Categoria: Il “Care” della demotivazione scolastica

Categoria: Il “Care” della demotivazione scolastica

Il “Care” della demotivazione scolastica

 

“L’unico modo per aiutare qualcuno

è aiutare la sua capacità di riflessione autonoma,

di crearsi alternative nel pensare e nell’agire,

facilitando l’intuizione illuminante”.

(Von Foerster, scienziato costruttivista sull’apprendimento)

 

I CARE” (letteralmente «Mi importa, ho a cuore») ……………,  scritta a caratteri cubitali da Don Milani all’ingresso di una scuola,  riassume un intento pedagogico primo e fondamentale: garantire  a tutti i discenti una educazione/ istruzione scolastica diretta a promuovere una presa di coscienza autonoma, responsabile, critica e riflessiva. Proprio il caring, concetto caro tanto alla pedagogia quanto al coaching evolutivo, evoca precipuamente un duale co-narrativo che acquista valore e sapore nella relazione. Attraverso il caring si attiva infatti una dialettica circolare e dinamica, che nella relazione intersoggettiva, ha la capacità di muovere nel discente un impegno cognitivo-affettivo, una responsabilità e una energia psichica che si autoalimenta e si amplifica attraverso lo scambio. Il soggetto si espone così al rispecchiamento di sè, esercitando un’attitudine e un impegno attivo di attenzione e di ascolto interiore che estende il suo modo di percepire, di pensare, di desiderare e di agire nel mondo circostante.

Seguendo quest’ottica,  la tesi esprime il tentativo  di spiegare come  il metodo  coaching e la filosofia che lo sottende possono configurarsi validi strumenti al servizio e in accompagnamento alla Pedagogia scolastica, circoscritti nella seguente trattazione, alla questione degli studenti/adolescenti demotivati, inclini all’insuccesso  e all’abbandono scolastico, attraverso tre principali punti chiave di riflessione.

Proprio il substrato teorico del coaching mi consente di trovare, da subito, un indizio, il segnale per rafforzare una prospettiva di sguardo e un codice etico  professionale  agito  nella scuola.  Poiche’ disagio e confusione, quali tratti comuni ai discenti demotivati, diventano il presagio di una crisi di crescita che necessita di un percorso di riorganizzazione interna, prima ancora di parlare di prestazioni scolastiche il coaching sostiene la pedagogia nella pratica di esplorazione della meta interiore del discente demotivato, guidandolo e accompagnandolo in un lavoro autoriflessivo sulle sue motivazioni, sulle potenzialità e sui suoi talenti, sui bisogni e sui desideri, nel tentativo di focalizzarlo verso una nuova spinta creativa e verso un nuovo determinismo della sua libertà di scelta. Con il coaching la Pedagogia scolastica ha l’opportunità di ripensare, con spirito critico, all’esercizio programmatico del suo sapere sulla base dei seguenti paradigmi: visibile/invisibile, vuoto/esistente, fiducia/sfiducia, causale/casuale, ideale/concreto, consapevole/agito.

In ordine a queste premesse, il primo punto che il coaching mi ha permesso di ricodificare e organizzare all’interno di una relazione facilitante nella scuola è innanzitutto lo sguardo di osservazione da parte degli operatori (insegnanti, educatori, dirigenti scolastici e pedagogisti), soprattutto quando la tendenza della realtà insegnativa in una scuola  si rileva  disfunzionale (poichè pregiudizievole e sfavorevole ) verso quei ragazzi che abitualmente e aprioristicamente, senza analisi di quadri complessivi del soggetto e della sua personalità, vengono screditati e squalificati, considerati di poco valore, di poco sapore, di poco interesse. L‘attenzione degli operatori  della scuola tende in questi casi a concentrarsi più sulle loro caratteristiche negative  che sulle loro potenzialità, configurando una quotidianità scolastica di aspettative da parte dei professionisti della scuola che giunge a confermare tutte le dinamiche dell’effetto Pigmaglione. Proprio a partire da questo tratto, il coaching manifesta la sua forza e  suggerisce   un preciso stato mentale, un profilo sensoriale, un specifica sensibilità che si esplica in un concetto chiave, costituente e fondamentale: SAPERE DI NON SAPERE, atteggiamento mentale che risponde alla necessità di  lasciare il discente  libero di presentarsi nuovamente di configurare se stesso diversamente, di esplorarsi e di ridefinirsi, perché  ascoltato, compreso, non giudicato, non interpretato.

Di conseguenza, penso che il primo grande beneficio che il coaching può rilevare  per i soggetti demotivati risieda, anticipatamente alla articolazione delle domande e del dialogo, nelle premesse di setting che li accolgono: un ambiente neutro di esplorazione libera di se’, basato sulla fiducia, rispetto, sulla accoglienza, sulla alleanza,  dove poter essere visti , non giudicati o etichettati,  trattasi quindi di uno spazio di ascolto dove cio’ che ha importanza è il discente al di là della sua prestazione scolastica, cui viene dato  tempo (kairos) per ordinare un caos interiore emozionale e cognitivo. Il discente  può allora divenire più autenticamente se stesso, attraverso la rivelazione del suo potenziale latente, alimentando al contempo  una motivazione di cambiamento volta al miglioramento e alla soddisfazione dei propri bisogni, ovvero volta alla felicità.  “Vivere omnes beate volunt , scriveva Seneca (tutti desiderano essere felici ……..  ). Il discente è quindi favorito nel pensare in modo autonomo, nell’agire personalmente e nell’esercitare la propria volontà e la propria responsabilità, flussi emotivi e cognitivi che affrancano progressivamente il giovane dagli etichettamenti, dai conformismi che oscurano la chiara visone di sé. Il coaching ,  proprio attraverso un metodo pragmatico capace di porre  in essere una  dialettica circolare tra  pensiero e azione,   dispone il discente  alla capacità di verbalizzare su se stesso,  risvegliandolo all’esercizio di un libertà creativa consapevole,  passando  da uno stato passivo a quello di agente attivo della propria trasformazione.

A tutto questo si richiama l’importanza del setting nella costruzione di una relazione facilitante tra professionista della scuola e discente,  attraverso una comunicazione efficace, autenticamente formativa nell’accezione socratica, punteggiata  dunque di rispetto, di fiducia e  accoglienza, un clima socio-affettivo,  e un ascolto attivo,  capaci di trasmettere un segnale di disponibilità e di alleanza, di comprensione e di  accettazione , capaci dunque di stimolare nel discente la volonta’ di ritrovarsi, di ripensarsi, cio’ che Anna Arendt definisce come la capacita’ di saper fare se stessi o che Seligman qualifica come la capacita’ di ri-creazione di se stessi.  Spesso questi studenti si presentano al confronto di dialogo quali soggetti per lo più confusi, vagano nell’oblio, perdono tempo, non completano, rinunciano, restano imbrigliati in difficoltà che li portano lontano da ciò che vogliono realizzare e da chi vogliono essere veramente.  Si gestiscono all’interno degli ambienti di apprendimento come individui annoiati, demotivati, oppressi, frustrati, violenti, distratti, infelici, rasseganti, annichiliti. Non sentirsi protagonisti della propria vita, procura ad essi infelicità. L’invisibile in questo contesto è ciò che è possibile, ciò che non è ancora, ciò che è latente e attende silenzioso, dunque  ciò che è potenziale, unico e molteplice, multifattoriale e multidimensionale.  Il coaching lo attraversa e lo oltrepassa, ovvero consente di passare dal potenziale alla risorsa, prima consapevole e poi agita, concetto più materico, più definito, reale, afferrabile, poichè è ciò che ti appartiene, è consustanziale a te stesso, all’agito motivato e responsabile, si fa strumento affinchè il discente possa  divenire ciò che e’.  Allora il coaching può ricordare alla pedagogia, attraverso un dialogo metodico e una relazione facilitante che lo studente demotivato puo’   trasformare il suo stato problema in uno stato desiderato, spostando fattivamente il focus sulla possibilità di soluzione, rispondente alla domanda: chi sono io? che cosa voglio e desidero veramente?

A partire da tutto questo il coaching mi offre un secondo punto di riflessione relativo alle  pratiche pedagogiche: il setting del professionista della scuola deve potersi arricchire di un dialogo governato dalla precisione della grammatica del linguaggio, con criterio e metodo. Lo scopo è comporre una comunicazione efficace volta allo sviluppo interiore dell’altro/discente, dunque non causale, approssimativa, scomposta, inefficace, bensì strutturata, globalista, olistica, che guarda alla complessità del soggetto nella sua unicità. Ecco un espediente del metodo coaching che può aiutare e sostenere l’opera del professionista  nella gestione dei discenti demotivati. La grammatica del linguaggio diviene allora un espediente, funzionale tanto alla pedagogia  quanto all’allievo. La parola, nella sua etimologia è chiara, deriva da “expedire”, evoca liberare il piede dai lacci, sciogliersi, sbloccarsi, per il cammino e per un procedere. La grammatica del linguaggio, nel tempo dell’ inizio di una narrazione,  richiede dunque  attenzione, ponderatezza, cura e intimità con le parole.  Dunque sentire e sapere da dove giungono le parole rendono l’espediente un costruttore di inizi e non un difensore degli intimi alibi.  Spesso il punto di inizio dei discenti demotivati è proprio questo, sono  cosi’ assorbiti di parole tossiche da renderli incapaci di esprimere e dunque di vedere sé stessi.  E’ faticoso dare la parola alla presenza muta dei nostri desideri. Tuttavia è grazie al linguaggio che il discente impara ad alfabetizzare il senso di se stesso, rendendo esplicita una componente tacita che chiede parola, espressione, libertà e la responsabilità di accoglierla. Ecco perchè il coaching, attraverso il  metodo dialogico e le sue regole di comunicazione, costituisce per la pedagogia una impalcatura che la sostiene per tutto il tempo della relazione, al contempo educando il discente  alla alfabetizzazione della sua intimità. Scoprire il volto reale di una dimensione tacita del soggetto diviene allora un atto responsabile di emancipazione ed autonomia. Lo scopo e’ far emergere del discente il proprio potenziale sommerso, sconosciuto, sfiduciato, latente, come nella più antica ratio educativa socratica, significa riuscire a fargli focalizzare la natura intima di sé, spogliandolo a piccoli passi ma progressivamente, per ritrovare una autentica libertà di agire. E tutto questo non avviene in solitudine …… è duale, reciproco, relazionale. Cpme direbbe Fiske, “thinking is for doing”, pensare e’ per agire. Per tutte queste motivazioni  la pedagogia  può affidarsi al metodo del coaching e cominciare con lo studente un percorso di orientamento delle proprie  reali necessita’ e potenzialita’.

Sussiste a mio parere un’analogia tra la filosofia pratica di coaching e la filosofia del disegno di Ruskin, nel momento in cui sosteneva l’importanza per tutti gli allievi di  qualunque campo disciplinare di imparare a disegnare, non certo per diventare famosi pittori, ma più semplicemente per imparare a vedere, a guardare, per saper cogliere i particolari, le sfumature, i toni e sottotoni emotivi delle vicende umane, evitando campionamenti tendenziosi, stereotipati, vaghi e confusi. Significa anche aiutare l’individuo a sostenere i pesi della propria individuazione.  Come affermava  S. Agostino : “in interiore homine habitat veritas“ ( la verità abita nell’interiorità dell’uomo………………. ). La dialettica del coaching aiuta  proprio a sviluppare nell’alunno tale facoltà di pensiero divergente in una prospettiva autopoietica, di  trasformazione autorealizzante,  consentendogli in chiave attiva di  “imparare ad imparare”. Al contempo consente di  accompagnare il professionista  nel saper coniugare con ragione e metodo la circolarità e la ricorsività di una domanda ben posta e di una risposta agita. Si tratta di riuscire ad abbracciare nuovi criteri di interpretazione, di intellegibilità, di plausibilità, di probabilità. Tutto ciò consentirebbe ai soggetti demotivati di conquistarsi un passaggio focale che assurge al movimento del potenziale: dall’affermazione e constatazione statica e implosiva “non sono capace” alla riflessione  consapevole “penso di non essere capace”.

Per sintesi, dopo la cornice della relazione facilitante, dopo l’articolazione e l’architettura del dialogo e delle domande efficaci, il coaching offre alla pedagogia  un terzo spunto fondamentale di riflessione ricorsiva  sulla pratica di feedback, inducendolo a focalizzarsi principalmente su un processo di stimolo alla autovalutazione del discente rispetto al proprio agito.   Presupposto che nella  realtà scolastica esistono tre principali livelli di feedback cioe’ il feedback di correzione o risultato, il feedback di processo, il  feedback di auto-valutazione,  e’ proprio quest’ultimoche esige di essere rafforzato. In questo contesto, infatti , lostudente fa un bilancio di quanto ha imparato tenendo presente  il “come” e il “perché” dei procedimenti seguiti e delle conoscenze investite per lo svolgimento del compito.  Riguarda dunque il giudizio che lo studente formula sul proprio apprendimento, a partire dalla presa di consapevolezza delle differenze esistenti tra risultati ottenuti e obiettivi desiderati, lo allena alla auto-valutazione mediante domande di approfondimento, di riflessione e comprensione dell’errore che ne migliora l’apprendimento. Proprio da  un punto di vista motivazionale, il feedback può contribuire a focalizzare l’attenzione degli studenti su scopi di apprendimento piuttosto che di prestazione, affinchè la valutazione sia veramente formativa, cioè tale da generare un apprendimento significativo.  “Desiderare, credere, agire” ………. Appartiene anche ai soggetti demotivati e inclini all’insuccesso scolastico, è dunque compito della scuola favorire in loro il desiderio autentico delle loro possibilità, cioè accompagnarli nella scoperta delle loro inclinazioni attraverso  modalità didattiche personalizzate che li conducano a conquistarsi il senso e il valore della loro educazione/istruzione , quindi  della loro libertà di scelta. Lo dice anche Shakespeare in un famoso aforisma: “sappiamo ciò che siamo, non sappiamo ciò che potremmo essere”. Di nuovo sono catapultata, in un circolo ricorsivo, all’inizio di tutto: “so di non sapere”.

 

“Formare gli animi piuttosto che informarli
è il fondamento su cui si basa
l’idea  di una pratica volta all’esercizio,
un lavoro su se stessi,
qualcosa che si potrebbe definire ascesa di sé”

(Hadot, filosofo francese) 

 

 

Simona Rebecchi
Insegnante, laureanda in Pedagogia e Professional Coach specializzata nel trattamento dell’età adolescenziale.
Milano
cipcipcip74@gmail.com

 

 

 

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