Categoria: Io non sono OK – Storia di un Coachee e del Coach che gli insegnò a consapevolizzare

Categoria: Io non sono OK – Storia di un Coachee e del Coach che gli insegnò a consapevolizzare

Io non sono OK – Storia di un Coachee e del Coach che gli insegnò a consapevolizzare

“Ho scelto la forma di un racconto giocando inizialmente, attraverso la voce narrante, con le keyword apprese dal mio percorso di Coaching.
Dopo una fallimentare consulenza psicologica, non utile al protagonista perché non condivisa, incontra casualmente un Coach professionista che fa nascere in lui la curiosità sul metodo che potrebbe risolvere la sua crisi di autogoverno. Scettico, si iscrive ad un corso di Coaching e tale resterà fino a quando, dopo una prima sessione come coachee, si aprirà un mondo nuovo in sé. Trova la consapevolezza del suo potenziale che lo proietterà in un nuovo ruolo: da una forte motivazione interna – riscoprendo le sue risorse – evolve da coachee e diventa un Coach, così come un bruco si trasforma in una farfalla.

 

1. Chi sono io
Io non sono OK”: me lo ripeto ogni giorno da anni.
Tu non sei Ok”: me lo dicono in tanti, ogni volta per anni.

In una mia analisi introspettiva, ho ben presente quali siano gli ostacoli, i macigni, che mi separano dall’essere me stesso, che mi tengono lontano dal mio futuro desiderato: non credo di avere la forza e le risorse per rimuoverli, per superarli. Ed avrei solo voglia che qualcuno mi desse ascolto senza giudicarmi.

Hai bisogno di uno psicologo. Ti accompagno io”. Questa è la frase che stanco di sentirmi dire, mi fa acconsentire a sottopormi ad una consulenza psicologica (mi fa sentire un ammalato, mentre non lo sono): ma non è questo che mi serve.

Entro nello studio e mi sento osservato, scrutato, analizzato come in una risonanza magnetica.
La relazione che si instaura non mi facilita affatto: non sento più neanche il contenuto che lo psicologo si sforza di dirmi ed il suo cellulare che squilla, il vedere costantemente l’orologio, mi ha già fatto chiedere il suo onorario. Pago, ringrazio e non prendo nessun impegno di prossimo incontro, celandomi dietro il lavoro che mi porta a viaggiare spesso.

Comprendo che in me stesso devo mettere ordine e che, come accade in politica, sono in una piena crisi di autogoverno.

La mia azienda mi chiama e mi assegna un incarico trasversale agli altri che svolgo: ricoprire il ruolo di facilitatore nelle aule di Alternanza Scuola Lavoro. Lavorerò con ragazzi e per i ragazzi. Ma IO NON SONO OK, ce la farò?

Inizio a formarmi in un campo che non è il mio: saper documentarmi è il mio forte, studiare mi fa star bene. Scopro nomi e teorie che mi iniziano ad aprire la mente, ma non ho ancora ben capito dove mi porteranno. Ho sempre più bisogno di una guida in questo percorso che volge verso il mio obiettivo.

E qui avviene una svolta, uno switch. In aula con me c’è chi da subito crea un clima di accoglienza, dispensa domande che stimolano alla riflessione, è in grado di stare in silenzio ma in un ascolto attivo per un tempo che crea imbarazzo, fa uscire dagli stessi ragazzi soluzioni a quelli che loro dichiarano propri limiti, senza mai suggerire.

A fine giornata, come in ogni gruppo di lavoro, stiliamo un bilancio delle cose che hanno funzionato e di quelle che non hanno funzionato.
TU SEI OK” (penso nella mia mente) mentre a voce alta le riconosco che: “Tu sei un Leader”. La risposta non è grazie, ma: “No, sono semplicemente un Coach”.

 

2. La scoperta
E cosa è un Coach?!?!

L’unico che mi viene in mente è Velasco, il Coach della Nazionale italiana di Pallavolo maschile che poi passò nel calcio, riconosciuto come grande motivatore, un guru. Ma mica qui ci stiamo allenando?

Ed allora decido di capirci di più e scopro che…
Un Coach è un professionista, non un consulente, che si qualifica attraverso un percorso di formazione ben delineato e normato da un Codice di Condotta e un Codice etico, riconosciuti a livello internazionale e nazionale, che identificano i requisiti professionali fondamentali per ogni Coach.

Belle parole” – mi son detto – “Ma quali sono questi fondamenti del sapere, del saper fare, del sapere essere, del saper divenire, del saper stare insieme?”. Avevo unico modo per scoprirli: documentarmi, leggere e studiare. E così ho fatto.

Ho appreso che in una relazione di Coaching è necessario:

  • stabilire basi con il cliente (“lo chiamano coachee”), grazie all’applicazione delle regole etiche ampiamente riconosciute come standard professionale
  • stringere un accordo di coaching, basato sulla fiducia e su un rispetto reciproco, nel quale il Coach si impegna ad essere sempre presente (Hic et Nunc) nel “QUI e ORA
  • garantire un ascolto attivo incentrato sulla persona che si ha davanti
  • l’uso di domande efficaci, chiare, semplici e dirette, che aiutino a creare consapevolezza nel coachee
  • saper creare delle opportunità per il suo l’apprendimento che facciano compiere il percorso verso il suo obiettivo, suggerendo e condividendo con il coachee delle azioni che lo aiutino al raggiungimento dei propri obiettivi.
  • sviluppare un piano di coaching efficace, nel rispetto dell’autonomia del coachee, identificando obiettivi e monitorando i progressi, mantenendo alta l’attenzione su ciò che per lui è importante.

 

Sono italiano è l’unica consapevolezza che mi porto nel Dna, è che nella mia nazione tutto è difficile e recepiamo in ritardo ogni normativa internazionale. Ma devo ricredermi questa volta, infatti scopro che In Italia la professione del Coach, pur non essendo organizzata in ordini o collegi, è disciplinata dalla Legge n.4 del 14 gennaio 2013 – Disposizioni in materia di professioni non organizzate e dalla Norma UNI 11601/2015.

Se anche il nostro legislatore ha ritenuto che il Coaching è una professione e va normata, dunque non vede il Coach come un folkloristico banditore a stelle e strisce, mi convinco sempre più che voglio incontrare un Coach.

 

3. L’incontro
Lo incontro da subito nel mio mondo, quello delle letture.

Amico mio Socrate, impolverato e seppellito sotto una pila di libri, tu prima di tutti affermavi “Non so che una cosa: che non so nulla” e stimolavi con semplici domande la scoperta di sé: “Conosci te stesso” dicevi. Più non davi risposte alle domande dei tuoi allievi, più nel silenzio risolvevano da soli i loro dubbi e capivano sé stessi. E ti chiamavano maestro! Certo del tuo pensiero e della universalità delle tue idee, non cedesti a compromessi, bevesti la cicuta… ma vivi ancora.

Pensare che il tennis fu il primo sport che ho frequentato, ma ahimè non ti conoscevo ancora, Mister Gallwey: per questo oltre a restar una schiappa nella volée, ho dovuto attendere solo ora per consapevolizzare che, ciò che ostacola il mio benessere (“La chiamano Eudaimonia”), “è l’avversario che si nasconde nella nostra mente”. Mi trovi concorde con te: ognuno in sé ha un potenziale unico e irripetibile, che va allenato come si allena un muscolo del corpo, con metodo e in libera autonomia.

Lavoro in un’azienda privata, dove la valutazione delle prestazioni è direttamente legata al raggiungimento di budget volumetrici/reddituali: obiettivi, piani di azioni e direttori commerciali che per investitura diventano coach, ne fanno da padrone. Ho identificato finalmente il Coach di tutti i Coach, l’unico a potersi dire tale: Sir John Whitmore. Lui mi chiarisce come, in una conversazione informale o in una sessione di Coaching, con le domande occorre: stabilire l’obiettivo (Goal) sia nel breve che nel lungo termine, esplorare la situazione attuale ovvero il punto di partenza (Reality), scegliere le strategie e le azioni a disposizione (Options) per avvicinarsi all’obiettivo, infine sondare la volontà (Will) nel fare, cosa e quando, per arrivare alla fine del percorso.

Mi sono già saziato quando appaiono altri co-protagonisti, nomi noti ma che non associavo al Coaching: Maslow, con la sua Psicologia Umanistica, quale metodo per sviluppare il proprio potenziale; Seligman e la Psicologia Positiva che fa da cornice teorica al Coaching; Bern e la sua Analisi Transazionale.

Ho bisogno di comprendere come si svolge un percorso di Coaching, da dove si inizia e come si conduce: di certo ho ben capito che la richiesta deve partire dal coachee che è in me, io unico ed irripetibile, che con autonomia decisionale e spinto dalla crisi di autogoverno, consapevolmente mi attivo nel richiederlo.

La strada più semplice è chiedere soluzioni, ma se ho ben capito, per questo non si va da un Coach, ma da un consulente. Quindi scelgo il percorso più lungo che non è il richiedere Coaching, ma con il mistery shopping, frequentare il percorso formativo che mi consentirà di accreditarmi come Coach: perché se IO SONO OK anche TU SEI OK.

Apprendo che esiste un approccio di Coaching “evolutivo, il quale prende spunto dalla teoria del Meta Potenziale e viene definito con l’acronimo C.A.R.E®.: Consapevolezza e Autodeterminazione (riappropriarsi della facoltà di scegliere), Responsabilità (responsabilità del proprio agire), Eudaimonia (convergenza del fare verso l’essere di una persona volta al raggiungimento del proprio benessere).

Disegno una mappa concettuale con le Keyword (Relazione facilitanteMetodoPotenzialitàPiano di azioni), mi riapproprio della dimensione del tempo Kairos, ho alta l’attenzione sui chiarimenti da fornire nel primo incontro (la Sessione zero) per giungere alla Coachability: accertarsi che ci sia coerenza tra la richiesta di un coachee e il metodo del Coaching.

Non bisogna tacere nulla, ma rendere tutte le informazioni utili, perché il Coaching non va venduto, ma reso acquistabile.

Quindi è giusto indicare l’esistenza di un Codice etico di riferimento, che può essere stampato e consegnato al cliente, sottolineare che il Coaching è un percorso di potenziamento delle risorse possedute e non consapevolizzate, che se allenate con metodo, consentono il raggiungimento di un obiettivo di sessione e di percorso; precisare che la responsabilità ad attivarsi ed impegnarsi nel raggiungimento degli obiettivi individuati è del cliente.

L’obiettivo è scelto dal coachee mentre il Coach può suggerire e concordare con il cliente delle azioni di allenamento sia nella sessione che fuori sessione (Work in e Work out). Viene proposto in visione un patto di Coaching o contratto, necessario per dare maggiore efficacia al percorso, nel quale si riepiloga tutto quanto verbalmente riferito.

Andrà personalizzato dal cliente nel numero, durata e frequenza delle sessioni che vorrà acquistare e che solo dopo la firma e il pagamento anticipato (creando così altra consapevolezza della volontà di compiere quel percorso assieme al Coach), riceverà un questionario di Check in, utile per l’avvio del percorso.

Sto appena all’inizio, ma come coachee mascherato da neo Coach, percepisco quel qualcosa che qui la chiamano mobilità interiore e che mi porta a fare un passo in avanti verso il mio obiettivo.

Curioso di conoscere gli attrezzi del Coach, scopro con ingenuo stupore che ognuno li possiede dalla nascita: bisogna solo saperli usare: quindi alleniamoci.

Ebbene sì, chi non ha mai fatto domande, chi non è mai rimasto in silenzio in ascolto, chi non vorrebbe mai esser giudicato ma considerato per la propria univocità, chi non ha mai restituito all’altro il percepito (si chiama Feedback).

Mi lancio: sono pronto e nella veste di coachee, scettico che quanto ascoltato possa funzionare, decido un argomento. Mi è dato il giusto tempo per sentirmi a mio agio, ed eccole le domanda di esplorazione che mi portano a definire il mio obiettivo di sessione.

 

4. La consapevolezza
La bomba arriva, precisa e dirompente, con una domanda ed un silenzio lungo un secolo che mi spinge a riflettere su di me.

C’è più blues in una pausa di Miles che in 1000 note di Dizzy” (Charlie Bird Parker)

Poi, come un fiume in piena, parlo di chi sono io, del mio presente percepito e del mio futuro desiderato: non vedo neanche più le altre 15 persone che mi ascoltano.

Vedo me come da un vetro opacizzato, ma all’improvviso le domande, le più semplici e che non mi ero mai posto, mi portano a fare luce su quel particolare momento in cui ho agito una risorsa, che non ricordavo di possedere perché sfiduciato. (Quando termino comprendo che c’è stato tecnicamente uno switch).

Ora il Coach che ci fa da Tutor – sento piena la sua attenzione su di me – chiede di avvicinarmi ad una lavagna ed esprimermi con disegni sulle emozioni che fino ad ora ho avvertito.

Quando finisco di disegnare, rivedo il mio percepito che si è materializzate sul foglio ed avverto più consapevolezza su alcuni punti. Accetto l’impegno a lavorare a casa, definendo io stesso un piano di azione concreto che mi faccia allenare la “mia risorsa“: si adesso sono consapevole di averla. Fine sessione.

 

5. Da crisalide a farfalla
Nel viaggio in treno che mi riporta a casa, rifletto e riordino appunti ed idee.

Prima di frequentare questo corso, ero a conoscenza solo di come iscrivere in un cerchio una figura geometrica ed anche della quadratura del cerchio: adesso scopro che esiste anche una geometria del Coach.

Il Coach si muove nei confini segnati dalla Relazione (che deve essere facilitante), dai Ruoli (complementari) e dal Contenuto (asimmetrico). All’interno di questi confini c’è il campo in cui deve allenarsi nelle quattro competenze: l’Accoglienza, intesa come assenza di giudizio, rapporto sereno e consapevole del tempo, capacità empatica e accoglienza di sé; l’Ascolto, costruito con domande, silenzi, feedback, posizione di ascolto distaccato dal contenuto; l’Alleanza quale compartecipazione incondizionata al progetto del coachee e della sua persona; l’Autenticità, che accredita il contenuto che il Coach vuol trasferire al coachee.

Ci sono: la centratura del Coach, rappresentata graficamente, è in un quadrante emozionale/funzionale dove coesistono IO OK e TU OK.

Mi rituffo nella lettura di appunti e libri, mi confronto con i miei compagni di avventura, alla scoperta del Coaching e del Coach che è in noi, creo una dispensa auto alimentata da ciascuno del gruppo, mi esercito nel ruolo di Coach.

Non credevo possibile ed invece è proprio vero.

Il Coach non si preoccupa del fare la domanda migliore, ma quando è in sessione deve essere nel “Qui e Ora”, nella posizione temporale del Kairos, parlare il meno possibile usando il silenzio per consentire al coachee di effettuare il suo viaggio interiore, consapevole di aver un alleato che lo accompagna.

Definisco un appuntamento, ma la modalità la lascio scegliere al mio coachee, e il panico mi assale: qual è il giusto setting?
Come faccio a scegliere un’area accogliente, senza interferenze, in cui la privacy del Coachee sia rispettata e che possa facilitare la mia relazione? Stavo per tralasciare questo importante dettaglio.

Mancano 10 minuti e lei è pronta: sì ho un coachee donna da seguire e non conosco di quale argomento mi vuol parlare in sessione. La avviso che tarderò di qualche minuto e lei mi conferma che preferisce una sessione telefonica.

Senza un contatto visivo, non potendo neanche concentrarmi sul non verbale, non posso di certo di sbagliare e decido.

Spengo tutte le luci della stanza in cui mi trovo, lascio accesa solo una piccola lampadina, mi siedo comodo e fisso una parete bianca che ho di fronte: questa per me sarà la tela dove vedrò materializzare le emozioni del mio coachee, dove le sue parole nella narrazione del presente percepito e del suo futuro desiderato, si animeranno davanti ai miei occhi.

Ascolto così ogni sua parola, il ritmo e l’espressività della sua voce mi proiettano nel suo modo di essere e di percepire.

Una voce significa questo: c’è una persona viva, gola, torace, sentimenti, che spinge nell’aria questa voce diversa da tutte le altre voci” (Italo Calvino – Un re in ascolto)

Ho davanti a me il libro delle domande, ma non mi occorrerà: preferisco concentrarmi su di lei, perché solo ora ho compreso davvero cosa significa essere nel Qui e Ora.

Pongo domande semplici e lascio spazio a lei di parlare per il tempo che le occorre: il silenzio “attivo lo amo, è un mio alleato, mi consente di capire il modo di essere di chi sto ascoltando ed entrare nel suo mondo, dalla sua prospettiva. L’argomento portato in sessione però tocca le mie corde, ma riesco a non dare giudizi.

L’evoluzione avviene quando…

Non avevo proposto nulla eccetto rivoltole una domanda, ma lei non parla più al telefono, non so nel mio silenzio cosa stia facendo, ma mantengo una posizione ferma di ascolto e decido di non parlare fin quando non sarà lei a dir qualcosa.

Trascorre ancora del tempo, poi lei mi dice: “Grazie, adesso ho capito. In seguito alla tua domanda, ho preso un foglio ed ho iniziato a scrivere e a disegnare, perché mi facilitava la mia riflessione. Lasciandomi il tempo necessario e senza interrompermi, ho poi rivisto quanto scritto: avevo indicato a me stessa delle macro-categorie, ma ripensando alla tua domanda, qualcosa non mi quadrava. Ho continuato, arricchendo la lista di nomi e ho compreso dove è l’errore che commettevo e che commetto nella mia vita quotidiana. Adesso so da dove partire per raggiungere un obiettivo pur parziale, ma sul quale voglio allenarmi da domani.

Quanto da questa sessione ho ricevuto più che dato, mi ha fatto riflettere sulla necessaria corretta applicazione del metodo di Coaching appreso, sugli strumenti, sugli attrezzi e sulla centratura del Coach, sulla necessità di evitare domande difficili e che come c’è l’univocità del coachee, così ogni Coach avrà uno suo stile di Coaching, dovrà allenarsi per auto potenziare le proprie risorse, darà il tempo necessario al cliente di maturare il suo percorso che lo condurrà alla realizzazione del suo obiettivo, raggiungendo la piena armonia con se stesso.

Dovrò solo stare accanto a te, senza sé e senza ma, nel percorso che farai verso la realizzazione del tuo obiettivo, o mio Coachee”.

Tornato in aula con i ragazzi, dispenso domande, feedback, non giudico le loro idee e regalo un silenzio che li stimola a pensare: tutto questo perché…

IO SONO OK E TU SEI OK

 

Rosario De Chiara
Life Coach
Salerno
rosariodechiara@gmail.com

 

Nota: la Teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.® , il Coaching Evolutivo® , le 4A e la Relazione Facilitante sono di proprietà intellettuale di INCOACHNG® Srl.

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