Fantasy Island: tracce di Coaching da una lettura “Real Life”
Al di là di valutazioni o gusti personali in ambito cinematografico, nella visione di questo film (regia di Wadlow, 2020), c’è una scena di pochi minuti che ha richiamato la mia attenzione come spunto riflessivo nella pratica del coaching. La trama della pellicola ruota intorno alle vicende di cinque protagonisti i quali, vincendo un concorso per visitare il meraviglioso resort a Fantasy Island, scopriranno di avere la possibilità di trasformare le loro fantasie in realtà… ma con effetti collaterali non proprio positivi!
Il proprietario dell’isola è un certo Mr. Roarke che, dopo i convenevoli di benvenuto ai nuovi ospiti, dedica del tempo a ciascuno di loro per conoscerli, cercando di capirne motivazioni, aspettative e desideri personali. L’incontro che mi ha incuriosito si svolge tra Mr. Roarke e Gwen Olsen, una donna d’affari che vive col rimpianto di non aver accettato la proposta di matrimonio dell’ex fidanzato Alan; riporto di seguito il dialogo nelle sue parti principali con mie relative riflessioni:
Roarke: “Signorina Olsen, prego, si sieda…”
Gwen: “Grazie signor Roarke”
In apertura, Mr. Roarke è già seduto dietro la sua scrivania in attesa dell’ospite che ha fatto chiamare da un suo addetto; nella preparazione di un setting adeguato all’avvio di sessione, meglio che l’accoglienza da parte del coach sia su di un medesimo livello posizionale per evitare di trasmettere distacco o un atteggiamento valutativo di fondo.
Roarke: “Aiuto la gente a realizzare le proprie fantasie da più di quanto voglia ammettere e, spesso, sono pericolosamente banali […] ma la sua è piuttosto astratta…ha scritto: “Io e la felicità non siamo molto compatibili ma gli errori e i rimpianti sono vecchi amici, quindi il mio desiderio sarebbe avere una seconda occasione […] Cosa non le piace della sua vita? Cominciamo dal suo lavoro, settore immobiliare…”
Nell’applicare questa presentazione iniziale a una sessione di coaching, la primissima parte potrebbe risultare d’impatto in quanto finalizzata a sottolineare la competenza di un professionista; anche quel “più di quanto voglia ammettere” dà valore al proprio ruolo, facendo capire all’interlocutore che sta parlando con chi ha già maturato una certa esperienza sul campo. Da evitare, invece, giudizi diretti come “pericolosamente banali” o “piuttosto astratta” che creano una barriera comunicativa tra coach e coachee, in quanto si tratta di affermazioni perentorie che possono inibire l’apertura stessa del cliente.
La lettura di parte della lettera di Gwen da parte di Mr. Roarke permette al coachee di ritrovarsi in quanto ha espresso per iscritto e la successiva domanda aperta, al di là del fatto di essere posta in negativo, dà avvio alla conversazione, che sarebbe stata ottimale senza il palese indirizzamento di quel “cominciamo dal suo lavoro, settore immobiliare”…
Gwen: “La parte commerciale…voglio dire…a chi piace…!?”
Roarke: “Relazioni…?”
Gwen: (silenzio con sguardo fisso su Mr. Roarke)
Roarke: “Single…vuole avere dei figli?”
Gwen: “Mi scusi, è una seduta terapeutica o una vacanza!?”
Roarke: “Se è fortunata, entrambe…”
Il primo scambio denota ascolto e attenzione da parte di Mr. Roarke, sottolineati dal fondamentale feedback di Gwen che, alla specifica nota sulle relazioni personali, fa seguire una silenziosa pausa riflessiva. L’interpretazione di Mr. Roarke di questo silenzio, però, appesantita da una domanda chiusa, scatena la reazione difensiva di Gwen che porta lo stesso Roarke a smorzarne l’impatto con un’ulteriore valutazione.
Anche di fronte a situazioni che per un coach possono sembrare così chiare da aver già capito tutto, occorre tenere a bada questa sorta di innocente presunzione, dettata da competenza o esperienza pregressa, pena la perdita di centratura non solo sul cliente, sui suoi stati interiori ed emotivi ma anche sulla situazione che, in un dato momento, il coachee sta raccontando o sulla quale sta riflettendo.
Gwen: “Io…m’immagino sempre con…una figlia…”
Roarke: “E…con chi le piacerebbe avere questa figlia…?”
Gwen: “Eh…(sospiro e sguardo rivolto altrove)”
Roarke: “Signorina…il rimpianto è una malattia…l’ha fatta soffrire per troppo tempo e io…sono qui per curarla…se me lo permette…”
Gwen: “Il suo nome è Alan…”
Lo scambio riprende con un maggiore equilibrio comunicativo da parte di Mr. Roarke, che ascolta, segue il cliente e domanda; questa volta, davanti all’imbarazzo del coachee che distoglie lo sguardo anziché rispondere, il coach non interpreta ma sposta l’attenzione del cliente in un contesto più ampio (il rimpianto), in cui il coachee possa riflettere la propria situazione e appellarsi a quel “se me lo permette” per tornare a esprimersi.
La frase “sono qui per curarla” potrebbe celare un atteggiamento onnipotente o etichettare il cliente come “malato” ma, in questo caso, va letta come un’intenzionalità di prendersi cura del coachee espressa da Mr. Roarke, il cui effetto genera in Gwen la formulazione di una risposta inizialmente rimossa.
Roarke: “Molto bene…e perché non ha funzionato col Signor Alan…?”
Gwen: “Pessimo tempismo; allora non stavo attraversando un bel periodo…la sera del nostro primo anniversario mi ha chiesto di sposarlo…e io ho detto no…[…]”
Roarke: “…Se potesse rivivere quel momento…direbbe di sì…?”
Gwen: “Certo…”
La breve sessione si conclude con un feedback da parte di Mr. Roarke il quale, con quel “molto bene” sembra dare più un’impronta diagnostica che una conferma d’ascolto a quanto espresso da Gwen; inoltre, il successivo “perché non ha funzionato” ha una valenza indagatoria più che esplorativa. La restituzione del coach dovrebbe essere quanto più neutra possibile, evitando di categorizzare il caso del coachee in una sorta di analisi clinica basata su parametri soggettivi.
Ad ogni modo, la sessione procede più spedita, Gwen dimostra una maggiore apertura e capacità riflessiva che la porterà poi a decidere di rivivere la fantasia di quel fatidico momento con Alan, ancora una volta…
Al di là degli spunti ricavati dalla pellicola cinematografica, la pratica del coaching si basa su di un allenamento continuo che non solo permette di rafforzare le proprie competenze professionali di Coach ma anche di scoprire, nelle storie di vita dei Coachee, in libri, film e immagini, innumerevoli risorse per migliorare, mettere in discussione e valutare lo stile di conduzione personale.
Federico Polidori
Training Specialist, Role Playing Game Designer, Life Coach
Cologno Monzese (MI)
federicom18@libero.it
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