Categoria: Il Coach professionale e il saggio taoista

Categoria: Il Coach professionale e il saggio taoista

Il Coach professionale e il saggio taoista

Scopo del coaching  è accompagnare le persone al raggiungimento di obiettivi da loro fissati attraverso la scoperta del proprio potenziale e, attraverso un costante allenamento, alla trasformazione di questo potenziale in risorse concrete.

Nel coaching evolutivo questo percorso di affiancamento pone una particolare attenzione ad obiettivi che siano coerenti alla vera natura del coachee, ai suoi talenti, alle sue aspirazioni, in una parola, alla sua eudaimonia.

Una delle colonne portanti del metodo del coaching evolutivo è la capacità del Coach di instaurare e mantenere una relazione facilitantecon il proprio coachee.

E’ detta “facilitante” proprio perché  una corretta relazione di coaching offre uno spazio e  un momento particolare, protetto, che facilita il cambiamento del coachee attraverso un percorso di auto esplorazione “assistita”.

Detto nei termini dell’AICP, il Coach dovrà prima di tutto SAPERE delle cose (nel senso di conoscere) e SAPER FARE (nel senso di mettere in pratica)  una serie di cose e dovrà anche SAPER ESSERE in un certo modo. Ed è forse proprio per quest’ultimo aspetto che, a mio parere,  la figura del Coach professionale si distingue da tante altre, perchè  per essere efficace al Coach, quello con la “C” maiuscola,  non basterà studiare e apprendere nozioni teoriche, non basterà mettere in pratica queste nozioni durante le sessioni di coaching, ma dovrà essere pienamente presente, centrato e autentico nel desiderio di assistere il suo cliente nel suo percorso evolutivo. E se mai questa sincerità dovesse venire meno la relazione facilitante verrebbe a mancare e, di conseguenza, l’efficacia dell’intervento di coaching.

Quindi se da una parte la figura del Coach moderno trova i propri riferimenti teorici nelle scoperte della psicologia positiva e sempre più spunti dalle recenti e innovative ricerche neuroscientifiche, allo stesso tempo si richiede al coach di “abitare” pienamente questo ruolo con tutta la sua persona dimostrando qualità umane che hanno un sapore e un suono,  antico: umiltà, capacità di ascolto, empatia, silenzio, accoglienza, assenza di giudizio, fiducia incondizionata, sono le qualità che si chiede a un Coach di mettere in pratica durante le sessioni con il proprio cliente.

Qualità umane universali discusse e descritte fin dall’antichità e contenute nei principali libri religiosi di qualsiasi grande civiltà come il Vangelo o il Corano e che nel caso della figura specifica del Coach, penso trovi una quasi perfetta corrispondenza nelle opere Taoiste. Una corrispondenza che proverò a dimostrare nelle pagine seguenti.

Il Taoismo è una delle tre principali filosofie cinesi, insieme al Confucianesimo e al Buddismo. Alla base della dottrina del Taoismo (o Daoismo) è il Tao (Dao), che viene tradotto come “la Via corretta” o “Via Naturale”.

In estrema sintesi, Il Tao è una forza che pervade e permane in tutto l’universo e in tutte le cose, compreso l’uomo. E’ un’energia immanente, generativa che permette la crescita e l’evoluzione di tutto. Non si può spiegare, non si puo’ comprendere razionalmente, si può solo percepire, intuirne l’esistenza, attraverso una attenta osservazione di tutto quello che ci accade intorno. Chi comprende e rispetta questa “via naturale” è un saggio e  potrà vivere una vita serena, in sintonia, appunto, con la natura che lo circonda.

Per spiegare la differenza tra le tre principali religioni cinesi viene spesso utilizzata l’allegoria degli “assaggiatori di aceto”, un soggetto tradizionale nella pittura religiosa cinese.

Tre anziani stanno immergendo le dita in un vaso colmo di aceto, assaggiandolo: un uomo reagisce con un’espressione aspra, un altro con un’espressione amara e l’ultimo reagisce con una dolce. I tre uomini sono rispettivamente Confucio, Gautama Buddha e Laozi (uno dei principali esponenti del Taoismo). L’espressione di ogni uomo rappresenta l’atteggiamento predominante della sua filosofia: il confucianesimo insegna che la vita è aspra, bisognosa di regole per correggere la degenerazione umana; Il buddhismo vede invece la vita come amara, dominata dal dolore e dalla sofferenza; infine il taoismo considera la vita come fondamentalmente buona nel suo stato naturale.

Nell’immagine degli assaggiatori di aceto, l’espressione di Laozi (Lao Tzu) è dolce e beata per via di come gli insegnamenti taoisti vedono il mondo. Secondo questa filosofia ogni cosa esistente in natura è intrinsecamente buona finché rimane fedele alla propria natura. Questa prospettiva consente a Laozi di provare il sapore dell’aceto senza giudicarlo. “Ah, questo,” potrebbe star pensando, “questo è proprio aceto!” Da una tale prospettiva, il gusto non ha bisogno di essere dolce, aspro, amaro o insipido. È semplicemente il sapore dell’aceto.

Una delle più importanti opere del Taoismo è il “Tao te ching”, una raccolta di 81 brevi  attribuite a Lao Tzu. Tradotto come  «Libro della Via e della Virtù», descrive in maniera allegorica e poetica i principi cardine del Tao.  In questi brani sono contenuti numerosi pensieri, concetti e suggerimenti di vita che, a mio parere,  sono molto in linea con le caratteristiche richieste ad un Coach, soprattutto quelle che riguardano il suo “saper essere” e all’importanza della sua “centratura” durante una sessione di coaching.

Pur consapevole dei limiti di un’estrapolazione arbitraria di passaggi di un’opera che va letta e apprezzata nella sua interezza, ritengo interessante, curioso e, per certi aspetti,  utile confrontare la figura moderna del Coach professionale e la figura del saggio orientale taoista evidenziandone alcuni tratti comuni[1].

Innanzitutto, prima di una sessione,  al Coach viene richiesto di svuotarsi delle sue aspettative, dei suoi bisogni, del suo egocentrismo per poter accogliere pienamente il proprio coachee, e su questo punto al cap. 7 del Tao Te Ching viene scritto:

 

“Il Cielo è perpetuo, la terra è perenne.

Essi sono eterni perché non vivono per se stessi.

Nello stesso modo, il saggio

Si fa ultimo

Divenendo quindi primo

Si tiene al di fuori

Restando quindi al centro:

Rinuncia a se stesso

Realizzandosi quindi in pieno”

 

E’ nel rinunciare a se stessi, al proprio protagonismo e alla propria voglia di essere “primo” che il saggio si realizza a pieno. Esattamente come un Coach che, per quanto riguarda i contenuti della sessione,  deve farsi “ultimo” per permettere ai contenuti del coachee di emergere all’interno della sessione. Nel cap. 22, viene spiegato ulteriormente questo concetto.

 

“Cerca di essere flessibile

E rimarrai al centro

Cerca di curvarti

E starai dritto

Cerca di essere vuoto

E sarai riempito.

Cerca di dare e sarai rinnovato”

 

La centratura del Saggio/Coach è ottenuta attraverso la flessibilità che sarà in grado di dimostrare nei confronti del Coachee e degli argomenti e obiettivi che quest’ultimo vorrà portare alla sessione.

Oltre a essere centrato, sappiamo che  il Coach dovrà essere in grado di allearsi con il Coachee accettando incondizionatamente la sua richiesta di mobilità, e questa accettazione dovrà essere completa, nel bene e nel male, come descritto nel cap 49

 

“Il saggio non ha una mente rigida

Egli e’ capace di mettersi nei panni altrui

Il saggio è buono con i buoni

Ma e’ buono anche con i cattivi:

Questa è la vera bontà

Egli si fida dei sinceri

Ma si fida anche dei non sinceri

Questa è la vera fiducia”

 

La vera fiducia è quella incondizionata, non legata a quello che viene detto dal Coachee (sincerità o meno), ma rivolta al Coachee come individuo, utilizzando lo sguardo positivo e “ottimista” del Coach capace di intravedere e fidarsi, appunto, delle risorse e potenzialità ancora inespresse del Coachee.

Ma la centratura e la fiducia non bastano. il Coach dovrà dimostrare sensibilità e accortezze particolari, come quelle descritte nel cap. 15

 

“Il saggio e’ attento come un uomo

Che attraversi d’inverno un fiume,

Circospetto come un uomo

Circondato da vicini pericolosi,

Riservato come un ospite sensibile,

Flessibile come il ghiaccio fondente

Semplice come il legno grezzo,

Aperto come una valle,

Torbido come un torrente fangoso”

 

Ecco le caratteristiche necessarie al saggio: una estrema attenzione e sensibilità nei confronti di quello e quelli che gli stanno attorno. Sono le stesse qualità richieste ad un Coach: la capacità di accogliere il Coachee, ponendosi “aperto come una valle” per concedere uno spazio ai suoi obiettivi, al suo potenziale, alle sue risorse e anche alle sue soluzioni. E a questa apertura e accoglienza dovrà seguire un ascolto focalizzato sul Coachee, un’attenzione delicata e rispettosa, un ascolto attivo,  come quello che l’uomo saggio riserva all’attraversamento di un fiume ghiacciato che potrebbe in qualsiasi momento rompersi sotto i propri piedi, uno strato di ghiaccio delicato come la relazione tra il coach  e il coachee costruita con pareti di cristallo che una volta infrante non potranno più essere ricostruite. E il momento più delicato di questa relazione sarà sicuramente quando il coachee, sentendosi pienamente accolto, sentirà di potersi aprire pienamente iniziando a svelare le sue difficoltà, i suoi difetti, le sue ansie e paure ed è a questo punto che il saggio/coach dovrà dimostrare di saper convivere nel disorientamento positivo, essere, cioè,  anche  “torbido come un torrente fangoso”, accogliendo il coachee nella sua interezza, dimostrando quella fiducia oltre che nel coachee anche nel metodo del coaching, come continua a spiegare il cap 15

 

“…. Perchè torbido come un torrente fangoso ?

Perchè si raggiunge la chiarezza

 quando si sta quieti in presenza del caos,

Sopportando il disordine, rimanendo tranquilli,

Si apprende gradualmente e far calmare

L’acqua fangosa e a

Lasciare che le giuste risposte si rivelino”

 

In queste poche righe, possiamo leggere una sintesi estrema del percorso di coaching che prevede la presenza “quieta” del coach di fronte al caos del coachee mentre quest’ultimo esplora le acque torbide della sua crisi di autogoverno finché l’acqua fangosa si calma lasciando che le giuste risposte si rivelino.  E questa l’ultima riga sottolinea un elemento cruciale del metodo del coaching e del ruolo del Coach, il cui compito è, appunto, quello di assicurare la struttura della sessione per “lasciare” che le giuste risposte “si rivelino” nei tempi e nei modi personali e unici del Coachee.

Il Coach, non insegna, non consiglia, non suggerisce anche perchè il Coach/Saggio “non sa”, come non sapeva Socrate e  come viene ben descritto nel cap. 64

 

“Il suo solo desiderio [del saggio] è liberarsi dal desiderio.

Non immaginando niente,

Non conoscendo niente

Non interferendo in niente,

Aiuta tutti gli esseri a diventare se stessi”

 

E anche in queste poche righe troviamo un’ulteriore conferma  di come il Coach/Saggio può supportare un cambiamento positivo del proprio Coachee: liberandosi dal desiderio di influenzare la sessione, non proiettando aspettative personali, non avendo la presunzione di avere conoscenze particolari, né volendo interferire nello sviluppo naturale, eudaimonico (“diventare se stessi”) del Coachee.

 

Questo ultimo passaggio evidenzia in maniera molto esplicita uno dei concetti cardine del Taosimo: il wu-wei, il non-agire, la non-azione. Un non-fare che ottiene  risultati migliori rispetto al fare. Un concetto che può apparire paradossale ma che in realtà è assolutamente coerente con le premesse iniziali di una filosofia che crede nella naturalezza e spontanea evoluzione di tutte le cose, compreso l’uomo, e che invece interpreta il desiderio di interferire e di controllare  come  delle forzature alle leggi della natura  che, come tali, creano problemi, storture e rigidità.

E a questo riguardo il Tao Te Ching spiega al saggio/coach nel cap 48 che:

 

“Chi cerca il Tao

Ogni giorno toglie qualcosa,

Togli sempre di piu’, finché

Non arrivi alla non-azione

Quando pratichi la non-azione,

Non c’e’ nulla che non venga fatto.

Conquisterai il mondo se lascerai

Che ogni cosa segua il suo corso

Se nutrirai delle ambizioni ,

Non potrai conquistarlo”

 

Intervenire il meno possibile e soprattutto non avere “ambizioni” nei confronti del percorso del Coachee, perchè il Coach sa che il suo ruolo e il suo compito è svincolato dai risultati del Coachee e non dovrà nutrire aspettative a riguardo, solo in questa maniera potrà assistere l’evoluzione del coachee offrendogli degli spazi e tempi liberi da qualsiasi aspettativa e tensione. Spazi liberi offerti dal Coach attraverso il suo silenzio, il suo non-parlare che però a differenza di quanto si possa pensare, conferma la sua totale connessione con il Coachee e con i tempi e i ritmi di quest’ultimo. Un silenzio attivo, appunto, che stimola cambiamenti attraverso il suo non-dire.

 

Per concludere questa breve panoramica di estratti dal Tao Te Ching, penso che il Cap. 3 possa essere considerato un vero e proprio manifesto, un vademecum completo, per un Coach professionale con la “C” maiuscola.

 

“Quindi il saggio si pone come esempio

Svuotando la mente

Aprendo il cuore

Calmando le ambizioni

Abbandonando i desideri

Coltivando il carattere

Avendo superato brame e astuzie

Non puo’ essere manipolato da nessuno

Fai con il non-fare

Agisci col non-agire

Permetti all’ordine di sorgere da solo”

 

In questo brano sono contenuti tutti gli elementi essenziali per un Coach. Elementi fondamentali che un Coach dovrà saper vivere autenticamente, che dovrà SAPER ESSERE durante la sessione per riuscire a creare quella relazione facilitante che permetterà “all’ordine [del Coachee] di sorgere da solo”.

 

Ed è questo aspetto che, personalmente, più mi affascina della figura del Coach. Perchè oltre a dover acquisire un sapere scientifico articolato e contemporaneo che costituisca una solida base teorica per il suo agire (SAPERE), oltre a dover imparare e saper mettere in pratica questo sapere attraverso un metodo e delle tecniche ben precise (SAPER FARE), il Coach Professionale dovrà anche saper vivere pienamente e con autenticità i valori (SAPER ESSERE) che accolgono e rispettano ciascun individuo come unico e irripetibile per favorirne la sua naturale evoluzione.

Un SAPER ESSERE che, consapevole che non esiste la perfezione, e quindi un punto di arrivo finale, inevitabilmente si trasforma in un SAPER DIVENIRE (migliorare) continuo.

Una figura, quella del Coach,  che in qualche modo, a mio parere, può collocarsi a metà tra la cultura occidentale caratterizzata da un forte protagonismo scientifico e individuale e una cultura orientale focalizzata, spesso, a riconoscere in maniera più rispettosa i tempi e i ritmi della natura, dell’uomo e della loro convivenza.

 

 

Giovanni Morozzo
Life and Business Coach
Milano
gmorozzo@gmail.com

 

 

Note

[1] Gli estratti riportati di seguito sono tutti provenienti da: Lao Tzu “Tao Te Ching” (Italiano)  – ed. Oscar Mondadori – Traduzione di Claudio Lamparelli 2009

 

Bibliografia

Lao Tzu “Tao Te Ching” (Italiano) – ed. Oscar Mondadori – Traduzione di Claudio Lamparelli 2009

Lao Tzy “Tao te Ching” (Inglese) – ed. HarperPerennial – Traduzione by Stephen Mitchell, 1992

https://it.wikipedia.org/wiki/Assaggiatori_di_aceto

Alan Watt “The Way of the Zen” 1957

 

 

 

 

 

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