Io sono OK! Storia di un turbolento percorso di coaching in tempi di Coronavirus
Abstract
“Il mio percorso personale per capire che prima di “IO OK/TU OK” si deve lavorare su se stessi.
E ascoltare, ascoltarsi, non giudicare e non giudicarsi.”
Prefazione
Io sono OK, punto! Il corso di Professional Coach mi ha fatto reagire alla sensazione “Non OK” causata da un riposizionamento professionale che mi ha portato frustrazione e disagio.
Io sono Ok e da Professional & Agile Coach guiderò il team di cui faccio parte nella trasformazione aziendale verso l’approccio Agile, con un cambio radicale di mentalita’ e di stile di leadership.
Era l’incipit della mia tesina, prima del 21 Febbraio 2020. Poi il Coronavirus ha cambiato un pò le cose…
Introduzione: La prima fonte di riflessione e di grande ispirazione
Gli occhiali rosa, cioè la mia reinterpretazione degli “Occhiali del Coach”.
Dopo la prima ora della prima lezione del corso ho avuto una illuminazione, indossare gli occhiali rosa anche quando di rosa ti sembra di non vedere molto. Li “indosso” quando sono di malumore o particolarmente pessimista, al lavoro, a casa e in famiglia. Trovare il positivo e il bello nelle persone e nelle cose che accadono apre mille opportunita’. Sono stati gli occhiali rosa il mio primo passo di avvicinamento alla Psicologia Positiva e a Martin Seligman.
Gli effetti del Coronavirus
Dopo sei giornate di corso e una carica positiva a mille, ecco apparire il Coronavirus. E le cose cambiano.
Tutti chiusi in casa, nessuno sfogo esterno, una perdita grave in famiglia e i miei occhiali rosa cominciano a non funzionare piu’, il mio pessimismo latente ricomincia ad affiorare e con esso la mia incertezza di essere capace davvero di diventare Coach.
Contesa tra pessimismo e perfezionismo. Una bomba di negativita’.
Sfrutto la grande opportunita’ delle nostre sessioni di pratica e ne parlo nelle mie sessioni di Coachee. E intanto parto alla lettura di testi vari di Coaching (Coaching – John Whitmore, Il gioco interiore del Tennis – Tim Gallwey, The Coaching Habit – Michael Bungay Stanler) e di Psicologia Positiva (Imparare l’ottimismo e Fai fiorire la tua vita – Martin Seligman) e riparto nel mio percorso positivo alla ricerca di “Io sono OK”, prerequisito fondamentale per settare la corretta posizione relazionale di Io sono OK/tu sei OK (Analisi Transazionale, Eric Berne).
Durante la quarantena, nonostante la negativita’, provo a mettermi in gioco come Coach, lavorando in inglese con un mio collega, cosi’ aumentando la complessita’. Parto con la sessione zero, per smontare tutte le sue idee sul coaching e spiegargli che non mi interessero’ del suo contenuto e potrei anche non conoscere nulla dell’argomento, non gli daro’ risposte, faro’ domande e staro’ tanto in silenzio ma lo aiutero’ ad arrivare con le sue forze dove lui vuole arrivare. In un momento di silenzio, mi auto-ascolto e risento le parole appena dette. Booom! La crisi. Ma chi sono io per avere questi super poteri? Il mago Otelma?
Ma se sono io la prima in crisi, che non sa cosa aspettarsi dalla propria vita e dal lavoro, come posso essere un Coach? Devo lavorare su me stessa, recuperare autoefficacia e autostima per poter tornare alla posizione di “Io sono OK”. Solo allora, potro’ ricominciare a credere pienamente in quello che sto facendo con tanto entusiasmo e prepararmi per affrontare ogni futura sessione di Coaching nella giusta “posizione relazionale” di “Io sono OK/tu sei OK” (E. Berne, Analisi Transazionale).
La cura di me
Comincia con tre nuovi Coach durante le nostre sessioni di pratica. Da Coachee, porto le mie domande confuse – sia sul piano personale e lavorativo, imparo ascoltando i diversi stili, assorbendo le diverse domande, riflettendo su quel che mi viene chiesto.
E un po’ come riferito nel libro di Gallwey – “Il gioco interiore del tennis” – arrivo a fine sessione in uno stato di flow, senza essermi resa conto del tempo passato e avendo scoperto cose di me senza nessun suggerimento.
“Ma che cosa ti ho insegnato?”
“Non ricordo che tu mi abbia detto nulla, ti sei limitato a guardarmi e mi hai spinto a guardarmi
come non mai. Invece di guardare cosa ci fosse di sbagliato nel mio rovescio, ho cominciato a
osservare, e un miglioramento e’ sembrato arrivare da se”.
E davvero comincio a lavorare su me stessa. Il difficile e’ capire cosa so fare bene, dato il mio evidente pessimismo. Mi aiutano Seligman & Peterson con il loro “Character Strenghts and Virtues” e il questionario di Viacharacter che mi fa capire i miei punti di forza e le mie qualita’ inesplorate.
E intanto proseguo nella lettura di “Imparare l’ottimismo” (M. Seligman), sottoponendomi con un po’ di timore (fondato!) ai test di misurazione del pessimismo nelle varie forme e manifestazioni. I risultati sono davvero pessimi e mi domando cosa un libro come questo possa essere di Psicologia Positiva, se – come nel mio caso – mi genera ancora piu’ preoccupazione e ansia. Oddio, sono davvero pessimista, O mamma, sono sopraffatta dall’Impotenza appresa, o mamma, il mio pessimismo si manifesta in modo pesante su tutte e tre le dimensioni: permanenza, pervasivita’ epersonalizzazione.
Quando ormai credo che il libro, a forza di parlarmi di impotenza appresa e di pessimismo che porta alla depressione, stia peggiorando la mia crisi interiore, ecco la svolta:
Terza Parte – Il cambiamento dal pessimismo all’ottimismo
Capitolo 12 – La vita ottimistica.
Ne avevo davvero bisogno. Il tutto poi capita nel periodo di sospensione delle lezioni, senza neppure il conforto di una bella e divertente lezione in aula.
ABC, tre semplici lettere per riscoprirmi
“La vita riserva le stesse avversita’ e le stesse tragedie sia all’ottimista che al pessimista,
ma l’ottimista vive tempi migliori. L’ottimista sa riprendersi dalle sconfitte e, anche se ha subito un duro colpo, si rialza e ricomincia ad agire. Il pessimista si arrende e cade in depressione”.
ABC, ovvero Adversity, Beliefe Consequence.
Quando incontriamo un’avversita’ (Adversity), reagiamo pensando ad esse in un certo modo. Al ripetersi dell’avversita’, selezioniamo le informazioni in ingresso su uno schema gia’ predefinito e consolidiamo i nostri pensieri fino “congelarli” in credenze (Belief) che – quando negative – ci portano in un giro vizioso, e a una sensazione di resa.
Riuscire a mettere per iscritto le situazioni ABC nella mia vita e’ stato uno degli esercizi piu’ utili in questi mesi di percorso in Incoaching. Per una settimana, ho tenuto un diario dei miei ABC. Ho selezionato con cura il quaderno, un bellissimo quadernetto rosa (sara’ mica un rimando agli occhiali rosa del Coach???) con in copertina la scritta “Oggi do il massimo”.
Mi sono concentrata sulla connessione tra un’avversita’ e il mio sentimento successivo. Mi sono sforzata di scrivere “l’avversita’” in modo obiettivo e non giudicante. Solo dopo l’analisi del mio sentimento e delle azioni compiute post avversita’, mi sono concentrata sulla mia percezione degli eventi, sul mio vissuto, sulle mie valutazioni, cioe’ sulla mia Credenza (Belief).In meno di una settimana ho registrato dieci eventi ABC. E’ stato facile notare che tra i 10 eventi c’erano modelli ripetuti, con credenze che in gran parte ho scoperto essere mie interpretazioni, veri e propri biaslimitanti, e in alcuni casi… mah, bias o realta’?
Cito il mio primo esercizio ABC, perche’ e’ quello che piu’ mi ha ispirato:
A (Adversity) – Mio figlio si rifiuta di fare i compiti
B (Belief) – Mi manca di rispetto (perche’ mi prende in giro nel rifiutare i compiti, perche’ non mi ascolta mentre parlo)
C (Consequence) – Urlo, gli do spiegazioni lunghissime e lascio la stanza, mentre lui diventa piu’ oppositivo.
Nel mettere nero su bianco il mio Belief, subito ho la prima ispirazione: davvero mio figlio, 8 anni, vuole “mancarmi di rispetto”?
E aggiungo all’esercizio un passo ulteriore, diciamo il mio personale contributo alla Psicologia positiva: cosa era accaduto prima dell’evento ABC? Penso al mio stato d’animo e alle mie emozioni, poi mi sposto sulle emozioni di mio figlio e sugli eventi oggettivi.
DE, continuiamo con l’alfabeto
Seligman suggerisce di contrastare le credenze pessimistiche attraverso ladistrazione e la discussione.
La distrazioneaiuta lo spostamento dell’attenzione, interrompe il blocco dovuto al pensiero abituale e impedisce la ruminazione, in cui tanto mi riconosco. Puo’ essere un’immagine di qualche cosa di piacevole visivamente o al gusto, un suono improvviso o un gesto fisico da compiere, ma sempre qualcosa che permette di focalizzarsi e spostare l’attenzione dalla ruminazione precedente.
Scopro che la scrittura mi aiuta a contrastare la ruminazione e anche in questo caso il mio quaderno rosa torna ad essere di aiuto. Se lascio alla ruminazione solo pochi minuti al giorno e in uno specifico momento della giornata, questa perdera’ di potenza perche’ sa che sara’ respinta.
E scopro che la stessa tecnica funziona molto bene anche con mio figlio. Ho superato i suoi mal di pancia da tensione emotiva dedicando ad essi solo pochi minuti per parlarne ogni giorno. Nel resto del tempo, ogni mal di pancia andava chiuso in un baule robusto pensato da mio figlio nella sua mente.
Sono pronta per la discussione: non accetto piu’ la credenza cosi’ come la vedo e vivo, mi oppongo ad essa con argomentazioni piu’ ampie e piu’ oggettive e l’esercizio diventa ABC-D.
D – Discussione: e se davvero non volesse mancarmi di rispetto? E se invece usasse l’opposizione per farmi capire un suo disagio diverso o la sua difficolta’ reale nel fare i compiti? E se volesse maggiore attenzione da me e maggiore comprensione da parte mia delle mie difficolta’?
Rispondo si’ a tutte le domande e da subito mi sento meglio, non vivo piu’ la situazione come “personale”, come qualcosa fatto a me proprio per ferirmi. Cosi’ riesco ad affrontare in modo diverso e piu’ giocoso la sua resistenza ai compiti.
La perla di saggezza che Seligman mi offre e’ di applicare alla discussione su noi stessi le stesse abilita’ che usiamo quando cerchiamo nuovi obiettivi o quando chiacchierando con un amico offriamo punti di vista diversi per guardare alla difficolta’/credenza, cioe’ prove, alternative, utilita’, implicazioni.
Passo alla E di Energizzazione (Energization) e riesco a vivere (non sempre..) i compiti di mio figlio quasi come un momento intimo e di coccola, con accettazione delle difficolta’ che vengono mostrate.
Il lavoro su di me continua: la SDT (Self-determination Theory) applicata al mio momento di crisi
Riguardo la piramide di Maslow, gia’ vista tante volte in tanti corsi di formazione aziendale, e tra situazione professionale insoddisfacente e coronavirus realizzo di sentirmi davvero molto in basso nella scala. Il coronavirus sta riducendo la mia sicurezza e la mia appartenenza e il lavoro sta mettendo a dura prova la mia autostima. Di autorealizzazione e’ difficile parlare di questi tempi.
La Self-Determination Theory (Deci & Ryan) mette ancora piu’ a nudo gli ostacoli al mio benessere, i tre bisogni che al momento non sento soddisfatti:
- Area della Relazionalita’: l’isolamento da Coronavirus e il mio ridotto ruolo professionale mi portanto a pochissime relazioni
- Area della Competenza: mi sento poco o nulla valorizzata nelle mie capacita’ e competenze e pertanto poco efficace nel raggiungimento dei risultati.
- Area dell’Autonomia: in un contesto che percepisco come non positivo, l’esercizio della mia volonta’ e del mio spirito di iniziativa e’ molto limitato.
Di nuovo, le mie sessioni di pratica come Coachee mi aiutano a esplorare la direzione che voglio prendere, lo sviluppo dell’area delle competenze: la conoscenza, il sapere, il tornare a sentirmi adeguata ed efficace.
Dunque, il percorso continua. Non ancora risolto il mio “Io sono OK”, ma un sacco di strada fatta: riconosco le mie credenze limitanti, riesco a guardarle con occhi diversi mettendole in discussione e, ho capito su quale area del mio benessere mi voglio concentrare. E comincio a focalizzarmi su cosa so fare. Anzi no, a cosa so fare bene. Mi aiutano le sessioni in veste di Coach: all’inizio, con le mani sudate, stai a pensare come te la caverai, se saprai che domande fare, se davvero – senza essere il mago Otelma – saprai creare mobilita’ nel Coachee. L’autocritica e’ in agguato: ho interrotto, ho usato il condizionale, ho sbagliato domanda… Vedo solo quel che non va. Quando il Coachee mi da’ il feedback, mi risponde invece che tutto il tempo dedicato all’obiettivo e’ stato un valore, che l’accoglienza e’ stata eccellente, che l’ascolto e’ sempre stato attivo e attento.
Rifletto ed ecco di nuovo finalmente gli occhiali rosa. Vedo cosa so fare: so ascoltare, so analizzare, so aspettare per dare tempo di trovare l’obiettivo. Devo solo crederci un po’ di piu’, fare tanto esercizio e scrivere ogni giorno sul quaderno rosa qualche cosa di buono che ho fatto per me o per aiutare gli altri.
Con questo, scopro anche il mio obiettivo nuovo: abbandonare le situazioni che hanno limitato il mio senso di autoefficacia e investire su di me.
Conclusione – ritrovare la motivazione interna
Il viaggio e’ ancora lungo, ma mi sento pronta per affrontare ogni nuova sessione di Coaching come Coach nella corretta posizione relazionale e pronta a migliorarmi, a mettermi in discussione ogni volta che sento qualcosa che non va.
Mi butto sull’apprendimento del Coaching, mi metto in contatto con amiche Coach, chiedo che percorsi hanno fatto, mi faccio dare suggerimenti sul come procedere dopo il fatidico 6 Giugno 2020 (ndr, data di diploma) e comincio a esplorare associazioni che in questi tempi di conferenze online offrono tantissimi eventi interessanti. Mi apro un po’, vinco anche la ritrosia a contattare persone che magari non sentivo da tempo, per ampliare i miei orizzonti, farmi ispirare dalle loro esperienze per trovare la mia strada e ho deciso quali altri corsi seguire dopo il raggiungimento del primo obiettivo.
Sono davvero OK ora? Forse ancora no, forse il bello e’ questo, so di avere ancora tanto da imparare e so di dover ancora lavorare molto su di me. Diciamo che “so di non sapere” o che, per dirla con Whitmore, sto lavorando sulla mia scala dell’apprendimento.
Sono nella fase di incompetenza consapevole, alle prese con un bel pò di resistenze iniziali e con un sacco di stimoli positivi che sto finalmente cominciando ad accettare ed esplorare.
So dove devo lavorare, devo vincere la mia resistenza al cambiamento e abbandonare la mia zona di comfort che, pur se non ideale, è conosciuta e quindi meno rischiosa. Ora sono consapevole dei cambiamenti fatti e della voglia di rimettermi in gioco.
Cristina Bosio
Agile Coach & Life Coach
Cernusco sul Naviglio (MI)
bosiocristina@gmail.com
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