Nascita di un LeaderCoach
1995… l’anno del mio debutto nella società lavorativa!
Un grosso cambiamento nella mia vita, in quanto prima di allora non avevo mai lavorato in un’azienda strutturata. Fu un trauma in quanto dovetti imparare a relazionarmi con tante e diverse persone ed in particolare con una….il CAPO! Questo personaggio il quale status gli dava il diritto di esercitare “il potere” sui comuni operai. Dopo non poche difficoltà iniziali e col passare del tempo riuscii ad adattarmi….ma mai completamente; c’era un qualcosa dentro di me che mi spingeva a cercare altro. Decisi quindi di impegnarmi al massimo per arrivare ad occupare la posizione di “capo” …. e così fu.
Finalmente avrei potuto cambiare quell’antico modo di pensare che i titolari avevano riguardo il concetto di lavoro e di dipendenti che chiamavano operai. Ben presto però capii che quel sistema era saldamente protetto da uno spesso muro di gomma. Cosa fare allora? Un giorno, per caso, sentii parlare riguardo dei corsi di formazione sul fare squadra, sulla leadership e sul valore delle persone nell’ambito lavorativo, decisi di partecipare e da quel momento la svolta! Non si parlava più di padroni, capi e operai ma di leader, collaboratori e di squadra. Cambiare le cose era finalmente possibile! Non sarei mai riuscito ad estirpare una vecchia e radicata mentalità in un’azienda ma avrei potuto creare all’interno di essa un nuovo sistema di lavoro cambiando il metodo di approccio con le persone raggruppandole in una squadra, facendole lavorare per obiettivi ed in armonia tra di loro! Facile da dire ma altrettanto difficile da fare.
Sono passati gli anni ed ho continuato costantemente ad allenarmi in questo mio “esercizio intenzionale”. Sono arrivato ad ottenere risultati molto importanti ma una vocina dentro di me ha ripreso a farsi sentire: “e se ci fosse dell’altro?” Sentii parlare di una nuova figura professionale, si diceva fosse in grado di lavorare sulle persone in un modo del tutto nuovo facendole crescere in maniera autonoma in un costante processo di auto-apprendimento….il COACH! Mi iscrissi così a questa scuola e tutto quello che studiavo era in linea con il mio modo di pensare ed applicabile sia nella realtà lavorativa che nella vita di tutti i giorni. Ma cos’è il Coaching?
E’ un metodo di sviluppo di una persona, di un gruppo o di un’organizzazione,che si svolge all’interno di una relazione facilitante, basato sull’individuazione e l’utilizzo delle potenzialità per il raggiungimento degli obiettivi di miglioramento/cambiamento autodeterminati e realizzati attraverso un piano d’azione.
In altre parole questo è un allenamento continuo nel quale il processo di apprendimento e di consapevolezza di sé dura tutta la vita.
Il Coaching si basa su tre pilastri fondamentali: la RELAZIONE FACILITANTE, lo SVILUPPO DEL POTENZIALE ed il PIANO D’AZIONE, secondo questo metodo il Coach ha il compito di allenare e far crescere le quattro meta-potenzialità del proprio coachee quali: CONSAPEVOLEZZA, AUTODETERMINAZIONE, RESPONSABILITA’, EUDAIMONIA (C.A.R.E.®).
Come fare ad applicare tutto questo all’ambiente lavorativo? Occorre trovare dei compromessi in quanto: i coachee non sanno di esserlo, non è possibile fare la sessione 0, il setting è quello dell’ambiente lavorativo, a volte devi dare delle soluzioni anche se di tipo pratico, il modulo di sessioni è definito in….una al giorno di durata imprecisata e suddivisa in più riprese, la coachability non è sempre al top ecc ho iniziato a lavorare sul primo pilastro, quello più importante: la relazione facilitante. Mi è subito risultato indispensabile aiuto del sig. Watzlavick e dei suoi cinque assiomi sulla comunicazione: Il concetto fondamentale infatti è che “come comunicatori veniamo prima visti, poi sentiti ed infine compresi”. Al fine di migliorare la relazione un buon “leadercoach” deve allenarsi a stare all’interno delle famose “4Aa” (4A aziendali):
- ACCOGLIENZA: ogni giorno saluta i propri collaboratori facendo sentire loro la sua presenza positiva.
- ASCOLTO: nonostante sia di corsa si ferma spesso ad ascoltare (mantenendo sempre una posizione “meta” di ascolto) anche le lamentele….ma solo se accompagnate da possibili soluzioni e volte al miglioramento.
- ALLEANZA: far sentire ad ogni persona che è importante in quanto facente parte della sua squadra e dell’azienda.
- AUTENTICITA’: mai essere falsi o costruiti, bisogna essere sempre se stessi.
Siamo sempre sul posto di lavoro quindi i ruoli devono essere e rimanere complementari, mai cadere nella trappola “dell’amicizia”, il leadercoach deve sempre mantenere la propria “centratura” ovvero quella che il suo ruolo gli impone: di leader! Sconfinare nell’amicizia equivale a cadere nella trappola della “delega” durante una sessione di coaching!
Occorre poi concentrarsi sul secondo pilastro del Coaching: lo sviluppo del potenziale. Nell’ambito lavorativo ritengo siano di estrema utilità: il silenzio, le domande efficaci ed i feedback di ascolto.
Usando queste tecniche le persone “crescono”, e cambiando il modo di relazionarsi con l’ambiente lavorativo.
Si arriva così al terzo pilastro del Coaching: il piano d’azione. Quest’ultimo è un passaggio veramente importante in quanto i collaboratori diventano più indipendenti facendo loro gli obiettivi dell’azienda ed agendo alimentati da una motivazione interna che funge da “carburante” (vedi la teoria di Daniel Pink) la quale può spingerli fino allo stato di flow ovvero lo stato che esprime le cosiddette esperienze ottimali: concentrazione sul compito, chiarezza degli obiettivi, bilanciamento tra sfida e abilità, destrutturazione del tempo ed esperienze autotetiche. Quando si verifica questo la figura del leader tende a passare in secondo piano, ciò significa che può dedicare più tempo a stare “in panchina” e fare il Coach! Fin dall’inizio ho parlato di obiettivi e di lavoro per obiettivi di conseguenza non posso non parlare della “teoria del goal setting” elaborata da Edwin Locke e Gary Latham nella quale spiegano appunto che l’obiettivo orienta l’attenzione, mobilita le energie sul compito, incoraggia la persistenza verso l’azione e stimola l’individuazione di opportune strategie influenzando direttamente la prestazione!!
Da qui si evince che gli obiettivi sono regolatori della condotta umana. Il raggiungimento di questi obiettivi è influenzato da diversi fattori chiamati modulatori di efficacia ad esempio: l’autodeterminazione dell’obiettivo, il grado di attivazione dell’impegno, l’ambiente, le potenzialità, le competenze ecc. per concludere occorre tassativamente menzionare Albert Bandura e la sua teoria dell’autoefficacia: più crediamo nelle nostre potenzialità più l’impegno e la prestazione saranno elevati e maggiore sarà la probabilità di riuscita, di conseguenza anche l’autostima crescerà dando origine a questo circolo virtuoso. A differenza del Coach un leadercoach non chiuderà il percorso ma continuerà ad accompagnare i propri collaboratori verso l’eccellenza.
Per concludere vorrei sottolineare che adottando il metodo del Coaching alla mia realtà lavorativa e personale ho imparato l’immenso valore derivante dall’unicità della persona, ogni essere umano è unico ed irripetibile!
Ho anche la piena consapevolezza che di essere solamente all’inizio di questo mio nuovo percorso ma ho tutto il carburante necessario per affrontarlo!
“Questo è il duro lavoro per fare di me un genio”!!
Massimo Reggianini
Life Coach professionista
Modena
reggio.max@libero.it
Nota: I concetti di Sessione Zero la Teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.® , il Coaching Evolutivo® , le 4A e la Relazione Facilitante sono di proprietà intellettuale di INCOACHNG® Srl.
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