Categoria: Non è mai troppo tardi per essere quello cha avresti potuto essere

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Non è mai troppo tardi per essere quello cha avresti potuto essere

Nelle prime pagine del libro di Pannitti e Rossi L’essenza del Coaching, acquistato e letto per decidere se l’approccio proposto fosse in linea con la mia idea di sviluppo e crescita personale, ritrovo un costrutto scoperto durante il tirocinio di psicologia: l’autoefficacia.
Concetto sviluppato in seno alla Teoria Socio-cognitiva da Albert Bandura nel 1997 secondo cui la motivazione e le azioni umane sono in gran parte regolate dalla previsione: aspettative legate alla situazione, quelle legate alle azioni personali e quelle determinate proprio dal senso di autoefficacia.

Cosa si intende per autoefficacia?

Esprime la credenza personale in merito alle proprie capacità di organizzare e implementare le azioni necessarie per conseguire determinati livelli di prestazioni. L’autoefficacia influenza molto il grado di impegno della persona: risulta predittiva, per esempio, anche a parità di impegno, della qualità delle prestazioni scolastiche.

Per capire bene il legame tra Coaching e percezione di autoefficacia ho voluto approfondire gli aspetti teorici e pratici di questo costrutto.

Dagli studi di Bandura sappiamo che il suo sviluppo è determinato soprattutto dalle esperienze di successo e fallimento sperimentate: ognuno di noi realizza una specie di bilancio generale dei risultati ottenuti, e sulla base di questa formula, la sua percezione di autoefficacia.
Importanti sono però anche le informazioni che provengono dal confronto con gli altri: se altri hanno successo in un compito e noi no penseremo di essere incompetenti.

L’autoefficacia influenza anche la valutazione e l’interpretazione di difficoltà ed ostacoli: in caso di alta autoefficacia sono percepiti come stimolanti, nel caso contrario tendono ad attivare comportamenti di abbandono o di evitamento.

Per comprendere bene l’autoefficacia è necessario considerare altri 2 concetti simili, quello di autostima e quello di locus of control (o stile attribuzionale).

L’autostima riguarda il sé, la propria identità, il proprio valore come persona, come essere umano; può essere definita come l’insieme dei giudizi di valutazione che il soggetto esprime su se stesso.
Non è scontato che avere una bassa autostima equivalga ad avere basse credenze di autoefficacia e viceversa.

I due costrutti sono in relazione tra loro, ma l’autostima ha a che fare con l’Essere, mentre l’autoefficacia con il Fare.

Mi sono chiesta però: se non ho fiducia in me e nel mio valore come persona riesco a percepire la mia competenza in un’attività?
Riesco a vedere la mia capacità o la considero come una cosa “normale”, banale, alla portata di tutti? A non vederla affatto?

C’è il rischio che la bassa autostima mi impedisca di andare oltre, di entrare a contatto con le mie competenze, i miei talenti, la mia vocazione.

Secondo Bandura, il comportamento individuale è fortemente influenzato dalle aspettative che ciascun soggetto nutre nei confronti delle proprie capacità.
L’aver ottenuto in passato buoni risultati o l’esser riusciti in compiti particolarmente complessi influisce certamente sulla percezione delle proprie abilità, sulle aspettative nella risoluzione di problemi e compiti futuri e, di conseguenza, sul comportamento. In questa ottica, non conta solo la percentuale di successi, ma anche le interpretazioni e le attribuzioni delle cause che hanno determinato il successo o il fallimento: si parla in questo caso di locus of control.

Questo concetto nasce nel 1966 con lo psicologo americano Julian Rotter il quale considera determinante nel comportamento il luogo in cui la persona individua la causa degli eventi.

Chi ha un locus of control tendenzialmente interno pensa di avere il potere di incidere sugli avvenimenti con le sue azioni, pensa di poter modificare gli eventi che accadono.

Chi, invece, ha un locus of control esterno ha poca fiducia sulla possibilità di poter modificare ciò che accade.

Si è scoperto che con un locus of control interno è più facile fronteggiare lo stress in modo adeguato e mettere in atto comportamenti volti a raggiungere gli obiettivi e risolvere i problemi.

Un soggetto convinto che il risultato della sua prestazione cambi in funzione del suo impegno (causa interna e controllabile) si aspetta di conseguire un successo rispetto a chi crede che il successo sia determinato da cause esterne e incontrollabili (fortuna o difficoltà del compito).
Così di fronte a nuovi compiti, chi si aspetta di poter riuscire con le proprie capacità e attribuisce le cause a fattori interni, si impegnerà maggiormente, sviluppando un maggior orgoglio per il successo ottenuto.

Mentre il luogo della causa (interno o esterno) ha un effetto forte sui sentimenti di orgoglio e stima per le proprie prestazioni, la percezione della stabilità e controllabilità delle cause di un successo è legata alle aspettative circa le future prestazioni.
Un successo che si ritiene raggiunto grazie a fattori quali le proprie capacità, la disciplina, l’impegno è considerato fattibile ancora in futuro; l’attribuzione dell’insuccesso a fattori incontrollabili come la situazione, il compito o la fortuna porterà invece a ritenere che il risultato negativo possa verificarsi nuovamente in altre circostanze; ciò scoraggerà un maggiore impegno, generando uno stato di ansia nell’affrontare nuovi compiti o situazioni poco frequenti.

Nel dettaglio le tipologie totali relative al locus of control sono 4:

Uno degli esercizi più utilizzati nei percorsi di orientamento scolastico e professionale consiste nell’elencare i propri successi.

L’imbarazzo e la difficoltà di svolgere questo esercizio accompagnano tutte quelle persone che non percepiscono le proprie azioni come successi, al massimo come non fallimenti.
Per questi soggetti le azioni compiute senza fare errori non sono considerate successi, ma solo azioni non fallimentari, mentre gli errori vengono percepiti esattamente come grandi insuccessi indice della propria incompetenza: cosa scrivere in quel foglio? Niente, solitamente rimane bianco, confermando ulteriormente la propria inettitudine verso la vita.

Se consideriamo il locus of control esterno come una modalità di pensiero della persona possiamo parlare di convinzioni limitanti e interferenze che impediscono al proprio potenziale di emergere.

Come afferma Timothy Gallwey nel 1974 nel suo testo The Inner Game of Tennis: “L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete”.

Nel mio percorso di Coaching ho imparato che le convinzioni del Coachee possono essere supportive, quindi potenzianti il pensiero e l’azione della persona, o limitanti, quindi negative e portare alla passività.

Di fronte alle convinzioni limitanti del Coachee, il Coach cerca di portarlo a vedere le cose in modo diverso, da altri punti di vista; essendo il Coaching un metodo di sviluppo sono le convinzioni supportive ad essere utili, permettendo al cliente di attivarsi e muoversi per il cambiamento.

Per questo è importante per il Coach supportare il Coachee nella sua tendenza all’azione, attraverso l’utilizzo dell’agentività, cioè il movimento verso il proprio obiettivo (con riferimento alla causalità triadica reciproca di Bandura in cui interagiscono i 3 elementi: fattori personali-fattori ambientali-comportamento).

Ristrutturando il pensiero del Coachee, da limitante a supportivo, il Coach aiuta il Coachee a costruire la condizione per trovare la giusta motivazione per attivarsi in una concreta progettazione e realizzazione del piano d’azione.

La ristrutturazione segue le modalità di formazione delle convinzioni, secondo la scala di inferenza: si parte da una selezione dei dati oggettivi, una successiva attribuzione di significato, l’ipotesi soggettiva, la conclusione di una verità soggettiva e la convinzione, che porta poi all’azione e ad un determinato comportamento.

La ristrutturazione può avvenire ad ogni livello della scala; le convinzioni consolidate determinano direttamente la selezione e l’interpretazione dei nuovi dati raccolti, ricercando conferme delle stesse convinzioni di partenza attraverso un circolo vizioso che le rafforza sempre di più, tanto da farle diventare “profezie che si auto-avverano”.

Una persona può davvero essere convinta che le cose che fa tutti i giorni siano normali, le sue conoscenze siano di tutti, le sue capacità alla portata di chiunque, che non sia particolarmente competente.

E questo cosa comporta?
Semplicemente che, quando c’è da intraprendere un’azione nuova, un’attività imprevista, gestire una situazione si tira indietro, non la affronta, tira i remi in barca: “tanto non ci riesco”; “Non sono capace, mi mancano le competenze, non ho il carattere giusto”. O semplicemente “non voglio fallire, perché non saprei gestirlo”.

Ovviamente questo porta non solo a confermarci “perdenti”, ma anche a rinunciare a agire, a muoverci, facendoci perdere la possibilità di sperimentare un successo.

Alcune modalità di pensiero possono facilitare la formazione di convinzioni limitanti; tra queste la tendenza al Perfezionismo, la Chiusura mentale, il Conflitto Interiore, ma anche il Pessimismo e, naturalmente, un basso livello di autoefficacia.

Il Pessimismo, in particolare, riconduce ad uno stato in cui la persona si focalizza sull’elemento negativo della realtà, in cui gli eventi derivano dalla casualità o dalla fortuna ma raramente dal proprio operato ed dai propri meriti.
Per Seligman e la sua teoria dell’impotenza appresa tale atteggiamento porta ad una accettazione degli eventi senza cercare di intervenire per modificarne il corso e si avvicina al concetti di locus of control o stile attribuzionale.
Questo atteggiamento passivo manifestato dal soggetto nei confronti degli eventi è dovuto ad esposizioni ripetute a situazioni che non risultano controllabili.

Per quanto riguarda la bassa autoefficacia, abbiamo visto che, secondo Bandura, anche gli scopi personali, determinanti nella presa di decisione e definiti come “l’intenzione di impegnarsi in certe attività o il tentativo di arrivare ad un certo obiettivo” sono un mezzo utile per facilitare l’autodeterminazione.

Infatti, determinando scopi personali, gli individui possono organizzare, guidare e sostenere i propri sforzi anche per lungo tempo, senza rinforzi esterni. Ad esempio, una persona che ritiene di possedere elevate capacità letterarie e che ha elevate aspettative di risultato, può con maggiore probabilità individuare obiettivi personali in tale campo.

L’attività del Coach per aumentare l’autoefficacia del Coachee nel raggiungimento del proprio obiettivo può far leva su quattro strategie: l’esperienza presente e passata, l’esperienza vicaria, la persuasione verbale e gli stati fisiologici/emozionali.

1) Esperienze presenti e passate: precedenti esperienze di successo nello stesso compito aumentano l’autoefficacia percepita, che a sua volta aumenta la perseveranza nel superare le difficoltà durante l’esecuzione del compito stesso.
Il Coach può portare all’attenzione del Coachee le risorse e le competenze utilizzate in altre situazioni simili o passate per creare consapevolezza.

2) L’esperienza vicaria: l’osservazione di performance positive compiute da modelli sociali e da persone le cui capacità sono simili alle proprie può generare un forte senso di autoefficacia.
Il Coach in questa fase può riportare esempi di percorsi di successo di altri, prendendo spunto anche dalla propria esperienza o da personaggi letterari, storici, immaginari.

3) La persuasione verbale: una persuasione verbale e sociale convincente fornita da altri significativi, può aumentare l’autoefficacia del Coachee.
Quando una persona affronta una situazione sfidante è più facile che il suo senso di autoefficacia aumenti se persone significative, credibili e autorevoli esprimono fiducia nelle sue capacità.

4) Stati fisiologici ed affettivi: le condizioni fisiologiche ed emozionali attuali e percepite lavorano direttamente attraverso i processi affettivi per influenzare le credenze di autoefficacia di una persona.
Queste condizioni includono la prontezza fisica e mentale all’azione, il tasso di affaticamento e influenzano direttamente la decisione di continuare o arrendersi.
Profonda importanza rivestono anche le credenze riferite al sé riguardo queste condizioni.

Condizioni fisiche e psichiche buone portano quindi ad un abbassamento dei livelli di stress del Coachee, con conseguente maggiore possibilità di provare emozioni positive.
Il Coach può proporre esercizi di rilassamento e promuovere la cura di sé.

Una possibile quinta strategia può essere quella delle esperienze immaginative: ripetizioni immaginative di performance positive possono migliorare le capacità di coping e l’autoefficacia (visualizzazione del futuro desiderato).

Ciò che trovo sbalorditivo in queste teorie è il senso che hanno assunto per me durante il percorso di Coaching intrapreso.

Conosciuti da anni, ritenuti fondamentali per comprendere alcune dinamiche di pensiero e comportamento, questi concetti non mi avevano mai però portato a sperimentare su di me il loro potere di cambiamento.

Sono sempre stata in difficoltà a compilare l’esercizio dell’elenco dei propri successi: la mia autostima, il mio locus of control (interno per gli insuccessi ed esterno per i successi), le mie credenze di autoefficacia mi hanno sempre portato a ritenermi una persona “normale”, priva di particolari superpoteri e con una spiccata “sindrome dell’impostore”.

Ma già dopo i primi incontri, da Socrate che sa di non sapere, agli occhiali non giudicanti, alla considerazione che ognuno ha delle potenzialità che al massimo devono ancora emergere è successo qualcosa; come se davvero mi fossi tolta degli occhiali deformanti e avessi cominciato a vedermi con occhi nuovi.

Quando poi ho cominciato a confrontarmi nella pratica con le mie colleghe e colleghi mi sono resa conto delle mie risorse, delle potenzialità e che posso davvero supportare le persone nelle loro scelte professionali (la mia vocazione mi è chiara da almeno un paio d’anni).

E, evento straordinario, ho capito che FARE può cambiare l’ESSERE. Il percorso di Coaching mi ha cambiato solo studiandolo.

Per questo sono grata ai docenti, alle mie colleghe e colleghi di corso e a me stessa, per l’impegno, la competenza, la disponibilità a cambiare e agire.

“Non è mai troppo tardi per essere quel che avresti potuto essere” (George Eliot – pseudonimo di Mary Ann Evans – Londra 1850).

 

Sara Rampazzo

Psicologa del Lavoro
Coach professionista specializzato in ambito Career
Rubano (Padova)
sararampazzo@hotmail.com

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