Categoria: Il coaching. Dove la fiducia è nido

Categoria: Il coaching. Dove la fiducia è nido

Il coaching. Dove la fiducia è nido

La relazione facilitante di fiducia come luogo dello sviluppo del potenziale personale, esistenziale, spirituale delle persone.

“… se perdi la fiducia, credi semplicemente di non avere alcun controllo sul futuro: oggi viviamo tempi sfavorevoli alla fiducia in ragione della evidente transitorietà e vulnerabilità di tutto ciò che conta nella vita terrena”.

Zygmund Baumann

 

Viviamo un’epoca in cui le relazioni basate sulla fiducia sembrano essersi dissolte e i contesti in cui le persone si sentono protette, valorizzate e accolte si sono sgretolati.

Il covid, le continue e sempre più aspre tensioni politiche, ambientali e sociali, i conflitti, le guerre, l’instabilità e le incertezze, hanno instillato in molte persone un senso di sfiducia, di rassegnazione, disincanto che le porta a vivere le relazioni interpersonali in modo sempre più teso e sospettoso.

Tutto ciò è evidenziato da segni di fragilità e da chiusure personali e relazionali. In questi ultimi tre anni si è molto parlato di resilienza senza approfondirne le caratteristiche e le possibili vie di realizzazione.

In questo complesso e dinamico contesto sociale la proposta del coaching può in qualche modo fornire un percorso di beneficio personale, organizzativo e sociale, che crei delle dinamiche in cui la resilienza sia una reale forma di valorizzazione delle risorse personali degli individui?

Siamo più vulnerabili e abbiamo bisogno di ricostruire contesti, organizzazioni e relazioni di fiducia, è il messaggio che sociologi, educatori, analisti e manager vari sembrano ripetere. Sembra proprio che questa diffusa condizione, sensazione o percezione di vulnerabilità sia utile o necessaria per ritrovare fiducia gli uni gli altri.

Luigino Bruni scrive una interessante riflessione su come rintracciare delle connessioni tra la fiducia e la vulnerabilità:

“La fiducia è una relazione radicalmente vulnerabile. Quando una persona si fida di un’altra, mette nelle sue mani qualcosa di proprio di cui l’altro può disporre e persino abusare. La radice di quella gioia speciale che proviamo quando qualcuno ripone in noi la sua fiducia sta proprio in questa esposizione di colui che ci dona la sua fiducia, perché sentiamo che ci ha chiesto di custodire qualcosa di prezioso che riguarda la sua persona, la sua intimità, il suo mistero”.

 

In questo orizzonte cosa propone il coaching?

Uno degli aspetti ed elementi che fanno risultare il coaching una delle discipline più adeguate nel tempo presente è proprio quello di porre alla base dello sviluppo del potenziale del coachee la relazione di fiducia.

Tra coach e coachee non è possibile nessuna relazione evolutiva se non c’è alla base una solida e reciproca fiducia: da parte del coach nelle risorse e nella capacità del coachee di poter individuare e raggiungere i suoi obiettivi; da parte del coachee nel processo e nella presenza del coach come accompagnatore e allenatore nell’individuazione e sviluppo del proprio potenziale.

 

La relazione facilitante

La relazione facilitante risulta essere uno dei pilastri del coaching evolutivo proposto da Incoaching, la società formativa dove ho svolto il PCP (Professional Coaching Program) e di cui il presente lavoro rappresenta l’elaborato finale.

All’interno delle quattro “A” della relazione facilitante (Accoglienza, Ascolto, Autenticità, Alleanza) abbiamo avuto modo di analizzare e comprendere l’equilibrio del “triangolo comunicativo” insito nel coaching evolutivo:

“Nel coaching, la geometria efficace della relazione si presenta come:

  • simmetrica nell’interazione, perché il coach non è un consulente che dispensa consigli o un formatore che eroga informazioni e indica modi di agire, ma si pone alla pari rispetto al cliente in un processo di esplorazione, di scoperta e di costruzione di consapevolezza comune.
  • Complementare nei ruoli, ovvero ognuno dei due attori ha il suo ruolo specifico, che è distinto rispetto a quello dell’altro, e che peraltro va specificato sin dall’inizio attraverso il contratto siglato tra le parti (contratto/patto con il coachee).
  • Asimmetrica nel contenuto, perché si parla esclusivamente del coachee e mai del coach, in quanto il focus nella relazione di coaching è sempre il cliente e mai il coach, che invece si pone come mezzo per facilitare le fasi del processo di coaching, dall’esplorazione della domanda, all’individuazione delle potenzialità, dalla definizione degli obiettivi al raggiungimento dell’autorealizzazione”.

 
Scrivono Pannitti e Rossi che il termine “asimmetrica, da loro coniato e inserito in questa geometria relazionale, rende meglio l’idea, rispetto al termine “complementare”, di quanto importante sia lo sbilanciamento del contenuto della sessione a favore del coachee.

 

 

Dallo schema sopra riportato, presentato durante il corso PCP, emergono le 4 dimensioni della fiducia che si “giocano” in una relazione facilitante di coaching: la fiducia nel metodo, la fiducia nella relazione, la fiducia in sé (del coach) e la fiducia nel coachee.

In questo elaborato proverò ad approfondire queste quattro dimensioni cercando di innestare la riflessione con l’analisi di una relazioni di fiducia che ho incontrato nella mia vita di studio e letture.

Il tema presentato è vasto e la brevità di questo testo rischia alcune semplificazioni. Un lavoro di questo genere può risultare solo “suggestivo” e orientativo della profondità e delicatezza della tematica.

Alessandro Pannitti scrive che:

“Il coach si pre-occupa innanzitutto di costruire, anzi co-creare una relazione, che abbiamo definito facilitante. […] Se le quattro “A” sono gli organi principali che vanno a costruire il corpo della Relazione facilitante, si potrebbe dire che la fiducia è il sangue che pulsa all’interno, irrorando quattro piani diversi:

  • 1) Fiducia in sé del coach.
  • 2) Fiducia nel coachee e nel suo potenziale.
  • 3) Fiducia nella relazione, frutto di centratura “IO OK – TU OK” descritta dall’Analisi Transazionale.
  • 4) Fiducia nel metodo del Coaching capace di attivare la Mobilità del Coachee.

 
Questi quattro livelli di fiducia concorrono ad alimentare quelle «convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati», cioè il senso di autoefficacia di una persona”.

 

La fiducia nel metodo

Le basi e la costruzione della fiducia nel metodo iniziano fin dall’incontro preliminare, durante quella che viene nominata come la “sessione zero”.
In quel contesto il coach deve rendere consapevole il coachee delle sue responsabilità (responsabilità in ordine agli obiettivi e alla voglia/necessità di essere pro-attivo rispetto al proprio percorso) ma allo stesso tempo deve essere chiaro, trasparente ed etico nella presentazione del metodo e dello stile delle sessioni.

La metodologia maieutica ed eudaimonica sono da esplicitare, ma senza caricare di troppi costrutti teorici l’incontro preliminare.
La coachability che si andrà a verificare al termine dell’incontro preliminare cosa non rappresenta se non questa disponibiltà a fidarsi l’un l’altro/a?

 

La fiducia nella relazione

La potenza del coaching, a mio avviso, risulta proprio da questa fiducia. Se il coachee si fida e crede nella relazione, questa aprirà ad una consapevolezza e autoefficacia che saranno il motore nascosto per la scoperta del suo potenziale e la realizzazione dei suoi obiettivi.

 

Fiducia in sé (coach)

Un coach che non ha fiducia in se stesso e nel metodo o potenzialità del coaching non riuscirà ad aprire o sviluppare una relazione facilitante. Ma durante la formazione e nello studio ho anche compreso che questo non significa essere sempre “OK” e invulnerabili o “arrivati”.
Anche per il coach, il coaching è un lungo e paziente lavoro continuo su di sé, sulle proprie sicurezze, vulnerabilità, capacità relazionali e di ascolto, di conoscenza e consapevolezza.

 

Fiducia nel coachee (nel suo potenziale)

Durante tutto il PCP ci è stato ripetuto più volte come la relazione facilitante deve basarsi su una completa, aperta, totale, fiducia nel coachee, nella sua capacità di individuare obiettivi e nell’avere in se stesso/a le risorse per raggiungerli. Le domande che nasceranno durante le varie fasi della sessione devono avere questa precisa e profonda attitudine di piena fiducia del coach nei confronti del coachee.

 

Il coaching come nido

Nell’epoca della società liquida, panottica, dove sono rari i contesti in cui le nuove generazioni possano crescere e maturare in ambienti cooperativi e fiduciosi (cfr. Simon Sinek), può risultare stimolante rintracciare alcuni segnali, testimonianze o “narrazioni” che raccontino relazioni facilitanti.

In questo senso emerge il richiamo del titolo. Il coaching come nido, luogo in cui si nasce, ci si può sentire protetti, nutriti, accompagnati e cresciuti per maturare fisicamente, interiormente, psicologicamente, mentalmente, in modo da poter “spiccare il volo” verso il proprio obiettivo e lo sviluppo del proprio potenziale o del proprio essere più vero e profondo.

Per sviluppare questa intuizione, prettamente suggestiva e simbolica, farò ora riferimento ad una testimonianza storica dove ho cercato di scorgere alcuni elementi di questo tipo di processo.

 

Spier e Hillesum. Un complicato intreccio relazionale

La figura e testimonianza di Etty Hillesum è una delle più affascinanti che abbia incontrato nella mia vita.
La “leggo” ormai da quasi trent’anni e ogni volta trovo alimento, meraviglia, ammirazione per questa ordinaria-straordinaria ragazza olandese morta ad Auschwitz il 30 novembre 1943. Le sue lettere, ma soprattutto il suo diario, sono un luogo a cui ritornare continuamente, uno specchio per leggere noi stessi e la vita con uno sguardo sempre nuovo e pieno di lode per la vita come quello di Etty.

La sua maturazione umana e spirituale e lo stimolo ad intraprendere la scrittura costante del diario arrivarono da una figura altrettanto affascinante: Julius Spier (1187 – 1942). In questo lavoro cercherò di evidenziare alcuni punti del loro legame in correlazione con la relazione facilitante del coaching, con le dovute e opportune (e non trascurabili) differenze.

La relazione tra Etty e Spier è complessa e per certi versi contraddittoria ma il percorso di fioritura umana, che porta Etty ad esprimere e sviluppare alcune idee e intuizioni, anche teologiche e spirituali, tra le più alte del novecento e che assumono ancor più valore proprio perché raggiunte nel contesto di una delle peggiori tragedie della storia, sono il frutto della relazione facilitante con Spier.
È Spier che accoglie Etty con le sue inquietudini e debolezze (anche psicosomatiche) ma ne riconosce la vivacità interiore. Tra loro si era creato un rapporto intricato e complesso, in cui sesso e comunicazione, spiritualità e cultura s’intrecciavano in modo unico.

Un rapporto e un legame che non hanno condotto Etty ad una dimensione di dipendenza o sottomissione, anche solo psicologica o affettiva.
La Hillesum sente la necessità di aggrapparsi a S. nei momenti di grande debolezza ma anche che “la mia guarigione e rigenerazione devono venire dalle mie forze, non dalle sue”. I due pilastri della spiritualità laica di Etty derivano, a mio avviso, da questa relazione ambigua e anomala: l’amore e lode per la vita anche nelle sue pieghe più tragiche e dolorose; la necessità di estirpare l’odio da se stessi per costruire una pace futura; la stravolgente intuizione che non può essere Dio (o qualsiasi altro “ente” o agente esterno) a salvarci ma siamo noi che dobbiamo salvare Dio nella parte più profonda di noi stessi:

 “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio”.

Se da una relazione facilitante una ragazza che vive i suoi ultimi giorni consapevole della morte imminente dovuta alla devastante azione di annientamento del nazionalsocialismo scrive parole così potenti e piene di fiducia per l’umanità (“vorrei tanto poter tramettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa”) possiamo cogliere le potenzialità di questo tipo di relazioni.

 

Un nido, le relazioni, il canto, una barca, un cuore pensante, il volo… una conclusione?

Mi sono immerso in questa nuova avventura formativa e umana che è il coaching conoscendolo poco ma con grande curiosità.
Ho avuto modo, sia nell’apprendimento teorico, che pratico, sia come coach che come coachee, di riconoscerne gli effetti e l’efficacia. Sono all’inizio di questa nuova avventura che mi entusiasma e mi affascina.

Con questo scritto magmatico e aperto ho tentato di esprimere alcune intuizioni emerse sia nella fase formativa, che in quella pratica, che nello studio e letture personali. Desidero fidarmi di questo metodo e di questa attività per infondere fiducia laddove mi sarà possibile e concesso.

 

 

Francesco Maule

Insegnante / Life coach
Creazzo (VI)
francesco.maule@libero.it

 

 

 

 

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