Il Musical Theater – Coaching: alla ri-scoperta delle emozioni
Ho incontrato il Musical a quattro, cinque anni!
Si, era l’inizio degli anni 80 e … chi sapeva bene cos’era un Musical?
Eppure, nonostante io non sapessi cosa fosse, il Musical l’ho incontrato.
L’ho sentito, l’ho sognato, l’ho creato, vissuto, ho iniziato a scrivere quello che vedevo quando ancora non sapevo scrivere.
Attraverso il Musical sono cresciuta, ho cercato in me potenzialità e risorse che mi aiutassero a superare le difficoltà, scavato a fondo le mie insicurezze riscoprendo la fiducia in me stessa, ho dato coraggio ad un talento che ancora non ho capito se ho e poi ho sentito forte il richiamo di condividere tutto quello che avevo studiato e che sentivo forte dentro me provando a trasmetterlo attraverso l’insegnamento.
E ad un certo punto, ho sentito che poteva esistere una profonda connessione tra questa arte e l’altra mia grande fede: lo sviluppo del potenziale umano, la valorizzazione dei talenti, il ritorno al contatto con le proprie emozioni profonde.
È a questo punto che nasce la mia riflessione ed infine due domande:
Come può il Coaching essere un metodo di arricchimento nel mondo del Musical?
E come possono le tecniche di Musical diventare uno strumento per il Coaching?
Il Musical Theater
Nel mio percorso di studi e crescita in questa passione ho voluto approfondire, al di là degli aspetti tecnici necessari per andare in scena, anche la storia, l’evoluzione ed infine la struttura che stanno dietro questo meraviglioso mondo, quello che si nasconde non solo dietro le quinte, ma anche tra le righe di un copione. Tutto questo mi ha dato una consapevolezza maggiore e mi ha aiutato a vedere oltre.
Il Musical Theater è una forma di arte che si propone di raccontare la storia attraverso l’uso di testi teatrali, musiche cantate e scene danzate, il tutto con un concetto di integrazione totale tra tutte e tre le discipline.
Il Musical Theater, a differenza di altre forme di arte ed espressività, ha la grande “presunzione” di volere sul palco “persone vere che interpretano personaggi veri”.
L’interprete deve mettere in scena il personaggio scritto dall’autore, visto attraverso gli occhi del regista ma condito dal suo personale sentire le emozioni che sono la base di quello che deve essere e non fingere di essere.
In sostanza un attore non deve essere solamente un interprete ma un interprete vero che, attraverso il suo realismo e una scrittura vera musicata teatralmente, arrivi direttamente a scuotere le emozioni profonde dello spettatore.
Il performer, ad ogni nuova produzione, entra nella vita di una persona e la fa nascere, vivere, sperare, sognare, soffrire, tutto attraverso di lui, il che presuppone un grande lavoro non solo tecnico, ma anche personale.
Il Musical porta in scena spaccati di vita reale, inventati spesso, ma che hanno lo scopo di essere ben radicati con la vita, con la storia, con qualcosa in cui lo spettatore possa identificarsi, fosse anche solo un dramma personale o una caratteristica divertente.
Dalla crisi di autogoverno alla performance
Come possiamo mettere in contatto il mondo del Musical con il Coaching?
Partendo da un punto che accomuna entrambi: sono processi creativi.
Coaching:
- Esplorazione
- Elaborazione
- Esecuzione
Musical:
- Esposizione
- Conflitto
- Risoluzione
In entrambi il coachee/performer ha un obiettivo da raggiungere attraverso:
- Esplorazione
- Consapevolezza
- Attivazione
- Mobilità
Provando ad andare ancora oltre e prendendo spunto dalla formula che Gallwey ha creato per il Tennis, ho ipotizzato che questa potrebbe essere trasportata anche nel mondo del Musical.
Un performer può essere paragonato ad un atleta che, ai blocchi di partenza, vede chiaro qual è l’obiettivo ma per raggiungerlo ha bisogno non solo di attingere alle proprie risorse per trovare la chiave di lettura di quel dato personaggio, ma deve anche saper togliere le interferenze che potrebbero rendere meno vera la sua interpretazione.
Ecco che quindi
Prestazione = potenziale – interferenze
vale nello sport come potrebbe valere nel mondo del Musical Theater.
Per raggiungere quel personale realismo fondamentale per essere un vero Performer di Musical Theater (non necessariamente professionista) l’attore deve passare attraverso un percorso interno che può essere liscio e lineare oppure complesso e frustrante, soprattutto se sente blocchi-interferenze più o meno consapevoli che gli impediscono di “vivere profondamente” quello che sta mettendo in scena.
Chiaramente esistono delle tecniche che possono aiutare a trovare la chiave di lettura necessaria al raggiungimento di questo obiettivo e, a mio avviso, inserite all’interno di una sessione di coaching possono essere un chiaro ed importante esercizio di Work-In dentro un percorso di consapevolezza più ampio.
Da “Io” a “Personaggio”
Come detto prima, la grande sfida di un performer di Musical Theater è “essere vero” nel personaggio che deve interpretare, tenendo comunque conto di quanto scritto dall’autore e dalle indicazioni date dal regista.
Ma se esiste un copione dettagliatamente scritto e se c’è un regista che per lavoro dà indicazioni e dice quel che deve essere fatto dove, come e in che momento, in che modo un performer può far vivere un personaggio che di fatto, detto in maniera piuttosto brutale, è scritto a tavolino?
La risposta è tanto semplice quanto complessa: attraverso le emozioni.
Le emozioni lo fanno amare, sperare, odiare, vivere e sono proprio le emozioni stesse che arrivano dirette come una freccia al cuore delle persone.
Lavorare sulle proprie emozioni non sempre è così facile ed è proprio a questo punto che si possono trovare le interferenze citate nella formula di Gallwey, per questo motivo diventa importantissimo lavorare sulla consapevolizzazione e sullo stimolo del pensiero laterale per cercare di superare il blocco e dare all’emozione libero spazio di espressione.
Inizialmente è un impegnativo lavoro di focusing, terreno fertile e prediletto dal coaching che, attraverso la struttura di una sessione che mette l’attenzione su Esplorazione, Elaborazione ed Esecuzione al fine del raggiungimento di un obiettivo permette al performer stesso di concentrarsi un po’ alla volta sulla vita del personaggio e sugli eventuali blocchi personali tenendo conto di quanto copione e regista indicheranno.
Attraverso le domande poste dal coach lui potrà focalizzare, un passo alla volta, quanto gli risulta difficile comprendere ed affrontare nel complesso, arrivando quindi ad un livello di consapevolezza più elevato.
Nel Musical Theater il personaggio è vivo, non solo perché respira parla e ha un ruolo, ma perché ha una personalità, una vitalità interiore che deve uscire, ed è d’obbligo che nel Musical Theater esca.
Il performer quindi, oltre a lavorare sulla consapevolezza di quello che di lui può dare al personaggio stesso, ha necessità di farne uscire l’anima attraverso le emozioni che non sono sue, sono quelle che dovrà far uscire per dar vita al suo “alter-ego”.
Il performer nasce da un’attitudine che va costantemente esplorata ed elaborata al fine del miglioramento e della costante ricerca dell’evoluzione personale. Si basa sul potenziale e le risorse del singolo, sull’evoluzione personale, la ricerca e la conoscenza di sé.
Ecco che allora il coaching potrebbe, paradossalmente, diventare parte integrante di questo processo.
A questo punto può venirci in aiuto un metodo di lavoro che, a mio avviso, potrebbe andare oltre l’applicabilità nel campo del Musical diventando strumento più universale di sperimentazione personale e perché no, di Work-In, al fine della consapevolezza emozionale di ognuno e che potrebbe rispondere alla seconda domanda “come possono le tecniche di Musical diventare uno strumento per il Coaching”: il MusicoDramma.
Il MusicoDramma e la voce delle emozioni
Un lavoro profondo, di conoscenza e consapevolezza di sé e delle proprie emozioni, non può non passare attraverso il corpo.
Il corpo è la sede espressiva delle nostre emozioni, anzi, per una parte della nostra vita è il solo canale di comunicazione che conosciamo.
Quando nasciamo il primo, e per un periodo l’unico, contatto con il mondo esterno che abbiamo è attraverso il dialogo tonico con nostra madre.
All’interno di questo intimo ed inizialmente esclusivo mondo impariamo a vivere attraverso l’espressione delle nostre emozioni e alla percezione di quelle di nostra madre che, insieme, creano la cosiddetta memoria tonico-emozionale che, consciamente o inconsciamente, andrà ad influenzare tutta la nostra vita.
In poche parole: impariamo a conoscere il mondo attraverso le emozioni che vivono sul nostro corpo ed è da li, che da adulti, dovremmo ricominciare a riconoscerle.
Marco D. Bellucci, regista, supervisore e trainer di Musical Theater con cui ho avuto la fortuna di studiare, ha creato un metodo denominato MusicoDramma che ha l’obiettivo di dare degli strumenti e delle tecniche interpretative ai performer allo scopo di rendere “vero” il personaggio che devono interpretare.
Ma, dopo averlo personalmente sperimentato, posso affermare che è molto di più.
È un viaggio. Un viaggio introspettivo, libero, senza catene, attraverso la musica, le proprie percezioni e l’emergere di quanto tutto quello che stiamo non solo facendo ma vivendo scuote in noi.
Capiamo più da vicino e concretamente cosa prevede questo metodo e cosa muove dentro.
Un incontro di MusicoDramma parte sempre da un’esercitazione di improvvisazione su musica.
Per musica non intendiamo un qualsiasi brano, ma una musica che potremmo denominare “theatrical music”.
La musica teatrale è una musica “emozionale” nata, scritta e sviluppata per raccontare una storia dove la melodia, parte fondamentale nel MusicoDramma, è ben evidenziata e si avvicina quasi ad un recitato.
Perché la melodia è così importante?
La melodia è la dimensione musicale più quotidiana, quella più accessibile a tutti, più a portata di voce, mente, mano, cuore, corpo.
Nel senso melodico si manifesta l’incontro tra soggetto uomo e oggetto musica.
La Melodia, dunque, è quel senso che diamo a una musica e che allo stesso tempo essa dà a noi. In parole più semplici, può essere definita come il canale di contatto tra percezione esterna che passa attraverso la nostra pelle, la tonicità dei nostri muscoli, la mobilità delle nostre articolazioni e il movimento interno legato alle sensazioni e quindi, più profondamente alle emozioni che esso provoca.
Possiamo quindi affermare che l’inizio di un incontro di MusicoDramma è una fase in cui esploriamo liberamente percezioni, sensazioni ed emozioni che racconta la melodia che stiamo ascoltando e ci aiuta ad imparare ad esprimere attraverso un movimento inizialmente piuttosto destrutturato e istintivo, anche se guidato, quello che un auto-ascolto emotivo attento ci racconta.
Il risultato non sarà lo stesso per tutti. L’ascolto emotivo passa attraverso la percezione e i segnali che quella musica, quella melodia ci trasmettono e, in un contesto libero ed incondizionato, i risultati di quella esplorazione sono totalmente soggettivi.
Il Trainer non dà indicazioni ma ha il solo compito di mettere a proprio agio l’allievo senza pensare, senza storia e senza emozioni espresse, questo per far in modo che sia il corpo a parlare.
Quello che accade dopo questo momento di libera esplorazione è suggerire al movimento melodico l’intensità trasmessa dalla melodia e dall’arrangiamento musicale proposto che, avendo essi stessi un’intenzione emozionale e teatrale precisa (non dimentichiamoci che siamo di fatto dentro una storia e in questa storia ci sono persone con vissuti ed emozioni proprie che la musica stessa ha la straordinaria capacità di trasmettere), portano alla sperimentazione tonica aprendo il canale percettivo\sensoriale di cui si parlava prima.
In questo caso, ad esempio, il Trainer può semplicemente giocare sulla regolazione dei volumi per rendere ancora più enfatica l’esperienza.
Alla fine di ogni esercizio la parte più interessante è la verbalizzazione/elaborazione di quanto provato, sentito, vissuto. In questo, che è un momento di profonda e tipica consapevolezza interiore, non c’è nulla di giusto e sbagliato. Tutto ciò che viene condiviso deriva dal vissuto del qui e ora dell’allievo che può riportare emozioni anche forti, percezioni, fastidi, malesseri, rigidità, gioie, stupori tutto quello che lui ritiene importante esternalizzare e analizzare.
Il MusicoDramma non si propone solo come metodo di esplorazione libera e di strumento di contatto tra noi, la musica e le nostre emozioni, ma prevede poi, nell’evoluzione stessa dello studio, tecniche specifiche che aiutano il performer a trasformare in azioni quanto da lui sperimentato e trovato all’interno della veridicità del personaggio.
In ogni caso è un metodo che a mio avviso ha grande potenziale per un’esperienza più libera e lontana dal mondo del Musical Theater, alla portata di chiunque voglia mettersi in gioco e creda in un percorso di accompagnamento alla riscoperta di un ascolto personale più attivo favorito dagli stimoli che solo la musica può dare all’interno di un ambiente protetto e accogliente, spogliato da giudizi e concentrato solo sul “qui e ora”; un momento di visualizzazione, libera espressione e presa di contatto profondo con le nostre emozioni.
Il teatro è questo: l’arte di vedere noi stessi…
(August Boal)
Ho incontrato il Musical da bambina e ho trovato, non solo il luogo in questo mondo dove esprimermi e fare quello che amo di più, ma soprattutto una strada di conoscenza e ricerca di me stessa attraverso la libertà di lasciarmi guidare da quello che, alla base di tutto, ha sempre dato forza e slancio alla mia vita: la musica, uno strumento potentissimo e universale che ci accompagna da sempre, da ancora prima di nascere, quando però già “eravamo”, fluttuando nel silenzio rotto solo dalla melodia del battito di un cuore.
Valentina Meneghelli – Verona
HR Specialist, Professional Coach, Musical Dance Teacher
valentina.meneghelli@gmail.com
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