Categoria: Frida Kahlo e il Coaching

Categoria: Frida Kahlo e il Coaching

Frida Kahlo e il Coaching

Ho sempre avuto una passione viscerale e inspiegabile per Frida Kahlo. Non escludo di poter essere stata lei in una vita precedente o che una parte della mia energia arrivasse in qualche modo dalla sua, ma questo non è dato saperlo.

Frida Kahlo è considerata una delle più importanti pittrici messicane, nata nel 1907, “figlia della rivoluzione messicana” come a lei stessa piaceva definirsi, cambiando il suo anno di nascita nel 1910, anno – appunto – della rivoluzione messicana. Si è dedicata fin dall’adolescenza alla politica, portando avanti un movimento femminista in un’epoca e in un paese in cui il ruolo della donna era di sottomissione e obbedienza al marito e alla famiglia.

Ribelle per natura, Frida rappresenta un’icona di indipendenza, forza e stile. Passionale e anticonformista, intollerante ad ogni regola e convenzione, incarna un modello di resilienza e volontà che, ancora oggi, tutti celebrano con mostre, canzoni e sfilate.

La sua forza di carattere, però, è stata compensata da un fisico altrettanto debole. Fin da piccola, infatti, fu affetta da spina bifida, che i genitori e i medici scambiarono per poliomielite, e, per questo, non ricevette le cure adeguate.

Il padre Wilhelm Kahlo, notando la sua spiccata intelligenza, decise di iscriverla alla Scuola preparatoria nazionale, anticamera obbligatoria di seri studi universitari. Si trattava di una scuola europea, frequentata principalmente da ragazzi maschi, ma secondo il padre ”Frida rimaneva la più intelligente delle sue figlie, e quindi, al pari di un figlio maschio in qualunque altra famiglia, bisognava fornirle tutti i mezzi per riuscire nella vita”.1

L’iscrizione in quella scuola fu sicuramente il preludio di tante esperienze importanti per Frida, ma così facendo, Wilhelm Kahlo non si rese conto che, in questo modo, avrebbe portato la figlia a sviluppare una cosiddetta competenza “fredda”, poiché disallineata dal suo potenziale e dalla dimensione del suo essere: non proveniva infatti da una motivazione interna, ma da una motivazione esterna, quella del padre. Una competenza fredda è volta al risultato, che, nel lungo termine, rimane stabile e stazionario (non è mai orientato al miglioramento) e, superato il livello di soglia, porta inevitabilmente alla frustrazione.

Fu proprio tornando da scuola che un pomeriggio di fine estate, Frida salì su un autobus che, attraversando le rotaie, venne centrato da un tram in corsa e quel giorno la sua vita cambiò per sempre. L’incidente fu terribile e le causò la frattura multipla della spina dorsale, di parecchie vertebre e del bacino. Rischiò di morire ma fortunatamente si salvò grazie a 32 interventi chirurgici che la costrinsero a letto per mesi. Aveva solo 18 anni e le ferite quasi fatali la fecero soffrire per tutta la vita, compromettendo irrimediabilmente la sua mobilità.

Ed ecco qui la crisi di autogoverno, il punto di partenza dell’intervento di Coaching.

Krisis” in greco significa scelta, decisione, giudizio, rappresenta una fase di profonda trasformazione in cui elementi, valutazioni ed emozioni negative si mescolano alle speranze e alle aspettative per il futuro. La situazione è tale per cui si percepisce che non è più possibile tornare indietro, ma il futuro è ancora lontano e appare incerto. Con l’analisi degli elementi e delle situazioni che nel passato hanno contribuito a creare la situazione attuale di disagio e stallo, il fine dell’intervento del Coach è quello di permettere al cliente di migliorare la propria capacità di autogoverno, ovvero la facoltà di intervenire sulle proprie scelte, in modo tale da avvicinare i risultati delle azioni ai desideri che le hanno motivate. A tal fine occorre innanzitutto la consapevolezza della situazione attuale.

Attraverso il racconto, il Coach deve esplorare il presente percepito del Coachee, ossia la realtà percepita entro la quale egli agisce. È proprio con questa narrazione – attraverso l’instaurazione di una relazione facilitante – che il Coach può prendere pieno contatto col mondo del cliente, con le sue emozioni e i suoi desideri, con le aspettative di miglioramento e di cambiamento, fino ad arrivare al futuro desiderato.

A letto, Frida, tra mille sofferenze, cercava di chiarirsi le idee. La prima cosa che le venne in mente fu quella di rinunciare ai suoi studi in medicina, che già non le appartenevano prima dell’incidente, figurarsi ora con metà del corpo immobilizzato. Ed ecco l’abbandono della competenza fredda.

“Frida contava le sue ore di dubbi e tormenti, in quei mesi in cui – ne era consapevole – si stava giocando gran parte del suo destino.”2

Assistiamo ora alla fase di Esplorazione, la prima fase della sessione di Coaching, in cui il Coachee presenta l’argomento di sessione, orientando il dialogo con il Coach ad un primo approfondimento dell’obiettivo di sessione, ancora non chiaro e indefinito, poiché si stanno esplorando il presente percepito e il futuro desiderato.

La casa in cui Frida trascorse la sua convalescenza è la famosa Casa Azul, ora museo aperto al pubblico, nel quartiere di Coyoacan. È importante ricordare come nella tradizione messicana la casa rappresenti la colonna portante della famiglia: gli stretti legami di sangue sono uno dei capisaldi della società messicana, guidata da un forte senso di comunità e di appartenenza. La Casa Azul era dipinta interamente di azzurro, simbolo della “gioiosa serenità” che influenzava tutti gli abitanti della casa. I colori erano vivaci e sovrastavano un giardino incantato di fiorenti piante esotiche.

L’ambiente in cui si svolge la sessione di Coaching deve essere ugualmente accogliente e confortante. È fondamentale, infatti, che lo studio del Coach sia accogliente, per far sentire a proprio agio il Coachee fisicamente e mentalmente, senza interferenze, per evitare rumori e altri disturbi fisici e/o psicologici, e protetto, per garantire la privacy ed escludere possibili interruzioni.

Ed è qui che Frida si trovava perfettamente a suo agio.

Le sue giornate la vedevano costretta a letto e i genitori, così, decisero di regalarle colori e pennelli per aiutarla a passare il tempo. Alla madre Matilde – che esprime qui l’eccellenza di una relazione facilitante, attraverso accoglienza,ascolto, alleanzae autenticità– venne l’idea di trasformare il banale letto di Frida in uno molto più sofisticato, regale: un letto a baldacchino. Il pezzo forte della costruzione era uno specchio che sovrastava il letto e rifletteva l’immagine di Frida.

Quando Frida vide la sua immagine nello specchio, chiuse gli occhi, spaventata, non potendo girarsi nel letto ed evitare il riflesso. Con cosa doveva confrontarsi? Soltanto con la sua immagine, piatta, col disordine del letto dove si ammucchiavano quaderni, fogli sparsi, matite, libri, lettere, la prediletta bambola di pezza? O con il suo corpo intrappolato dal busto, il suo viso serio che mascherava il dolore? Pensava forse che, di fronte al suo doppio, si sarebbe sentita meno sola? D’un tratto le sembrava di essere ancora più abbandonata a se stessa. Nessuna possibilità di fuga. Non appena alzava gli occhi, Frida guardava Frida, osservava il suo silenzioso smarrimento, si abbatteva su di lei. Frida sorrideva, anche Frida-specchio sorrideva, rassicurata…”3

Esattamente come succede al Coach, quando si pone nella posizione di “specchio” per il cliente e cerca di riflettere le notizie e le informazioni che gli arrivano dal Coachee (output), attraverso restituzioni (input), con la massima attenzione a non trasformare le cose e restando nel “qui e ora” – nel momento presente – senza giudizio e senza interpretazioni emotive né soggettive.

Il feedback d’ascolto, qui rappresentato dallo specchio, offre a Frida nuovi spunti di osservazione e di riflessione, restituendole – col proprio riflesso – quanto da lei stessa esternato.

Tale processo dinamico la porta ad acquisire una nuova consapevolezza, che la aiuterà a sviluppare una propria auto-coscienza e un senso di auto-responsabilità, diventando così protagonista attiva e consapevole delle proprie scelte.

Lo specchio! Carnefice dei miei giorni, delle mie notti. Immagine traumatizzante quanto i miei stessi traumi. Specchio implacabile, compagno guardone. Presente, inevitabile. Unica soluzione per viverci assieme: adottarlo in un modo o in un altro, ammansirlo, trarne il miglior vantaggio. Trovare il modo di conviverci, spremersi le meningi e riuscirci.

(…)

D’un tratto, lì, sotto quello specchio opprimente, si fece imperiosa la voglia di disegnare. Disponevo di tempo, non più soltanto per tracciare linee, ma per infondere loro un senso, una forma, un contenuto. Per imparare mi servii di un modello: me. Non era facile: per quanto possiamo essere il nostro soggetto più evidente, siamo anche il più difficile.”4

Ed è così che Frida iniziò a dipingere, cosa che, fino a quel momento aveva sempre ammirato come capacità negli altri artisti – in particolare nel poi marito Diego Rivera – ma che non aveva mai considerato come abilità personale.

Eccoci di fronte alla fase di Elaborazione, seconda fase della sessione di Coaching, durante la quale il Coach facilita lo sviluppo del potenziale del Coachee, accompagnandolo in un percorso creativo e generativo di Mobilità interna cognitivo-emozionale. In questa fase si attiva il potenziale del Coachee, che viene trasformato in nuove risorse disponibili. Si assiste ad una vera e propria trasformazione, in cui le potenzialità intrinseche e, fino a quel momento nascoste, “escono fuori”, prendono vita e forma: diventano visibili all’occhio del Coachee.

Allo stesso modo, lo specchio permise a Frida di guardarsi dentro e di riscoprire se stessa.

Da qui si sviluppò il talento che rese celebre l’artista Frida Kahlo.

Le fu chiesto molte volte il perché della sua fissazione per l’autoritratto. Frida sostenne di non aver avuto scelta: aveva la sua immagine riflessa ogni momento della giornata; ma, soprattutto, disse “dipingo autoritratti perché sono spesso sola e perché sono la persona che conosco meglio”.

Così il “Conosci te stesso” di Socrate si mescolò all’ “Agisci e diventa ciò che sei”, trasformando la potenzialità latentein potenzialità caratterizzante, fino a farla diventare una risorsa consapevolizzata: da risorsa non utilizzataa risorsa agita.

Mio padre mi portò dei tubetti di colore e scivolai poco a poco dal disegno alla pittura. Il colore mi divenne indispensabile. Forse era simbolico, in quell’ombra in mezzo alla quale la mia vita cercava di aprirsi ancora una strada. Il colore fu una vera scoperta, una gioia assoluta. Il mondo si illuminava. Il mio tempo assumeva un’altra dimensione. Credo sia incontestabile: l’arte ha bisogno di tempo. Per riflettere, per operare, per approfondire. Disponevo quindi – regalo dell’incidente! – di quel fattore, se non indispensabile, almeno prezioso: tempo libero per lavorare a modo mio, al mio ritmo!”5

Assistiamo qui alla fase di Esecuzione, terza e ultima fase della sessione di Coaching, che segna il passaggio di consapevolezza del Coachee dalla Mobilità interna alla Mobilità esterna, potenziata dall’acquisizione di una nuova capacità. Questa fase termina con il Coach che accompagna il Coachee nella definizione autodeterminata dell’Obiettivo extra-sessionee nell’impostazione del Piano d’azione. Si assiste ad una vera e propria trasformazione, in cui il Coachee inizia a muovere i primi passi verso la propria autonomia, grazie all’attivazione di una Mobilità esterna maturata nel corso della sessione: il Coachee ora è pronto a sperimentarsi e a mettersi in gioco nel suo quotidiano per sperimentare quanto acquisito.

Così Frida, con lo specchio e i suoi colori, prende vita e si trasforma. Inizia a guardare l’incidente non più come un ostacolo, ma come un “regalo”che le ha donato il tempo per sperimentare se stessa e la sua più grande competenza e passione: la pittura.

La pittura rappresenta per Frida una competenza “calda”, – dal latino “cum-petere” ossia “chiamare a raccolta”– che, appunto, chiama a raccolta le tre dimensioni della persona: sapere, saper fare e saper essere. Queste tre dimensioni – attraverso la pittura – sono presenti in Frida nello stesso momento e la portano a fare, conoscere ed essere, poiché nascono da una motivazione interna che la porta inevitabilmente ad uno Stato di Flow, quando il tempo si ferma e si è in completa estasi, in uno stato di assoluta meraviglia.

Le caratteristiche dello Stato di Flow sono: concentrazione intensa, sensazione di estasi, obiettivi chiari, bilanciamento tra sfida e capacità, senso di serenità, distorsione del senso del tempo e motivazione intrinseca.

Un altro elemento fondamentale nel lavoro artistico di Frida fu il silenzio (“sono spesso sola”). Il silenzio la portò quotidianamente a concentrarsi su se stessa e sul proprio obiettivo.

Il silenzio, parte integrante della comunicazione, rappresenta un aspetto fondamentale della comunicazione paraverbale, in quanto racchiude in se’ un grande significato. Nel Coaching, il silenzio del Coach è un silenzio attivo e viene utilizzato come strumento in modo consapevole e funzionale: è infatti volto all’ascolto del Coachee, che viene così stimolato a riflettere nel suo spazio personale e temporale di introspezione. Attraverso il silenzio, il Coach evita di interrompere sia il pensiero sia il ciclo comunicativo del Coachee e lascia al cliente il giusto spazio da protagonista di scena. Infine, il silenzio è un modo per entrare in contatto con le emozioni altrui, per entrare in empatia con l’altro e ascoltare ciò che non ha voce.

La pittura ha permesso a Frida, nonostante le sofferenze fisiche, di vivere una vita felice e appagante, in perfetta ”eudaimonia”, che è il concetto di felicità dell’antica Grecia e indicava, in origine, “avere un dio favorevole”, “essere nati sotto una buona stella”.

Tutti abbiamo una tendenza innata a trovare la nostra vocazione per poter vivere una vita felice, e Frida aveva trovato la sua, completando il suo processo di autorealizzazione, che – come sostiene A. Maslow, padre della psicologia positiva – è “la tendenza a diventare tutto ciò che si è capaci di diventare”.

Proprio otto giorni prima della sua morte, come ultimo saluto, Frida finì di dipingere un quadro dai colori vivaci e dai frutti succulenti intitolato “Viva la vida!” – “Viva la vita!”.

Quale miglior modo per esprimere un’esistenza felice?

 

Concludo citando una delle mie frasi preferite di Frida Kahlo:

“Ogni tic-tac è un secondo della vita che passa, fugge e non si ripete. E in essa c’è tanta intensità e tanto interesse che il problema è solo saperla vivere.”

Credo che non ci sia metodo migliore di quello del Coaching per poter imparare a “saperla vivere” al meglio, in caso di crisi di autogoverno.

 

Federica Zanè
Life e Business Coach
Federicazane8@gmail.com

 

 

Note:

1, 2, 3, 4, 5 Tratte dal libro “Frida Kahlo” di Rauda Jamis

 

 

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