Categoria: Il viaggio tra le carrozze del dialogo interiore, la consapevolezza e la fioritura: il coaching nel film “il riccio”

Categoria: Il viaggio tra le carrozze del dialogo interiore, la consapevolezza e la fioritura: il coaching nel film “il riccio”

Il viaggio tra le carrozze del dialogo interiore, la consapevolezza e la fioritura: il coaching nel film “il riccio”

Quando decisi di frequentare la scuola di Incoaching volevo perseguire due obiettivi.
Percepivo a livello viscerale che dovevo risvegliarmi e allo stesso tempo ero convinta che il Coaching mi sarebbe stato utile come strumento di lavoro.

Durante il percorso ebbi una prima illuminazione durante la visione del film “Il riccio” perché risuonava una storia vissuta in prima persona. Grazie a questo insight è iniziato il mio percorso evolutivo che mi ha portato a raggiungere la consapevolezza del potere che abbiamo sulla nostra mente. Abbiamo la capacità di lasciare andare piuttosto che decodificare o tenere tutto ciò che riteniamo funzionale al nostro sviluppo che io definisco fioritura.

Analizzando il film “il riccio” ho voluto mettere a confronto i mondi tra i mondi, ovvero i mondi che ciascun individuo sceglie in cui stare. Quel filo conduttore invisibile che alimentato da credenze irrazionali soggioga e mina l’espressione naturale dell’essere umano catapultandolo verso una dimensione distorta della realtà e della propria persona; viceversa, un’attenta analisi e selezione degli elementi oggetto di valutazione, genera movimento e mutazione.

 

I. La mente umana e l’influenza sui nostri comportamenti

La mente umana è stata creata per risolvere problemi.
Ma, cos’è un problema? Sono i mille perché che continuiamo a porci per trovare soluzioni e risposte? Abbiamo sviluppato una logica binaria e un pensiero sequenziale trascurando quello laterale cioè quello evolutivo.

Ma il problema è per sua natura qualcosa che creiamo noi? Si presenta davanti a noi quando meno ce lo aspettiamo, ci coglie di sorpresa e poi si installa al centro della nostra vita, e non lascia più la presa: è come un malware che blocca il nostro sistema operativo.

Ci siamo intrappolati in una attività mentale che ci impedisce di toccare la realtà tangibile; nella nostra testa creiamo di continuo diverse questioni e problemi, i quali richiedono soluzioni al fine di mantenere il nostro benessere. In base alla nostra maturità, schemi e disciplina ricevuta, gli enigmi e le barriere che generiamo, a volte in modo inconsapevole, possono portare a grandi blocchi. Questo ci può spingere a non essere allineati a noi stessi e più semplicemente a non vivere in modo coerente con le nostre idee, ma bensì ad essere in balia degli eventi esterni.
Il modo con cui superiamo gli ostacoli è in relazione quindi con il nostro “IO interiore” ovvero con la considerazione che abbiamo di noi stessi.

Che valore diamo al nostro IO interiore? Se lo consideriamo negativamente avremo di rimando un’incoerenza tra il verbo e l’azione. Ad entrare in scena saranno le paure e i blocchi, dove gli attori non saranno altro che le zavorre che custodiamo gelosamente nei meandri del nostro mondo interiore: un mondo privo di fondamenta.

Anche se non ce ne accorgiamo, noi tutti, ci parliamo continuamente, in ogni momento della giornata. Qualche volta ci scappa anche una frase ad alta voce. Tutto normale, tutti dialoghiamo con noi stessi quando dobbiamo risolvere un problema o se abbiamo bisogno di incoraggiarci o tenere sotto controllo forti emozioni. Iniziamo a farlo nell’infanzia quando siamo intenti a giocare e continuiamo in età adulta.

La vocina interna è una modalità del nostro pensiero e ne assume tutte le sfumature: può essere allegra e ottimista oppure densa di ossessioni, loquace oppure laconica. In tutti i casi è una strategia per avere maggiore consapevolezza di noi stessi. E’ la voce narrante della nostra vita. Il nostro linguaggio interiore è la guida della nostra mente inconscia ed influisce in modo massiccio sulla qualità della nostra vita.

Se pur “invisibile”, può portare a grandi conseguenze sulle nostre azioni perché spesso è proprio il nostro self-talk il nostro peggior critico.
Per cercare di controllare il linguaggio interno, il primo passo molto importante è quello di riconoscere quali sono le credenze, episodi, convinzioni e interferenze che bloccano, imprigionano la persona in una situazione stantia dove l’alto livello di frustrazione e di dolore azzera l’autostima.

L’oggetto del nostro confabulare interiore è l’inevitabile espressione delle nostre esperienze, delle vittorie e delle disfatte, alla pari dei piani per il futuro a cui diamo vita. Sia che siamo intenti a pianificare la spesa settimanale o a fare progetti di vita, il dialogo interiore ci aiuta a prendere atto di quello che sappiano o non sappiamo fare, di quello che vogliamo o non vogliamo fare, su quale bagaglio di esperienze possiamo contare, quali errori non dobbiamo ripetere, quali alternative percorrere.

Parlare con la nostra coscienza interiore serve a rielaborare le emozioni, capire come ci sentiamo davvero per evitare comportamenti dettati dall’impulso del momento, dei quali ci potremo pentire. Questo ci aiuta a capire quando ci dobbiamo fermare o paradossalmente quando perseverare verso un’attività per raggiungere i nostri obiettivi.

Il pensiero interiore può essere modificato e migliorato perché possediamo le capacità per farlo. Come? Cercando di consapevolizzare le emozioni.
Chiediamoci da dove nasce quello stato d’animo, da quale bisogno, da quale paura. Parlandoci meglio prenderemo decisioni migliori da cui conseguiranno comportamenti produttivi (piani d’azione) che daranno risultati di eccellenza.

Dobbiamo prenderci cura di noi stessi, ascoltare il nostro IO essenziale perché lui possiede tutte le risposte. Lui sa dove vuole andare tanto da far allineare le nostre 3 identità (IO bambino, IO essenziale, IO adulto).
Percorrendo il labirinto dentro di sé, ciascun individuo sarà in grado di trovare il proprio filo di Arianna solo se darà voce, nome e forma ai propri desideri.
Sarà in quel momento che avrà inizio la fioritura.

 

II. “Il riccio” – Mondi aperti e mondi chiusi

Il film “Il riccio”, pellicola francese di Mona Achache del 2009, ci offre molti spunti a riguardo.
L’opera è girata all’interno di un palazzo dove vedremo infatti come nello stesso ambiente possano esistere mondi paralleli (aperti/chiusi) e gli effetti che generano nei protagonisti.

Mondi chiusi

Il palazzo dove abita la bambina, Paloma, racchiude mondi molto diversi e, molte volte, chiusi in se stessi. Mondi che non si vedono e non si ascoltano nonostante coesistano in uno stesso ambiente. Con questo non mi riferisco soltanto al mondo della portinaia ed il resto delle famiglie, mondi separati dal livello socioeconomico e culturale, ma pure ai mondi all’interno della famiglia della bambina; cioè, il mondo politico del padre, il mondo giovanile della sorella e il mondo parallelo ed eccentrico della madre e i suoi problemi psicologici.

Se avete fatto caso tutti questi mondi vivono nell’appartamento, ma non sono mondi che comunicano, non sembra esserci molta comprensione perché l’attenzione è sempre rivolta ad un oggetto: mamma/piante, padre/lavoro, sorella/estetica, bambina/telecamera, portinaia/libri.

La situazione è così pesante che la bambina è arrivata alla conclusione che la vita degli altri e la sua stessa vita siano assurde. Lei si sente come “un pesce in una boccia” e quindi, se la vita è solo questo, è meglio suicidarsi.
Qui sorge spontanea una domanda. Quali sono gli oggetti o idoli del nostro tempo? Sono loro la causa dei nostri mali o sono soltanto la conseguenza di un disagio più profondo?

Un ponte tra i mondi chiusi

Arriva un nuovo inquilino, Kakuro. Kakuro è l’unico personaggio di questo film che non può essere collegato ad un oggetto.

La sua attenzione è rivolta sempre verso le persone. D’altra parte è un giapponese e non un francese come Paloma e Madame Michelle. Questo secondo me è una scelta intenzionale e simbolica del regista.
Kakuro è uno che viene dall’esterno ed è capace di non inseguire le usanze, le distanze e le etichette con i quali i mondi chiusi si difendono per rimanere comodi nella loro oscura caverna. Lui esprime sé stesso senza condizionamenti e lo si evince dalla comunicazione verbale e paraverbale che assume sia nei confronti dell’ambiente, ma anche nel modo in cui approccia e intercede con le persone. Lui è padrone di sé stesso. Questo lo vediamo nella scena relativa al primo incontro con la portinaia, Madame Michelle. Egli riesce a percepire qualcosa di diverso, qualcosa di speciale nella frase che ella pronuncia: “tutte le famiglie felici si assomigliano”.

Il fatto che Kakuro non tratti gli individui secondo i ruoli e gli schemi sociali, ma come persone, gli permette di rendersi conto che quella frase parla del mondo interiore di Madame Michelle, un mondo che nasconde un’anima profonda, dolce e “terribilmente elegante”. Kakuro con molta semplicità riesce a guardare oltre le porte chiuse della vita della portinaia e l’esperienza di essere vista per la prima volta sarà un punto di svolta nella storia di Madame Michelle.

Succede lo stesso tra Paloma e Kakuro nel loro primo incontro mentre salgono sull’ascensore. Bastono pochi minuti che Kakuro si renda conto che pure Paloma era una bambina speciale. Ma, la cosa più interessante di questo incontro è che Kakuro condivide con la piccola la bella esperienza che ha appena avuto con la portinaia. Questo conferma a Paloma l’intuizione che aveva avuto sulla donna.

Ella infatti sosteneva che Madame Michelle non fosse una donna ordinaria e questa conferma le dona il coraggio di scavalcare le distanze che le separavano.
Kakuro con la sua capacità di oltrepassare la chiusura dei mondi ha creato un ponte tra Paloma e Madame Michelle.

Come ci è riuscito? Ha indossato gli occhiali del coach. Ha sviluppato la capacità di guardare le persone oltre i loro ruoli, abitudini, maschere, problemi, peccati ecc.
Non giudica le persone per quello che mostrano, ma si apre alla ricchezza interiore di ognuna di loro e che molte volte loro stesse non riescono a vedere.

Perché’ chiudiamo i nostri mondi?

In qualche modo, seguendo la logica degli argomenti, potremmo dire che i mondi chiusi custodiscono un cadavere. Qualcuno che alla fin fine abita il suo mondo in solitudine, senza ascoltare né essere ascoltato, libero dalla sfida delle relazioni autentiche.

Ognuno ha motivi diversi per chiudersi nel proprio mondo, ma quasi tutti hanno a che fare con la paura.
Tutti i mondi che creiamo intorno a noi sono una bomba ad orologeria. Mettiamo a tacere le cose più belle che abbiamo: i nostri sentimenti, emozioni, pensieri, desideri a patto che nessuno li possa disprezzare. Ma così facendo viviamo senza ciò che è più autentico in noi, rinunciamo a goderci la nostra vita al cento per cento accontentandoci di vivere in un sicuro e mediocre 50% (e a volte meno).

Madame Michelle, ad esempio, quando le viene a mancare il marito e gli inquilini del palazzo non si mostrano particolarmente interessati al suo dolore, decide di chiudersi nel suo appartamento per evitare che queste “famiglie benestanti” la facessero sentire ulteriormente a disagio. Nella solitudine nasconde tutta la sua bontà, alimentando giorno dopo giorno idee molto dure contro gli inquilini del palazzo. La sua chiusura si tramuta in una vita amara, piena di rimpianti e di pregiudizi principalmente verso sé stessa. Trascura il suo aspetto esteriore e intrattenendo rapporti freddi con gli altri incomincia a pensare di essere una persona aspra, sgradevole, insignificante, portandola così ad alimentare idee distorte di sé stessa.

Madame Michelle custodiva all’interno del suo appartamento una stanza misteriosa. Quella stanza era la massima espressione di sé stessa. Quella di una donna sensibile, magnanima e molto colta. Aveva semplicemente paura di mostrarsi. Nel suo cuore aveva imparato ad essere disprezzata per quello che non era e preferiva questo perché secondo lei sarebbe stato più doloroso il disprezzo per quello che era.

La bellezza dei mondi aperti

Kakuro e Paloma cominciano ad entrare nel mondo di Madame Michelle e lei abbassa le sue difese. Questa dinamica di aprire le porte inevitabilmente fa si che le stanze chiuse della sua vita comincino ad aprirsi ed un’aria nuova le riempia tutte.

L’esperienza di essere significativa per qualcuno l’aiuta a scoprire la verità su sé stessa, la sua bellezza interiore, i suoi sentimenti nobili e le passioni che la rendono una persona diversa e speciale. Cambia addirittura il suo aspetto esteriore che nel film non è altro che un segno visivo di un rinnovamento spirituale.

Il finale – il dolore spalanca le porte dei mondi

Madame Michelle muore e le due belle relazioni create con Kakuro e Paloma vengono violentemente interrotte. Quando Paloma riceve la notizia, prima si chiude nella sua stanza per contenere il dolore pentendosi addirittura del rapporto iniziato, poi invece, in un momento di lucidità decide di aprirsi alla sofferenza guardandola in faccia per non lasciarsi rubare l’amore che aveva provato per Madame Michelle.

La frase dell’ultima scena del Film racchiude il senso di questa opera:

Quello che conta non è morire, ma quello che si fa nel momento di morire. Madame Michelle che cosa stava facendo? Era pronta ad amare”.

Il lungometraggio evidenzia la connessione attivata dal Coaching in un percorso di crescita evolutiva, dove la persona ha la possibilità di scoprire e allenare il proprio potenziale, la sua eudaimonia. In particolare vediamo come la relazione facilitante di Kakuro ha portato Madame Michelle a riscoprirsi e a puntare i riflettori sul proprio patrimonio personale che aveva soffocato e nascosto.

L’avvicinarsi sempre più a sé stessa l’ha indotta ad una conoscenza concreta e autentica del suo IO. Riscoprendo le sue potenzialità le ha trasformate da risorse consapevolizzate, a risorse agite. Diventando sé stessa è mutata anche la percezione del mondo che la circondava.
Tornando alle parole del titolo deduciamo quindi che la fioritura avviene solo coltivando amore e cura per sé stessi.

 

III. L’illusione del tempo

Indagando la propria anima in modo gentile senza tormentarsi troppo, ma concentrandosi nel “qui ed ora” abbiamo la possibilità di riflettere sul valore del tempo.

Vivendo il tempo in modo frenetico come se il valore fosse legato al numero di attività svolte rischiamo di non focalizzarci più su noi stessi pensando troppo a cosa dovrà succedere, tra un minuto o un’ora, perdendo però la possibilità di assaporare cosa significa vivere il momento senza aspettative.

Concedersi alle persone con un approccio vero e iniziando ad ascoltare senza pregiudizi, con il gusto di conoscere ciò che prima magari si ignorava ci porta a prendere consapevolezza di noi stessi e del momento che stiamo vivendo ritrovando così il nostro baricentro: banalmente il flusso di energia si allinea riducendo così la frequenza delle altalene emotive.

Anche il silenzio fa meno paura, ma diventa funzionale alla propria crescita spingendoci così ad amare anche questi momenti: di conseguenza lo stato di calma ci aiuta ad allontanarci da ciò che per noi è dannoso e negativo e che potrebbe bloccare e intralciare il nostro percorso di evoluzione.

A tal proposito i work-in legati alle rappresentazioni grafiche delle proiezioni future sono uno strumento molto utile, soprattutto nei momenti di crisi, per comprendere che il tempo è un’illusione, perciò esiste solo il momento che stiamo vivendo o che vivremo e quindi i pensieri negativi che stiamo elaborando sono una vacua percezione priva di significato reale.

E se grazie al flow il nostro piano d’azione si determinasse vivendo il momento senza così doverlo prioritariamente definire? E allora il tempo è la più grande illusione.
La consapevolezza diventa quindi la bussola che anche nel mare in tempesta non ci farà mai perdere la connessione con il nostro IO essenziale e quindi ci darà le coordinate esatte aggiornando la traiettoria del momento che stiamo vivendo.

Anche in pieno inverno può’ arrivare la primavera

 

Berlato Elisa
HR e Coach professionista
Malo (VI)
elisaberlato@virgilio.it

No Comments

Post a Comment

Chiama subito