Il Codice del Talento
L’immagine innata
Il Codice dell’Anima, testo dello psicanalista e filosofo americano James Hillman, è basato sulla convinzione che ogni individuo possieda un’“immagine ontologica”, quale immagine innata di sé, vocazione originaria che indirizza il percorso dell’individuo e ne influenza il suo destino.
Hillman definisce questo concetto nella “Teoria della ghianda”, secondo la quale ciascuno custodisce in sé una sorta di seme prezioso e invisibile (ghianda) che incorpora le caratteristiche essenziali della persona e aspetta di essere riconosciuto e valorizzato (per diventare quercia). In tale teoria è racchiuso il simbolo del daimon – termine greco che definisce lo spirito guida, l’angelo custode – che corrisponde al compagno segreto dell’anima, la voce interiore che guida verso l’autenticità. Dal greco antico, daimon, significa “colui che assegna”, come entità astratta che ha il compito di assegnare una vocazione e guidarne la direzione. Possiamo anche definire l’immagine innata come una sorta di codice che rappresenta l’unicità della persona, la quale se capace di riconoscere la sua vocazione e sviluppare la sua vita in accordo con la stessa, soddisfa un bisogno intrinseco. Secondo Maslow, “le attitudini cessano di protestare quando vengono adoperate a sufficienza”, pertanto le attitudini sono bisogni e in quanto tali, valori intrinseci.
Mi avvicinai a questo testo con la curiosità del genitore, alla ricerca di strumenti di esplorazione della responsabilità educativa nell’età evolutiva. La spinta era verso la comprensione del possibile equilibrio tra l’impatto dell’ambiente, dell’ereditarietà, l’influenza delle figure educative
di riferimento e la forza del talento innato. I concetti espressi da Hillman mi affascinarono e ispirarono una nuova consapevolezza.
Quanto il contesto sociale, l’ambiente, le relazioni, l’ereditarietà, possono incidere fino a determinare il cammino della vita, influenzando significativamente il destino?
Quanto resta nella sfera di controllo della persona e attende di essere intercettato, esplorato, elaborato e mobilitato come risorsa potenziale?
Esiste una forza che influenza il comportamento, le scelte e decisioni oltre il potere del contesto in cui viviamo e dei nostri geni?
Incastonato il concetto del daimon nel Coaching, riconosciamo la posizione del Coach, che, come approccio di base, guarda con genuino interesse all’unicità del Coachee, accompagnandolo prima di tutto nello sviluppo della consapevolezza di sé e del suo potenziale. Dunque, diventa fondamentale maturare la consapevolezza che il daimon debba essere riconosciuto come immagine che definisce l’individuo e a cui corrisponde la vocazione. Il Coach, nella sua azione intenzionale di mobilitazione delle risorse, consente al Coachee di lavorare sull’intercettare l’immagine profonda di sé, farla emergere e darle valore.
Una delle competenze fondamentali del Coach, nel campo del Coaching, risiede nell’Accoglienza, quale capacità di riconoscere l’unicità del Coachee e saper ospitare tale unicità nella sua complessità. Il lavoro del Coach è sempre centrato sulla persona, non sul contenuto del
tema che la stessa porta. La direzione del Coaching va verso la determinazione di “chi sei tu?”.
Perché la conoscenza di se stessi è uno dei passaggi fondamentali del cambiamento e/o del miglioramento.
“Oh Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo degli Dei” – Oracolo di Delfi (Socrate).
“Conosci te stesso, dopodiché prenditi cura di te stesso”. Secondo la cultura greca antica, la conoscenza di sé era associata alla cura di sé. Il Coach si prende cura del Coachee allenandolo alla cura di sé e scatenando il meccanismo virtuoso della sempre più profonda conoscenza di se stessi e di conseguenza della crescita della consapevolezza, attivando il circuito della potenzialità. Dunque, conosci te stesso, accetta te stesso, apprezza te stesso, aiuta te stesso, tutto questo per poter essere te stesso. Il dialogo, insieme all’ascolto non giudicante delle caratteristiche che emergono e al feedback di ascolto, agisce da catalizzatore delle risorse che quindi divengono disponibili.
Se il Potenziale di sviluppo può essere definito come l’insieme delle capacità, intese come possibilità di riuscita, che potremmo sviluppare se ricevessimo gli stimoli giusti dall’ambiente e le allenassimo con l’esercizio adeguato, il Talento, il carattere e ciò che più definisce chi siamo, emerge attraverso il riconoscimento del potenziale e l’allenamento intenzionale dello stesso.
Il metodo del Coaching, attraverso la mobilitazione del potenziale in azione, ovvero in competenze utilizzabili, trova terreno fertile nel concetto del daimon, restituendo alla persona l’opportunità di scoprire le proprie risorse, il proprio talento, a partire da quelle innate, acquisirne
consapevolezza e metterle a disposizione con fiducia.
Carattere, Vocazione, Destino, sono tre elementi che ci restituiscono una chiave di lettura di sviluppo.
Il carattere, che resiste alle influenze e al cambiamento rimanendo fedele a se stesso, la vocazione che chiama ad un compito, e quest’ultimo che si realizza nel destino.
“Il nostro compito non è quello di diventare ciò che non siamo, ma di diventare ciò che siamo” – (Friedrich Nietzsche)
Encanto: alla scoperta del vero talento
La teoria della ghianda di Hillman richiama alla mia mente il sessantesimo film d’animazione Disney, Encanto.
Il film è ambientato nella Colombia dell’inizio del ‘900, quando la neo-nata famiglia Madrigal è costretta a scappare dalla propria città di origine. La fuga porta la perdita di Pedro, capostipite della famiglia, e contestualmente porta con sé il miracolo che Abuela Alma, moglie e nonna matriarca, riceve in dono con la missione di garantire che la fiamma della vita non si spenga mai, che la sua famiglia e i compaesani vivano protetti e confortati nelle necessità essenziali. Nasce Encanto, roccaforte protetta dalle montagne, in cui regna armonia ed equilibrio sociale. I tre gemelli della coppia ricevono in dono tre talenti soprannaturali e il potere di trasmettere alla propria discendenza capacità fuori dal comune. Si tratta di super-poteri: Julieta curerà ferite e malattie cucinando; Pepa controllerà il meteo atmosferico con il proprio stato d’animo; Bruno potrà prevedere il futuro; Luisa diventerà superforte e infrangibile; Isabel creerà con le sue mani bellezza e perfezione; Dolores avrà un super-udito; Camilo potrà mutare in chi desidera; Antonio potrà comunicare con gli animali.
Si scopre ben presto che tali talenti, qui definiti doni, sono un peso per ciascuno che li possiede, perché sono solo diretti a rendere felici le persone che stanno attorno a loro, mai se stessi.
La prima riflessione nasce da questo conflitto di propositi, il talento, seppur speciale e in apparenza indicatore dell’innata unicità della persona, allontana dalla consapevolezza di sé e soprattutto dalla necessità di essere autentici.
Molti sono gli elementi che si incrociano in questa storia: le aspettative della famiglia, le resistenze al cambiamento in nome della tradizione, la ricerca del potenziale come talento che contraddistingue, il vivere senza essere presenti a se stessi e senza rispetto dei propri bisogni di espressione.
Mirabel, è l’unica nipote a non aver ricevuto un talento. Proprio grazie a questa condizione che tanto delude nonna Abuela, Mirabel è svincolata dalla trappola del dover adempiere alla missione del supposto unico talento di valore, è libera di vivere autenticamente, concentrata su se stessa e lucida nell’intercettare il vero bisogno di unione della famiglia e di riconoscimento di sé.
Mirabel è libera di cercare e dare ascolto alla sua vera immagine per guidare il proprio destino e alla fine anche quello della famiglia. Ella cresce senza condizionamenti esterni, con i valori solidi della giustizia, umanità, saggezza, solidarietà, facendo leva costantemente sulle proprie potenzialità, con il coraggio di sfidale il contesto sociale e la tradizione della sua cultura. Nietzsche le direbbe: “Diventa ciò che sei”, per celebrare l’esistenza autentica non preordinata dagli schemi esterni.
L’introspezione individuale del film ci consente facilmente di indossare i panni dei vari protagonisti e di sentire l’evoluzione personale di ciascuno che via via sperimenta l’irruenza dell’essere autentici e presenti a se stessi, consci della potenzialità che diventa risorsa e
comportamento agito.
Mirabel, come farebbe un Coach, lavora sulla persona, con empatia e intelligenza emotiva, in un contesto di alleanza e ascolto, accompagna i suoi familiari nella riscoperta della vera potenzialità di ciascuno, sia essa percepita come ordinaria o come straordinaria e della condizione fondante di rimanere sempre fedeli a se stessi. Come nel noto modello di apprendimento formativo, i Coachee attraversano tutte le quattro fasi, partendo dalla fase dell’incompetenza inconscia in cui il livello della performance è basso e non c’è alcuna consapevolezza di ciò che sta loro accadendo, per passare alla fase dell’incompetenza conscia in cui intravedono i punti deboli e le aree da migliorare.
Accedono poi alla penultima fase della competenza conscia, in cui comprendono il potenziale e la capacità di esercitare il talento, finendo per essere inconsciamente competenti, forti di una nuova consapevolezza che rende autentico il loro nuovo modo di essere.
Inoltre, Coach Mirabel, abile esploratrice del campo delle interferenze interne ed esterne, riscopre per sé la capacità di gestire la resistenza al cambiamento e stimola nei Coachee che incontra, l’urgenza di riconoscere le convinzioni limitanti, le interferenze interne e i possibili blocchi del pensiero. Come un Coach, ella aiuta a de-condizionarsi, ovvero innanzitutto a distinguere ciò che è autentico da ciò che deriva dall’apprendimento. Le convinzioni limitanti, nemiche del percorso di consapevolizzazione del potenziale, sono spesso radicate, come in questa storia, nell’infanzia ostacolando la realizzazione del potenziale. Anche qui l’obiettivo è liberare la mente da condizionamenti e aprirla alla possibilità di vivere secondo il proprio codice innato.
La storia dei Madrigal ci insegna – come in un percorso di Coaching – che partendo dall’assunto che un potenziale innato esiste in ciascuno, rendendolo unico e irripetibile nel suo talento, la strada di sviluppo verso una vita autentica, soddisfacente, che non tende alla perfezione e che si fregia della vulnerabilità, va scelta con intenzione e percorsa con fiducia e coraggio.
“Tu sei il modo come sei” (Eraclito) – La vita è come viene eseguita con la chiamata dell’immagine.
Se modifichi le tue abitudini, modificherai il tuo carattere, ovvero le strutture più profonde della personalità, e quindi il tuo destino?
Il vero senso è che il destino diventa responsabilità della persona. Al di là di questo modello di comportamento un po’ troppo volontaristico, il destino del daimon, così come il destino di tutti i componenti la famiglia Madrigal, diventa responsabilità propria della persona.
Hillman ripercorre il concetto della mediocrità, che può significare “essere senza tratti distintivi”, evidenziando che nessuna anima possa essere mediocre in sé.
Mentre, ad esempio, un mestiere può essere mediocre, tale non può essere il modo in cui è svolto, l’insieme dei comportamenti e delle attitudini che definiscono il carattere.
Il carattere è sempre individuale, la ghianda è sempre unica e irripetibile. Il talento è solo un frammento dell’immagine e si manifesta nella sua eccezionalità solo quando è al servizio dell’immagine totale e ha il supporto del carattere adatto a quell’immagine. La vocazione non si
riduce al tipo specifico di attività, ma all’esecuzione dell’attività stessa. Il carattere non è quello che la persona fa, ma è il modo come lo fa.
In definitiva, Hillman sostiene il concetto per cui non sia la competenza in sé a determinarci, quanto il modo in cui la manifestiamo attraverso il nostro unico comportamento.
Non un mestiere in sé o l’aver raggiunto successo in ambito sociale, non l’aver ricevuto un talento speciale, ma il modo in cui quel mestiere, quel talento, vengono espressi. La nostra protagonista Mirabel, non può cadere nella trappola della supposta mediocrità, in quanto apparentemente priva di “tratti distintivi”, perché dimostra di avere il talento e il carattere adatti alla vocazione per cui è nata.
L’individuo ha valore solo se possiede un talento?
Riconoscere se stessi a prescindere dalla straordinarietà del talento posseduto è fondamentale.
Nella storia di Encanto, Mirabel si dimostra essere l’unica che, seppur in assenza di talento conclamato, quando tutto sembra implodere, ha sviluppato la qualità di superare ogni ostacolo e vincere ogni resistenza, attingendo al suo potenziale, sconosciuto ai più ma non a se stessa. Questo cammino di consapevolezza e di trasformazione, che vede Mirabel sbocciare in ciò che è sempre stata, si intreccia con la visione del Codice dell’Anima.
L’invito è a riconoscere la propria unicità, a seguire la vocazione per vivere in armonia e secondo eudaimonia. La vera autorealizzazione è un processo continuo e autentico di crescita personale e di espressione del vero sé, al di là delle conquiste esterne.
“Essere felici significa vivere secondo la propria virtù” (Aristotele).
Dal greco l’eudaimonia si compone di Eu, bene/benessere e Daimon, spirito guida/demone. La buona riuscita del proprio daimon, come il proprio potenziale attivato con volontà e operatività in risorsa disponibile, in talento, crea la condizione di ben-essere.
L’obiettivo ultimo del Coaching è la piena realizzazione, l’essere felici essendo autentici, virtuosi e veri.
Monica Bellagamba
HR Manager & Coach Professionista | Emilia Romagna
monica.bellagamba@lyb.com
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