriate coaching: sulla giostra dell’espatrio “diventa ciò che sei”

Expatriate coaching: sulla giostra dell’espatrio “diventa ciò che sei”

Shock culturale o crisi di autogoverno?

Io che di espatri ne ho alle spalle ben cinque, mi son sentita spesso su una giostra, perché non decidevo io dove andare, ma l’azienda di mio marito!

All’inizio non sapevo comportasse cambiare paese, anzi, ciò che molti hanno chiamato spesso coraggio, ammirandolo, direi che fosse sana ‘foolishness’, incoscienza pura.

Le ragioni che spingono le persone all’espatriato sono tante, la mia era quella di mantenere unita la mia famiglia con una bimba di due anni: da Milano, ci trasferimmo in Olanda, per una nuova opportunità lavorativa di mio marito.

Facendo quella scelta avevo messo in secondo piano, i miei traguardi professionali come consulente e formatrice, le passioni, gli affetti, le amicizie, quello che mi faceva stare bene e sentire a casa.

Mi sentivo spaesata all’inizio.

Mi diedi del tempo, osservavo le tante similitudini e le poche diversità di quel nuovo posto, l’inglese migliorava, l’ambiente era piacevole, ben presto costruii una nuova routine con le aule di formazione a Milano che ebbi l’opportunità di continuare ad erogare dal momento che l’Aia era solo ad un’ora e mezza di volo.

Dopo qualche mese, con tanti aggiustamenti, ero convinta di aver fatto bene a partire.

L’ anno dopo, infatti, ero contentissima per il trasferimento a Londra, città che mi avrebbe regalato tante forti emozioni, tra cui la nascita del mio secondo figlio.

Concluso il contratto inglese per mio marito, la giostra ripartì e allora capii che l’Europa mi aveva dato modo di ‘vincere facile’ in espatrio.

Quando le distanze geografiche e culturali aumentarono, il tutto andò in modo totalmente diverso…

…le diversità erano diventate più numerose delle similitudini, la lingua non era più l’inglese, il clima era freddissimo, facevo fatica a fare tutto; il mio sorriso smagliante, si sbiadì…poi sparì.

Percepivo una strana inquietudine interna, un malessere che mi toglieva entusiasmo e mi rendeva triste. Non mi andava di uscire, non trovavo punti di contatto con gli altri espatriati, faticavo a trovare nuovi amici.

Di contro dovevo dar l’impressione che tutto andasse bene, al marito, ai familiari lontani e dare serenità ai bambini: avevo paura che il mio stato d’animo potesse essere contagioso…

 

Cosa mi succedeva? Al terzo espatrio, avrebbe dovuto essere più semplice.

Era gennaio 2009, la mia nuova destinazione Atyrau, Kazakstan…

State andando su Google Map per scoprire se esiste questa città? Vi capisco, anch’io ho fatto così appena informata di aver ‘vinto’ questa nuova tappa, dopo tre anni di ‘spasso’ nella South Kensington Londinese.

Atyrau, ex villaggio di pescatori sul fiume Ural, tra l’Asia e l’Europa, immerso nella steppa, scelto dalle più grandi compagnie petrolifere, come sede operativa per uno dei più grandi progetti di estrazione di olio e gas dell’ultimo ventennio. Temperatura media invernale -40°; lingue parlate: kazako e russo.

 

Cosa c’entra il Coaching con tutto questo?

Mi trovavo nel vivo di ciò che gli esperti chiamano: shock culturale’ e che io oggi, ritengo, di poter definire una vera e propria crisi di autogoverno”.

Iniziai a documentarmi su eventuali ‘controindicazioni’ dell’espatrio, leggendo testi di Comunicazione Interculturale, Antropologia, Psicologia Umanistica e di Cross cultural management.

Scoprii di avere tutti i sintomi di uno shock culturale da manuale: quello stato di stress psicologico che si può presentare quando si è immersi in un contesto culturale non familiare e che determina una conseguente perdita di riferimenti nella vita dell’espatriato, a livello emotivo, cognitivo, e pratico: manifestandosi attraverso reazioni come ansia, disorientamento, perplessità, desiderio di essere in un altro luogo.

 

Che fare?

Avevo trovato cause ed effetti del mio malessere, adesso ero davanti un bivio: mollare e rimpatriare o trovare le strategie per superarlo. Decisi che dovevo sperimentare comportamenti e modalità diverse per venirne fuori.

Ma quali? E in che tempi?

Un intero anno. Il primo dei tre passati in Kazakhstan, fu tutto in salita.

 

Cosa sarebbe successo se non avessi avuto questa attitudine e determinazione?

Sarebbe stato verosimile desiderare di ritornare a casa, accettando di vivere lontano da mio marito o addirittura mettendo a rischio di fallimento la sua missione con il rientro anticipato di tutti.

Nel corso dei miei dieci anni di estero, ho assistito a tanti fallimenti d’espatrio di persone spinte dal desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo che mollando dopo pochi mesi, hanno perso l’occasione di vivere una grande opportunità di crescita, personale e professionale, di certo arricchente.

Lo shock culturale impatta su varie sfere dell’’Io espatriato’, e se non viene riconosciuto o viene trascurato, può portare a disagi e somatizzazioni.

Oggi penso a quanto sarebbe stato utile alla mia integrazione nella cultura “aliena” avere in valigia unExpatriate Coach’ esperto della metodologia del Coaching Evolutivo.

 

I principi del coaching evolutivo applicato all’expatriate coaching

L’Expratriate Coach che si basa sui principi del Coaching Evolutivo, mette a servizio le sue competenze di esperto di un processo, facilitando la piena realizzazione di sé del coachee e facendo luce sulle sue potenzialità, risorse e capacità anche in un contesto diverso dalla cultura d’origine.

Attraverso la Relazione facilitante e la teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.® il coachee raggiunge i suoi obiettivi personali o professionali, in maniera Consapevole, attraverso un piano d’azione Autodeterminato, investito della sua Responsabilità e in linea con quell’innata tensione che ogni individuo ha verso la propria autorealizzazione, potrà in maniera Eudamonica, ‘diventare ciò che è’.

 

La relazione facilitante

Il percorso di expatriate coaching, inizierà dopo che verrà verificata la ‘Coachability’ tra coach e coachee e identificato un obiettivo di percorso. La domanda di expatriate coaching può riguardare innumerevoli ambiti: costruire un progetto di carriera all’estero, trovare le risorse per svolgere il ruolo di manager e leader in contesti interculturali o superare gli effetti del ‘Cultural Shock’.

Fin dalla Sessione preliminare, il Coach lavorerà nel costruire una Relazione Facilitante, basata su Accoglienza, Ascolto, Alleanza e Autenticità.

L’approccio non giudicante del Coach, renderà la relazione efficace e supportiva, un campo in cui la fiducia e le posizioni simmetriche ‘io ok’ – ‘tu ok’ di entrambi, permetteranno, a chi intraprende questo percorso, di aprirsi liberamente e fare pulizia, chiarezza, ordine.

Per esperienza personale posso dire che si fa fatica a condividere con il proprio partner, amici, familiari o colleghi il proprio disagio. Infatti la paura del giudizio o di essere fonte di preoccupazione, mi spingeva a non svelare le difficoltà che incontravo, ma ad isolarmi e a modificare la reale risposta al loro “Come stai?”.

Ecco perché ritengo fondamentale la ‘Relazione Facilitante’, in quanto permette all ‘Expat Coachee’ di percepire accanto a sé, un alleato, che ben lo predispone a raccontarsi e a trovare già un primo sollievo solo nel sentirsi ascoltato.

 

La consapevolezza

“Awareness is like the sun. When it shines on things, they are transformed.” (Thich Nhat Hanti)

In ogni sessione l’Expatriate Coach si focalizzerá principalmente sul piano del ‘qui ed ora’, del Presente percepito, per poi proiettare il coachee sul Futuro desiderato, lasciando il Passato come possibile area di indagine solo nella sua relazione con il Presente.

Domande aperte e neutre: Chi sei tu?, Cosa ti fa stare bene? Come ti vuoi sentire? Cosa accadrà quando avrai raggiunto il tuo obiettivo?, potranno essere fondamentali per instaurare un dialogo a spirale che permetterà al coachee di esplorare i suoi argomenti, definire un obiettivo ed avere una direzione consapevole.

In seguito il coach favorirà, in una fase di elaborazione, un momento generativo di ‘Mobilità interna’ alla scoperta di ciò che si trova in profondità: nuove potenzialità di cui ancora il ‘Expat Coachee’ non ha consapevolezza.

Oltre alle domande il coach sa che per creare un ‘dialogo maieutico’, ha bisogno di utilizzare il silenzio, necessario per:

  1. attivare l’ascolto attivo del Coach stesso, per raggiungere una ‘posizione meta’/‘elicopter view’, da cui può ottenere una visione più ampia e distaccata della situazione raccontata dal coachee
  2. stimolare nel coachee la connessione tra ciò che sta in superficie e ciò che si nasconde nei suoi più profondi meandri.

 

Diverse possono essere, le modalità utilizzate dall’Expatriate Coach per favorire questi cambi di prospettiva (gli switch): le domande oppure i cosiddetti ‘work – in’ esercizi di scrittura, di visualizzazione, o con la musica o con qualsiasi altra modalità in linea con le caratteristiche e l’unicità del coachee. L’intento è di far utilizzare l’emisfero destro dove ha sede il pensiero laterale e creativo, per attingere a nuove soluzioni e strategie. Infatti l’emisfero sinistro, sede del pensiero verticale: statico e ripetitivo interpreta i nuovi dati di realtà e le nuove informazioni secondo esperienze già vissute e modellizzate, non consentendo di trovare soluzioni alternative, da cui l’‘en passe’ o la crisi di autogoverno. De Bono, ha ampliamente teorizzato quanto l’approcciarsi ad un problema da una prospettiva diversa può dare origine a soluzioni creative e aumentare la propria efficacia; o può permettere al coachee di individuare delle convinzioni ostacolanti e a spostare il focus su quelle supportive.

In tal modo si attiva una mobilità cognitivo- emozionale interna che il Coach farà in modo di far emergere. La Consapevolezza di ciò che lo shock culturale sta impedendo di esprimere in quel momento, è il primo cardine che permetterà al Coachee di utilizzare ciò che è ‘in potenza’ dentro, come diceva Aristotele, al fine poi di metterlo ‘in atto’ fuori, creando ‘Mobilità esterna’.

Il potenziale inespresso che riemerge con la consapevolezza diventa, risorsa e questa, se utilizzata, porta a fare qualcosa di diverso e a ottenere quindi risultati differenti.

Entra allora in causa ciò che Albert Bandura per primo individua come ‘Agency’, la caratteristica distintiva del genere umano, di far accadere le cose e di intervenire sulla realtà intenzionalmente’. L’ ‘Expat Coachee’ attiverà la sua mobilità esterna tra una sessione e l’altra.

 

L’autodeterminazione

Quando soffia il vento del cambiamento c’è chi innalza muri e chi costruisce mulini a vento. (Antico detto cinese)

L’‘Expat coachee’ attraverso, l’Autodeterminazione, viene trasportato nella fase finale della sessione, fase esecutiva, nella quale definirà un piano d’azione.

Utili saranno le domande: Cosa scegli di fare in concreto da adesso?, Come agirai?, In che modo intendi procedere? Quali le alternative possibili? Sarà poi cura dell’Expatriate Coach proporre, eventualmente, degli esercizi da svolgere tra una sessione e l’altra (‘work – out’), utili per tenere calda la motivazione intrinseca del Coachee.

Consapevolezza ed Autodeterminazione, guidano quindi il Coachee ad agire verso il proprio benessere, verso la riscoperta di Sé e al raggiungimento dei propri obiettivi, ma è anche attraverso, Responsabilità ed Eudamonia che si completa il processo di sviluppo evolutivo del coachee in espatrio.

Per me fu determinante, liberarmi della convinzione ostacolante che potevo stare bene, solo se avessi ricreato il mio ‘habitat originario’ e se avessi fatto le stesse cose che facevo in passato.

Spesso infatti si tende a legare la propria felicità ad un unico Sé, quello che ha avuto più spazio e che è legato alla cultura di origine e o all’ambiente di riferimento.

Sapevo chi ero e cosa volevo, l’obiettivo era scoprire come fare per appagare il mio “Ego” in quel nuovo contesto. L’unica cosa da fare era agire.

Decisi per prima cosa di dedicarmi del tempo e dedicarne alle cose che mi piacevano, come la fotografia, l’arte, piccole cose che appartenevano alla sfera dell’Io ‘Marilù expat’, rimaste sopite e che non riguardavano sempre e solo laMarilù expat wife che ero diventata.

Passai poi ad individuare come poter esprimere le mie risorse nel nuovo ambiente, dove le ‘dimensioni culturali’, soprattutto quella della comunicazione e delle relazioni funzionavano in modo diverso.

 

La responsabilità

“Non esistono fallimenti, esistono solo risultati.” (Tomas Edison)

Il Coachee, verrà sempre investito della sua Responsabilità fin dall’incontro preliminare con il suo Coach, decidendo di impegnarsi con il Patto di Coaching.

La Responsabilità può definirsi quella facoltà di rispondere consapevolmente ai propri bisogni, interagendo in maniera dinamica all’ambiente interno ed esterno.

La dinamicità è data ‘dall’accogliere i feedback di riposta alle azioni e ai comportamenti messi in atto e dalla capacità di elaborare in maniera neutra gli eventuali errori e fallimenti, senza considerarli il frutto di incapacità personali’.

Ciò significa accoglierli senza giudizio o pregiudizio, per farli diventare ulteriori stimoli al cambiamento.

Riportando il tutto alla mia esperienza, la motivazione a stare bene, mi aveva fatto intraprendere una sfida che alimentava energia positiva e che investivo con responsabilità in azioni concrete. Il mio desiderio di essere parte attiva nella comunità in cui vivevo, mi ha permesso di aprirmi di più, dare la possibilità agli altri di raccontarsi e realizzare varie iniziative professionali e sociali. Ricordo con grande piacere i miei alunni del corso di lingua italiana nella Scuola Internazionale, le giornate di formazione interculturale con i docenti e varie attività di volontariato come insegnare danza classica alle bambine appartenenti alle famiglie disagiate.

 

L’ eudaimonia

“L’autorealizzazione è la tendenza a diventare tutto ciò che si è capaci di diventare.” (H. Maslow)

In linea con quanto conosciuto già nell’antica Grecia, asserito poi dalla Psicologia Umanistica e più recentemente dalla Psicologia positiva, io, nel ridefinire me stessa e decidere di affrontare e superare lo shock culturale, avevo assecondato il mio ‘Eudaimon’ (‘eu’ – buono e ‘daimon’- demone): cioè avevo realizzato il mio spirito nel modo migliore.

Come avrebbe detto Maslow, ‘ Le mie naturali attitudini pretendevano di essere sfruttate e avevano cessato di protestare solo quando ero stata in grado di ascoltarle e adoperarle in misura sufficiente’. Ciò mi aveva garantito, in un percorso virtuoso di auto-scoperta, di liberare quella tensione interna verso il benessere e l’autorealizzazione che l’impatto con una nuova cultura, mi aveva soffocato.

 

Conclusioni

“Things always happen for a good reason even if sometimes, we need time to understand the purpose.”

Un percorso di ‘Coaching Evolutivo’ mira a questo, allineare ESSERE, SAPERE e FARE del coachee anche fuori dai confini in cui è nato e cresciuto.

Si tratta di ‘riscaldare’ la motivazione interna e allinearla con il proprio potenziale, per raggiungere quella esperienza ottimale di prolungato benessere che si chiama ‘FLOW’, uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività, in cui sfida e capacità personali sono perfettamente equilibrate e che genera soddisfazione e autogratificazione.

La prospettiva eudaimonica di A. delle Fave, permette di “analizzare i fattori che favoriscono lo sviluppo e la realizzazione delle potenzialità individuali ma anche un percorso di sviluppo verso l’integrazione con il mondo circostante”, e mi sento di affermare, indipendentemente dalla cultura o dal contesto in cui ci si trova.

Credo sia questo il grande apporto del Coaching Evolutivo applicato all’espatrio, far diventare l’‘Expat Coachee’ ciò che è, anche quando si trova a navigare in culture differenti, attraverso un percorso che può ricominciare ogni volta che la ‘giostra’ riprende il suo giro!

La consapevolezza di ciò che avevo elaborato e messo in atto per superare il mio shock culturale in Kazakhstan, mi ha permesso di giocare d’anticipo per i successivi trasferimenti: al Cairo ed a Maputo (Mozambico), preparandomi il terreno su cui poter agire, cercando alleati e strumenti per tenere ben salda la mia essenza, ma per poterla esprimere e sperimentare in modo del tutto differente.

Potevo replicare ciò che aveva funzionato ad Atyrau, anche all’interno di altre frameworks culturali, continuando così la mia evoluzione personale che il Coaching Evolutivo teorizza attraverso la sperimentazione del metodo C.A.R.E.® anche dopo la fine del percorso di Coaching.

Questa apertura mentale verso il mio potenziale nascosto è stata la chiave di volta che mi ha permesso di fare di ogni espatrio un’esperienza unica ed irripetibile, soprattutto dentro me stessa e che auguro a tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sperimenteranno il proprio ‘sé allargato’ in contesti culturali differenti, da soli o attraverso un cammino accompagnato da un Expatriate Coach!

Dimenticavo…Poi c’è stato il rimpatrio in Italia dove ho sperimentato il Reverse Cultural Shock, ma questa è un’altra storia!!!

 

 

Maria Luigia Castellano Chiodo
Trainer e Professional Coach
Milano
blumarilu@hotmail.com

 

Nota: La teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.®, il concetto delle “4A” della Relazione Facilitante – e il Coaching Evolutivo® sono di proprietà intellettuale di INCOACHING® Srl.

No Comments

Post a Comment

Chiama subito