L’essenza del Coaching nella prima infanzia
Riflessione sulle possibili applicazioni del metodo di coaching come strumento educativo, per genitori e professionisti che operano nella prima infanzia
“Il Bambino non “impara”, ma costruisce il suo sapere attraverso l’esperienza e le relazioni con l’ambiente che lo circonda”
Maria Montessori
I principi pedagogici nelle relazioni significative
I principi pedagogici generali sottostanti le relazioni tra adulto e bambino, fanno comprendere chiaramente alcuni assiomi senza i quali non potrei iniziare questa mia riflessione, e che racchiudo nei seguenti:
- Il Bambino competente:
è un bambino che fin dalla nascita possiede capacità innate volte a sperimentare le relazioni e gli stimoli ambientali. È un bambino capace di partecipare attivamente alla costruzione di legami affettivi con figure stabili, che si prendono cura di lui. Non solo è in grado di “fare” determinate cose, è altresì un bambino al quale si possono offrire stimoli e materiali via via più complessi, un partecipatore attivo e creatore delle proprie conoscenze.
- Il Bambino come essere UNICO:
è necessario da parte dell’adulto concentrarsi sull’unicità di ogni bambino, nel suo modo di stare nella realtà e di imparare, nel suo modo di essere con il mondo, questo comporta l’adozione di strategie educative e di relazioni facilitanti, delicate, propedeutiche e rispettose, certamente personalizzate nei modi e nei tempi.
- La Corresponsabilità Educativa:
le relazioni tra gli adulti, siano essi educatori, psicologi, genitori, o altre figure familiari, sono necessarie al fine di un corretto sviluppo cognitivo e socio emotivo dei bambini (Brofenbrenner 1996). Le famiglie ed i professionisti dell’infanzia, sono portatori di saperi diversi, ma necessari per accompagnare il bambino nel percorso di crescita e di scoperta, orientata alla costruzione di fiducia, elemento fondante della buona riuscita del percorso educativo e di crescita. Una sorta di alleanza con un unico focus: il bambino e la sua potenzialità.
- L’Intenzionalità Educativa:
Una relazione facilitante tra adulto e bambino, che prevede la presenza di adulti in un rapporto di reciprocità con i bambini, non si concretizza in un adulto paragonato alla figura del regista, e nemmeno del trasmettitore di conoscenza. È la relazione il luogo nel quale sostenere e accompagnare alla crescita il bambino, attraverso lo stare in silenzio, osservare e ascoltare; che vuol dire lasciare spazio al bambino, lasciarlo sul palco come protagonista nel “hic et nunc” della relazione, dimenticando il Kronos, immergendoci nel Kairos.
- Il potere del Fare e del Gioco:
“I primi atti di conoscenza si avvalgono delle azioni” Piaget
Un “fare” che si presenta come occasione per sperimentare in prima persona, in una forma flessibile e libera attraverso il gioco, con lo scopo di permettere la piena espressione di sé stesso e del proprio essere, o strutturato per permettergli di consolidare competenze; dove l’adulto è presente come sostenitore del suo potenziale, e attraverso il gioco valorizza l’importanza della sua scoperta, della manipolazione, del fare con tutto il corpo; stimolando la curiosità e la fantasia del bambino, offrendogli occasioni di confronto.
Questi assiomi, e la mia esperienza lavorativa e privata, hanno fatto nascere in me una riflessione tra la relazione nella crescita adulto-bambino e la relazione di coaching:
- Relazione Facilitante tra adulto e bambino attraverso la posizione “meta” non troppo vicino e non troppo distante (Dott. Francesco Campione).
- Ascolto Alleanza Accoglienza Autenticità – con costante focus sul bambino e la sua unicità.
- Domande e osservazione attenta fin dalla nascita, al fine di: raccogliere dati e informazioni sul suo punto di vista, sulle sue preferenze e attitudini ed il suo stato fisico ed emotivo, e stimolare nel bambino apertura di pensiero ed altre opzioni possibili autodeterminate; facendo attenzione a non sostituirsi al bambino ove non strettamente necessario.
Attraverso l’esercizio del dubbio inoltre, cruciale soprattutto nella relazione familiare, il genitore combatte il desiderio di concepire il bambino come una estensione del sé (Montirosso, 2008).
- Feedback d’ascolto: inteso come restituzione a specchio di comportamenti agiti, riflessione sul perché delle azioni, focus sulle emozioni (come ti senti? cosa provi?) per stimolare l’intelligenza emotiva e la capacità propriocettiva di percezione del sé.
- Il bambino come la ghianda, ha in sé le potenzialità per poter diventare quercia (Hillman, 1997)
- A.R.E. Consapevolezza, Autodeterminazione, Responsabilità ed Eudaimonia: benessere del bambino nell’ambito dello spazio sociale in cui è inserito e all’interno delle relazioni in cui agisce da attore protagonista, volto alla massima espressione del suo potenziale, al fine di favorire stati di flow all’interno dei quali consolidare competenze e abilità.
Ciò che profondamente diversifica la relazione di coaching dalla relazione adulto bambino nella sua visione più generale e meno legata “all’attività/laboratorio educativo” al contrario sostengo essere:
- “lo spazio di scelta”, ovvero il “range” entro il quale il bambino ha libera scelta ed arbitrio, lo spazio nel quale può esprimersi in sicurezza, quello spazio che racchiude la trasmissione di ruoli, valori, comportamenti sociali ammessi e non ammessi, regole comuni; imposto dai caregiver primari.
Il confine che permette all’intenzionalità del bambino di prendere forma.
- Il feedback negativo e positivo: proposto dall’adulto il quale indirizza e condiziona, mette in sicurezza, ed è il custode dello spazio di scelta.
L’adulto come portatore di conoscenza: oltre a mantenere il focus sul bambino insegna, mette a disposizione le sue conoscenze, trasmette l’esempio e concretamente trasmette informazioni sul mondo che li circonda, sulla base delle sue esperienze vissute, descrivendo fenomeni e stimolando l’osservazione dei fatti e di cose.
La relazione facilitante del Coaching per lo sviluppo del potenziale del bambino
Di fronte ad ogni bambino, tengo sempre ben salda una unica verità:
“non so che una cosa: che non so nulla” (Socrate 469 a.C.)
In questo concetto filosofico di ispirazione maieutica, racchiudo il segreto che un adulto dovrebbe sempre tenere in tasca, per essere un buon caregiver, ogni qual volta appare come figura di riferimento per un bambino di fronte alla sua unicità. La “relazione facilitante” nella prima infanzia tra adulto e bambino nel parallelismo con il coaching nell’adulto, lo descriverei quindi come:
“una relazione sia simmetrica che complementare, ed asimmetrica nel contenuto; la quale ha come focus il coachee (il bambino), il quale in presenza di crisi di autogoverno – “area di sviluppo prossimale” (Vygotskij, 1990), ha al suo fianco il coach (l’adulto) che, in quanto facilitatore, centrato sull’unicità del coachee: scende alla sua altezza, accoglie libero da giudizio, stimola, chiede, ascolta, propone, supporta e osserva con fiducia le relazioni, l’azione e l’esplorazione dell’ambiente da parte del coachee; con il fine unico e condiviso di una crescita serena, orientata alla massima espressione del Sé del coachee”.
La dinamica dello sviluppo nella prima infanzia si racchiude certamente nella parola continuità, ogni passo avanti nella crescita, ogni maturazione, si salda profondamente sul processo che lo precede: i momenti faticosi, la mancata linearità dettata dalle regressioni del bambino, ci offre numerosi spunti di riflessione sull’importanza delle azioni e relazioni con i caregiver, che dovrebbero agire con quel disorientamento positivo, inteso come curiosità e piena apertura alla direzione che verrà impressa dal coachee-bambino al percorso di auto-scoperta. È dunque grazie ad un approccio in cui vige complessivamente l’assenza dei preconcetti, che il coach-adulto riesce ad aderire pienamente ed empaticamente al progetto del coachee-bambino (Pannitti, Rossi 2012).
Siamo influenzati dallo stereotipo diffuso dell’infanzia, che ci fa immaginare il bambino come un contenitore, nasce “tabula rasa” e al caregiver l’arduo compito di riempire di conoscenze e abilità questa creatura, che si sviluppa e diventa bambino, ragazzo, adolescente ed infine adulto.
Ritengo fondamentale trasmettere fin da subito agli adulti non professionisti, ai futuri genitori, nonni, zii, figure di riferimento, attraverso una formazione sistematica, che la crescita del bambino è il frutto dell’interazione e delle transazioni tra l’organismo dotato di competenze anche geneticamente determinate, ed un certo insieme di condizioni ambientali: relazioni e contesto.
La relazione e la responsabilità che l’adulto ha con il bambino va agita con:
- Accoglienza
- Ascolto
- Alleanza
- Autenticità
Le famose 4 A del Coaching descritte da Rossi e Pannitti, alle quali aggiungerei la parola Armonia, intesa come pazienza e rispetto dell’altrui percorso, ambiente e ritmo di crescita; calzano perfettamente anche in questo contesto, dove il saper essere e saper fare diventano anche e soprattutto per l’adulto una occasione di confronto, crescita e miglioramento continuo delle proprie competenze, in un circolo virtuoso dal quale non si smette mai di imparare.
L’ascolto come strumento di consolidamento, crescita e sviluppo nella prima infanzia
Questo concetto illumina una competenza fondamentale dell’adulto, l’ascolto, spesso associato alle relazioni tra pari (adulto-adulto), diventa invece competenza fondamentale nella relazione diadica con il bambino quando parliamo di ascolto delle sue necessità. Da non confondere come un’attività che mette in campo solamente l’udito, l’ascolto lo definirei in due parole “orientamento verso”, un orientamento voluto, dinamico, neutro, proattivo e dedicato, nei confronti di qualcosa/qualcuno.
Mettersi in ascolto nella fase dell’evoluzione e della crescita, in una relaziona facilitante significa per me, dare fiducia e spazio alle loro abilità, e permettere ai bambini di compiere azioni difficili o rischiose, quando li vediamo lì lì, pronti alla sfida e al superamento dei loro limiti.
Vuol dire lasciarli provare, sbagliare, osservare, prima di sostituirci e correre in loro aiuto. L’ascolto può sostenere la competenza, facilitarla ed esaltarla, senza deprimerla.
Fiducia e creazione del sé sostenute dal metodo del Coaching
Che ogni bambino sia unico, è uno dei principi con i quali ho iniziato questa mia riflessione, posso inoltre affermare che abbiamo una ulteriore consapevolezza: ogni neonato, già da pochi istanti dopo la nascita, sfoggia il suo temperamento, un carattere distintivo genetico immodificabile di ogni essere umano; il quale condiziona fin da subito gli stimolo-risposta con l’ambiente e certamente anche la relazione diadica.
Da questa base genetica va a delinearsi con la crescita anche il carattere e la conseguente costruzione, percezione e stima del sé, che l’autore B. Hourst definisce come la considerazione che ciascuno ha di sé, che si basa su due importanti convinzioni:
- io sono amato
- io so amare.
Significa in sostanza, essere consapevoli del proprio valore e avere la forza sufficiente per sentirsi pienamente responsabili dei propri gesti, verso sé stessi e verso gli altri (Hourst, 2014).
Inoltre in merito a questo fattore, sappiamo come le convinzioni proprie di adeguatezza ed efficacia, hanno nell’individuo importanti effetti sugli obiettivi personali (Bandura, 2000); tale riflessione applicata alla crescita del bambino ci fa soffermare sulle parole fiducia e autostima.
Come può quindi l’adulto infondere stima e fiducia al bambino?
La sicurezza del bambino prevede certamente un graduale apprendimento, fatto di prove e rischi, senza i quali ci troveremmo di fronte a bambini fragili, provocatori o carichi di aggressività. L’adulto nella relazione facilitante, al fine di consolidare la fiducia, la stima di sé e il senso di autoefficacia dovrà, a seconda dell’età in modo diverso:
- rassicurare ogni qual volta il bambino è titubante o demorde in fretta da un’attività a lui accessibile, con sincero sostegno espresso in forma realistica, facendo riferimento alle sue risorse;
- non risolvere i problemi al suo posto, o risolverli anticipatamente, piuttosto collaborare con lui al problem solving, lasciandogli tempo anche attraverso il silenzio, l’attesa, offrendo punti di vista o ponendo domande di analisi della difficoltà incontrata, offrire alternative al posto che limiti, offrendo tempo e spazio alla relazione;
- dare fiducia ai bambini e permettergli di intraprendere azioni difficili quando li vediamo pronti alla sfida, in ottica propositiva e fiduciosa delle loro capacità, senza attese riguardo il risultato, ma appoggiando il coraggio e la loro proattività.
Inoltre, come nell’adulto la motivazione ad agire influisce sul risultato, anche il bambino è rappresentato da sistemi motivazionali di base che indirizzano l’attenzione e l’effort sulle attività quotidiane.
Quanto più le attività proposte dall’adulto non sono interdipendenti da feedback centrati sulla relazione o sul ricatto affettivo, ma centrati sul bambino come agente attivo, tanto più il bambino assocerà la riuscita o non riuscita dell’attività in capo a sé stesso.
Inoltre in ottica propositiva e di focus sul potenziale, il feedback dell’adulto sarà fondamentale per la costruzione di una consapevolezza: prove e tentativi costruiscono le nostre conoscenze, e non solo i successi o le gloriose riuscite.
L’importante è sempre provarci ancora, acquisendo consapevolezza emotiva di sé e delle proprie capacità, supportati dalla fiducia di chi, con gli occhiali del coach, vede nel bambino solamente risorse e potenzialità.

“Gli adulti da soli non capiscono niente, ed è stancante per i bambini dover sempre spiegare tutto”
Il Piccolo Principe
Elisa Cattiodoro
HR Consultant – Coach Professionista specializzato in ambito Life e Parent Coaching
Padova
elisacattiodoro@gmail.com
Bibliografia
L’essenza del coaching (Alessandro Pannitti, Franco Rossi 2012)
Nido d’infanzia (collana diretta da Battista Quinto Borghi e Paola Molina 2013)
Proposte di interazioni sensibili con bambini da zero a tre anni (Ferruccio Cartacci 2013)
No Comments