Categoria: Hapa e Coaching: un supporto al professionista della salute

Categoria: Hapa e Coaching: un supporto al professionista della salute

Hapa e Coaching: un supporto al professionista della salute

 

L’obiettivo di questo breve elaborato è quello di indagare alcuni dei principali fattori che favoriscono nelle persone l’adozione di comportamenti salutari e di definire quale potrebbe essere il supporto del coaching alla realizzazione di queste azioni.

Dopo una introduzione alla psicologia della salute, attraverso l’analisi del modello HAPA e delle sue fasi, si analizzerà come il supporto del coaching possa aiutare al raggiungimento dell’obiettivo prefissato che, nel caso specifico, è quello della salute dell’individuo.

 

La Psicologia della Salute

La Psicologia della salute è un campo della psicologia che indaga i fattori (biologici, comportamentali, psicologici e sociali) che influenzano la salute e la malattia. Tra gli obiettivi della teoria vi sono la promozione della salute, la prevenzione ed il trattamento delle malattie, i comportamenti per affrontare e riprendersi dalle stesse. Un ruolo fondamentale all’interno di questa disciplina viene ricoperto dallo studio dei fattori alla base del cambiamento dei comportamenti.

Assumendo che i comportamenti e gli stili di vita sono modificabili, l’adozione di una teoria chiara, ben definita e valida consentirebbe di sviluppare e attuare interventi efficaci per promuovere il cambiamento dei comportamenti al fine di influenzare positivamente lo stato di salute di un individuo. Per poter raggiungere tale obiettivo si rende necessario:

  • identificare i principali aspetti individuali e sociali coinvolti nel cambiamento del comportamento,
  • comprendere come promuovere l’intenzione al cambiamento e i cambiamenti comportamentali.

 

Negli anni sono stati creati diversi modelli che hanno cercato di spiegare il cambiamento comportamentale. La maggior parte di questi può essere raggruppata secondo due tradizioni: quella dei Continuum Models e quella degli Stage Models.

I Continuum Models vedono l’individuo posto lungo un continuum che rappresenta la probabilità di mettere in atto un cambiamento. In questo modello l’intenzione, cosciente ed esplicita, è un fattore chiave del cambiamento. Un ruolo fondamentale viene svolto dagli atteggiamenti e dalle credenze individuali, entrambi costrutti fortemente legati alla sfera sociale.

Gli Stage Models vedono invece il cambiamento come un percorso a tappe, tra loro qualitativamente differenti ma tutte necessarie. Questi modelli permettono di distinguere gli individui in base allo stadio di cambiamento in cui si trovano. Per questo motivo sono spesso utili per sviluppare interventi per l’adozione di stili di vita salutari.

Entrambi i modelli sopra riportati presentano però dei limiti. Limiti che cerca di superare l’Health Action Process Approach (HAPA, Schwarzer, 1992, 2008), modello ibrido che integra entrambe le tipologie sopradescritte. Esso ha origine nella teoria di Bandura sulla autoefficacia, secondo cui i fattori motivanti rivestono un ruolo centrale in quanto riflettono la consapevolezza di essere in grado di eseguire una certa azione e di raggiungere i livelli di prestazione desiderati.

 

Secondo Bandura, le convinzioni di autoefficacia influenzano:

  • Processi di selezione, determinando le attività che decidiamo di svolgere, i contesti di cui scegliamo di fare parte e in cui ci impegniamo;
  • Processi cognitivi, favorendo l’interpretazione degli eventi e delle proprie caratteristiche, la visione del futuro, la presa di decisione e il problem solving;
  • Processi motivazionali, determinando gli obiettivi perseguiti, le aspettative di successo/insuccesso e le attribuzioni di causalità, gli sforzi profusi, la perseveranza di fronte alle difficoltà e le reazioni ai fallimenti;
  • Processi di autoregolazione delle emozioni, promuovendo il controllo di pensieri e stati d’animo negativi e intrusivi, i comportamenti e le azioni in grado di modificare il vissuto emotivo.

 

È stato dimostrato come le convinzioni di autoefficacia svolgano un ruolo fondamentale in tutti gli stadi relativi ai processi di cambiamento dei comportamenti di salute (Bandura, 1997) e come questo costrutto non sia sempre esattamente lo stesso in tutte le fasi.

Il motivo di questa distinzione è dovuto dal fatto che, a seconda della fase in cui si trova, la persona dovrà far fronte a diversi compiti che richiederanno diversi costrutti di autoefficacia al fine di poterli svolgere con successo. Ad esempio, una persona può essere confidente sulle proprie capacità di riprendere a fare attività fisica, ma potrebbe essere meno confidente sulle proprie capacità di portarla a termine dopo una battuta d’arresto.

Per questo motivo all’interno del modello HAPA si distinguono tre tipi di autoefficacia: la action self-efficacy, che tende maggiormente a predire l’intenzione di cambiamento; la maintenance self-efficacy, che tende a predire l’azione; la recovery self-efficacy, che tende a predire l’azione dopo le ricadute.

 

Health Action Process Approach (HAPA)

Di seguito viene riportato il modello, che illustra i fattori alla base dell’intenzione di cambiamento e come i diversi costrutti di autoefficacia intervengono nelle diverse fasi.

 

 

Action Self-Efficacy: credenza rispetto alle proprie capacità di eseguire un determinato comportamento, Viene considerata il principale predittore dell’intenzione. Se la action self-efficacy è ELEVATA, è associata a immagini di successo e alla capacità di prefigurarsi gli esiti delle diverse strategie che possono essere implementate per ottenere il cambiamento. Diversamente, se BASSA, è associata a immagini di fallimento, allo sviluppo e alla proliferazione di dubbi sulle proprie capacità di cambiare e alla procrastinazione.

Outcome expectancies: credenze rispetto alle conseguenze derivanti dal nuovo comportamento. Si può definire come predittore distale dell’intenzione, ma comunque di fondamentale importanza nella fase motivazionale. Le conseguenze possono essere sia POSITIVE che NEGATIVE, ma la ricerca dimostra che le positive sono spesso sufficienti a spiegare lo sviluppo dell’intenzione. Si possono riferire alla sfera FISICA (miglioramento della salute), EMOTIVA (sentirsi meglio con sé stessi) e SOCIALE (essere apprezzati).

Risk Perception: si riferisce alla percezione del rischio rispetto allo sviluppo di patologie legate al comportamento non salutare. È il predittore più distale dell’intenzione ed è insufficiente a generarla, ma è anche il costrutto che apre la strada per il cambiamento. Secondo il modello il rischio può essere misurato in modo ASSOLUTO, cioè chiedendo la probabilità personale di sviluppare una certa patologia, oppure in modo RELATIVO, cioè chiedendo di paragonare la propria probabilità a quella di una persona simile (es. “in confronto ad una persona della tua stessa età e del tuo stesso genere, la tua probabilità di avere un infarto è …”).

Questi sono i tre fattori che contribuiscono all’INTENTION (intenzione), che può essere definita come un obiettivo personale. Nella sua rilevazione/misurazione di solito viene introdotto un aspetto TEMPORALE (es. “quanto è forte la tua intenzione di smettere di fumare entro il prossimo mese?”) e dei sotto-obiettivi (es. quanto è forte la tua intenzione di ridurre il numero di sigarette che fumi quotidianamente?”)

L’intenzione, sommata alla Maintenance Self-Efficacy, ossia la credenza rispetto alle proprie capacità di affrontare le barriere che si incontreranno durante il processo di cambiamento, porta alla Action Planning e al Coping Planning.

La ACTION PLANNING può essere definita come l’estensione dell’intenzione che include specifici parametri situazionali (Cosa fare? Dove?) e sequenze di azioni (In che modo?). Questa è utile a tradurre intenzioni mentali in scenari concreti nei quali definire precisamente le strategie da adottare (es. Hai fatto un piano dettagliato riguardo come smettere di fumare?”).

La COPING PLANNING invece è l’anticipazione delle barriere e dell’identificazione di comportamenti alternativi atti a superarle. Racchiude l’insieme di strategie auto-regolatorie che vengono generate a seguito dell’action planning e che risultano fondamentali nella fase di mantenimento del nuovo comportamento (es. “Hai fatto un piano dettagliato riguardo come comportarti se ti offriranno una sigaretta?”).

Se la maintenance self-efficacy è alta vengono adottate strategie più efficaci contro gli ostacoli, si fanno maggiori sforzi per mantenere il comportamento e si ha una maggiore persistenza nel portare avanti le proprie intenzioni (es. “Quanto ti senti capace di resistere alla tentazione di fumare quando ti sentirai nervoso?”).

Fondamentale, al fine di trasformare tutti questi fattori in azioni, è anche la Recovery Self-Efficacy, ossia la credenza rispetto alle proprie capacità di tornare ad adottare il nuovo comportamento dopo che si è verificata una ricaduta. L’esperienza del fallimento può condurre al fenomeno «abstinence violation effect», cioè ad attribuire le ricadute a cause interne, globali e stabili. Se la Recovery Self-Efficacy è alta, le cause delle ricadute vengono attribuite a fattori esterni e situazionali e si è più inclini a cercare strategie che permettano di far fronte alla ricaduta.

Il modello prevede una evoluzione che passa per 2 fasi di cambiamento: la fase motivazionale (Motivational phase) in cui è presente l’intenzione ma l’azione non si è ancora concretizzata, e la fase volitiva (Volitional phase) nella quale avviene l’azione.

Da questi due stadi è possibile definire 3 mindset che caratterizzano gli individui lungo il percorso verso il nuovo comportamento e che risultano fondamentali in ottica di intervento:

  • NON-INTENDERS: Non hanno ancora sviluppato l’intenzione di cambiare; dunque, è importante agire sui loro antecedenti, comunicando il rischio del comportamento attuale e i benefici di uno stile di vita più salutare;
  • INTENDERS: L’intenzione di cambiare c’è, ma non c’è stata ancora alcuna azione. È dunque necessario aiutare queste persone a tradurre l’intenzione in piani concreti che possano condurre al cambiamento;
  • ACTORS: Hanno già intrapreso azioni di cambiamento e quindi non hanno bisogno di alcun intervento, se non di migliorare le strategie per prevenire eventuali ricadute.

 

L’HAPA si è dimostrato utile a predire l’adozione e il mantenimento di svariati comportamenti e stili di vita come l’attività fisica, l’alimentazione, il fumo, e le pratiche di prevenzione. Evidenze empiriche dimostrano la capacità del modello di predire cambiamenti sia in popolazioni sane che affette da patologie acute e croniche.

 

Conclusioni

L’obiettivo del Professionista della Salute è quello di promuovere, nei pazienti, uno stile di vita sano che permetta di ridurre il rischio di sviluppare patologie o di peggiorare un quadro clinico attuale attraverso le seguenti azioni:

1. Informare rispetto ai fattori di rischio e protettivi;

2. Identificare i comportamenti rischiosi e le barriere che ostacolano il cambiamento;

3. Pianificare il cambiamento insieme alla persona e fare in modo che il processo si auto-alimenti;

4. Seguire l’intero processo di cambiamento finché il comportamento salutare non diventa abituale.

 

A mio avviso è proprio in questi ultimi tre punti che il coaching può dare un contributo fondamentale all’azione dei professionisti della salute al fine di promuovere il cambiamento desiderato e attuare stili di vita sani.

Nello specifico, facendo riferimento al modello HAPA, il coach all’interno della relazione facilitante fondata sulle quattro A (Accoglienza, Ascolto, Alleanza, Autenticità), può agire sugli INTENDERS e sugli ACTORS aiutandoli a:

  • Aumentare il proprio senso di responsabilità e promuovere la propria autoefficacia (Action Self-Efficacy);
  • Partire dal proprio presente percepito e analizzare i rischi ad esso connessi (Risk Percepition) al fine di focalizzarsi sul proprio futuro desiderato, identificando nuove opportunità dalle possibili azioni da intraprendere (Outcome Expectancies);
  • Porsi degli obiettivi nel breve e lungo termine. Dirigere l’attenzione verso i comportamenti che permettono di ottenere l’obiettivo permette di distogliere l’attenzione da quelli che ci potrebbero portare lontano da esso. Locke and Latham, nella Goal Setting Theory, evidenziano come la prestazione sia facilitata grazie a un obiettivo pensato e prefissato. Daron nel suo articolo pubblicato nel 1991 ‘There is a SMART way to write manangement’s goals and objectives’ evidenzia le caratteristiche che deve avere un obiettivo per essere efficace. Nel percorso di coaching queste regole, applicate alla teoria del Goal Setting e con l’aggiunta di due lettere finali, evidenziano le caratteristiche fondamentali che deve avere un obiettivo per essere efficace al fine del raggiungimento dei cambiamenti desiderati. Con il termine S.M.A.R.T.E.R viene indicato un obiettivo Specifico (definito, chiaro, concreto), Misurabile (misurato, monitorato, reportizzato), Attuabile (realistico, raggiungibile), Rilevante (importante, utile, funzionale, stimolante), Temporale (definito nella tempistica), Ecologico (coerente con l’ambiente, con l’identità e i valori personali), Registrato (scritto, responsabilizzante). Il coachee determinerà i propri obiettivi mentre il coach coordinerà l’intero processo e lo supporterà nel far luce sugli aspetti tecnici e motivazionali dell’obiettivo stesso in modo che questo possa raggiungere le caratteristiche sopra elencate.
  • Sviluppare piani d’azione efficaci, tenendo conto dei possibili ostacoli e dei facilitatori. Il coach supporterà quindi il coachee nell’identificazione delle possibili interferenze ambientali, presenti sia nel contesto in cui si agisce sia all’interno delle relazioni, e di processo, inerenti la realizzazione operativa del piano. Lo aiuterà nell’individuare i possibili fattori che possano agevolarlo nel raggiungimento dell’obiettivo prefissato, focalizzandosi sugli alleati, persone che possono supportare o al quale si possono delegare determinate azioni; modalità, procedure o situazioni che aiutano ad acquisire nuove competenze o conoscenze utili alla realizzazione; strumenti, cose o oggetti concreti che possono supportare il coachee nella realizzazione del piano.
  • Impostare dei feedback di monitoraggio al fine di rafforzare le linee guida comportamentali risultate efficaci e promuovere l’espressione delle proprie potenzialità, aumentando così la propria Recovery Self-Efficacy al fine di innescare un processo virtuoso di crescita e mantenimento del cambiamento desiderato.

 

Sempre facendo riferimento al modello HAPA, credo che i NON-INTENDERS, non avendo ancora sviluppato un’intenzione di cambiamento difficilmente rientrerebbero nel rapporto di coaching. Penso che per loro sia più utile un approccio informativo di comunicazione dei rischi per la salute al fine di aumentare la motivazione verso un cambiamento comportamentale.

 

 

Luca Baroni
HR Business Partner & Coach Professionista
Monza
l.baroni@yahoo.it

 

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