Categoria: Oltre lo specchio: il potenziale celato nell’arte

Categoria: Oltre lo specchio: il potenziale celato nell’arte

Oltre lo specchio: il potenziale celato nell’arte

Il bisogno di arte nell’uomo è innegabile e paragonabile alla necessità di alimentarsi. Nella vita stessa cerchiamo cibo per la mente. Altrimenti perché ci intratteniamo con opere letterarie, artistiche e musicali? Dobbiamo fermarci talvolta con noi stessi, prendere in mano un libro, osservare dei quadri, ascoltare della musica e perderci nel nostro mondo.

Dobbiamo insomma avere a che fare con la creatività, con l’arte.

E cosa cerchiamo nell’arte? Un semplice alimento estetico, l’acquisizione di una conoscenza fine a se stessa oppure delle risposte?

Molti cercano nelle forme più narrative della creatività, come letteratura e cinema, non solo un conforto ma anche una risposta alle domande che ci assillano. E forse anche un aiuto a risolvere i problemi del nostro vivere.

Praticamente nell’arte cerchiamo, talvolta, un coach.

Dunque, un coach può trovare nell’arte un coach alternativo che stimola la riflessione, favorendo la consapevolezza, l’autocoscienza e l’autodeterminazione necessari alla realizzazione di un obiettivo di esplorazione personale?

L’arte può stimolare e raffinare l’intelligenza sia emotiva che percettiva del coach, rivelandogli il linguaggio verbale, paraverbale e non verbale del coachee per accompagnarlo verso la consapevolezza del potenziale latente.

Ma è necessario che il coach per primo intraprenda questa strada.

Perché dunque l’arte, intesa come il prodotto della creatività dell’uomo, è in grado di realizzare questo obiettivo? E cosa ci porta a cercarla? Forse un aumento di conoscenza? O non piuttosto un aumento di percezione?

La moderna filosofia dell’arte ha acclarato che i processi estetici non hanno una funzione concettuale ma percettiva (Nanay, 2016). L’esperienza estetica di vedere un film o leggere un romanzo oppure di godere di un paesaggio o apprezzare un particolare colore aumenta la nostra percezione dell’ambiente circostante.

Tutto ciò che vediamo come un’opera d’arte dimostra di essere, prima che conoscenza, proprio esperienza. Non si legge un romanzo per imparare qualcosa, quanto per esperire qualcosa.

Una volta fatta, un’esperienza estetica la vogliamo comunicare agli altri. Quindi da una parte la si cerca per comprendere meglio noi stessi tramite la nostra risposta emotiva, e dall’altra per capire cosa sentono gli altri, in virtù della componente partecipativa (Dewey, 1934).

Questo desiderio dell’uomo di vedere quello che vedono gli altri, di sentire quello che sentono gli altri, è intrinseco alla sua natura (De Waal,  2011). Con l’empatia, l’individuo si mette nei panni degli altri per arrivare alle loro motivazioni e ai loro sentimenti, con il rispecchiamento (o mirroring) l’individuo percepisce l’umore e le emozioni dell’altro e le esperimenta in prima persona. Questo permette di capire quando farsi avanti o ritirarsi di fronte ad un altro (Wilson, 2018).

Quindi, per il coach l’esperienza estetica è utile a formare se stesso e a valorizzare la relazione con l’altro.

La creatività fa parte del tessuto stesso di una sessione di coaching — esplorazione, elaborazione, esecuzione —, e l’ascolto dei riferimenti estetici del coachee favorisce l’alleanza con il coach, un rapporto di fiducia basato sull’autenticità. Crea il flow (Seligman, 2003) necessario per l’applicazione del pensiero laterale ideato da Edward De Bono (De Bono, 2000), permettendo al coachee di acquisire visuali diverse di una situazione. Infatti, “L’immagine binoculare […] aggiunge alla visione un’ulteriore dimensione: la profondità” (Bateson 1984, citato da Pannitti-Rossi, 2012, p. 50).

Seguono alcuni esempi della potente sinergia tra arte e consapevolezza.

Pensiamo al “Campo di grano con corvi ” di Van Gogh. Cosa suscita in noi questa visione di una distesa di giallo intenso, una sorta di mare, diviso in due da un sentiero fatto di strisce verdi e marrone? E quel cielo di un azzurro intenso che sembra contendersi con il mare giallo tutta la tela? Una sensazione di gioia, di ebbrezza naturale, pare provenire dal quadro. Ma non è una gioia fatta di pace, di quiete, di serenità, C’è del tormento nelle pennellate nervose, nella voluta non uniformità di quel cielo azzurro che nereggia verso i bordi ma manifesta anche due misteriosi chiarori centrali. E quei corvi, che risaltano neri sopra quel mare giallo di grano, cosa comunicano allo spettatore? Innegabile un’inquietudine, un senso quasi di morte che incombe. Di fronte a questo quadro come si pone chi lo guarda?

E chi è la persona che manifesta un problema? Van Gogh, grande pittore e anima tormentata, la cui interiorità è stata colta da uno straordinario film a disegni animati, “Loving Vincent” del 2016 diretto da Hugh Welchman e Dorota Kobiela. Il film, fatto tutto di pitture animate, parla lo stesso linguaggio del protagonista, un pittore, ricostruendo gli ultimi giorni di vita di Van Gogh: perché si è sparato? perché non ha voluto essere curato e si è lasciato morire? e poi è stato davvero un suicidio? La ricostruzione degli eventi ci restituisce la vera interiorità di un uomo che, malgrado tutto e tutti, credeva nel suo potenziale.

I registi del film rivolgono lo sguardo da coach, acritico, fisso sul potenziale dell’artista oltre la realtà conosciuta e le informazioni logiche documentate dagli studi che lo riguardano, cogliendo, tramite la percezione analogica, le sfumature dell’animo.

E se invece di un quadro andassimo ad interrogare un film, il famoso “Interstellar” di Christopher Nolan?

Che sensazioni suscita, alla fine, la visione del film? Di sicuro non può non attirare la sconfinata e anche in qualche misura inquietante dimensione dello spazio interstellare. Quale sensazione ci procura? Desiderio di essere anche noi lì, con quei personaggi, o paura dell’ignoto?

Avventura cosmica di rara bellezza, il film ci mostra sia il desiderio dell’uomo di trovare una nuova terra, lasciandosi alle spalle gli sbagli e le incomprensioni del passato, sia la lotta di ognuno di noi contro la solitudine che ci portiamo dentro, e verso cui la vecchiaia e la morte ci destinano inesorabilmente. Ma cosa ci può salvare da questa solitudine distruttiva? L’amore, l’affetto per l’altro, la voglia di condividere con un proprio simile la vita, le esperienze e le lotte quotidiane, e il sacrificio di sé, che proviene anch’esso dall’amore e che spinge una persona a sacrificare la sua vita perché possa continuare la vita dell’altro. L’interpretazione intensa e partecipata degli attori principali ci aiuta ad immedesimarci nelle vicende dei personaggi, a vivere in modo empatico con loro le storie narrate.

Si può anche non capire del tutto le teorie scientifiche del film, restiamo comunque coinvolti dalla narrazione, trasportati dalla ricchezza dei personaggi. L’amore, e non la scienza, deve saper guidare quest’umanità che alle volte sembra disperata verso un futuro finalmente utopico (dopo l’oppressione di tanto futuro distopico, di moda nel cinema odierno), futuro che l’uomo sa ed è sicuramente in grado di costruirsi. Cercano di farlo gli uomini del nostro tempo, lo faranno (o l’hanno già fatto? deliziosa bellezza del paradosso temporale che il film ci mostra, intrecciando in modo mirabile il tempo futuro e il tempo passato) gli uomini del futuro, deve farlo, in un finale aperto di struggente bellezza, anche il protagonista, l’astronauta Cooper, alla ricerca della sola donna rimasta vicina al suo tempo.
Cosa suscita nello spettatore questo racconto? E cosa suscita in me, coach, cosa mi permette di scoprire di me, del mio io più interiore?

Nel cinema di fantascienza che si occupa del viaggio nello spazio, quale miglior alter-ego si può individuare che il comandante dell’astronave e della spedizione? In questo caso l’astronauta Cooper, ma in altri esempi presi un po’ a caso il capitano Jean-Luc Picard della serie “Star Trek” o il mitico Capitan Harlock dei manga giapponesi. Quali caratteristiche enuclea un personaggio di comandante? La capacità di gestire con grande sicurezza delle scelte che possono comportare la vita o la morte dei propri uomini, l’umanità sensibile e accorta che mostra di fronte al proprio equipaggio, comportandosi con loro talvolta proprio come un coach, non dando consigli ma supportandoli nella manifestazione del loro potenziale.

Ed ecco che un viaggio nel mondo cinematografico della fantascienza fornisce al coach degli spunti interessanti per indossare il cappello nero descritto da Edward De Bono e condurre in modo intellettualmente e umanamente illuminato una sessione di coaching lungo il processo che porta il coachee a scoprire e rinforzare il proprio potenziale, anche quello più nascosto, in modo da raggiungere i propri obiettivi (De Bono, 2000).

Il coach sa di non sapere a cosa porterà la sessione, ma può e deve sfruttare il bagaglio delle proprie conoscenze per restare entro il processo e portarlo avanti con domande efficaci.

E la letteratura quale esempio ci offre per riflettere proprio sulla consapevolezza di ciò che siamo realmente e sull’immagine che vorremmo dare di noi? “Il ritratto di Dorian Gray” (1890) dello scrittore irlandese Oscar Wild racconta la storia di un giovane colto e bellissimo che vede nella propria smagliante bellezza e giovinezza la sua maggiore potenzialità. L’autore ci fa entrare nel personaggio e poi, con un’intuizione geniale, ce lo presenta mentre contempla il lento ma inesorabile disfacimento di quell’immagine che, modificandosi in peggio, distrugge anche le sue sicurezze e la sua forza. Non può che conseguirne un patto col diavolo con trasposizione su un ritratto delle deformazioni fisiche generate dal tempo e dalle sue passioni immorali. E così nel rapporto che Dorian istituisce con gli altri si profila quella dinamica di gruppo che fa interagire cose note a noi e tenute nascoste agli altri, lo schema definito “Johari window” (1955) di Luft e Ingham. Dorian istituisce una facciata che lo separa dagli altri, nella quale nasconde cose conosciute a sé ma sconosciute agli altri, e il dipinto rappresenta appunto la sua facciata, il suo quadrante nascosto. Intanto, l’immagine che si va completando nel quadro aumenta l’autoconsapevolezza di Dorian della trasformazione in atto, diminuendo quindi il punto cieco e quello sconosciuto, la zona di non conoscenza di sé.

 

Le varie forme di arte offrono sconfinate possibilità di autoconsapevolezza, contribuendo a ridurre i nostri quadranti ‘cieco’ e ‘sconosciuto’. La maggiore conoscenza di sé rende più profondo lo sguardo in relazione al vissuto, proprio e degli altri, fornendo uno strumento efficace per comprendere il potenziale del coachee.

Infine concludiamo la nostra disamina con un’opera musicale, che a prima vista sembrerebbe meno coinvolgente di un’opera prettamente narrativa. Ma tutti sappiamo invece come la musica sia un linguaggio che ci coinvolge di più perché supera le nostre barriere razionali raggiungendo il nostro più profondo io interiore.

Si tratta di un’opera per clavicembalo, la BWV 988, più nota con il titolo di “Variazioni Goldberg” scritta dal compositore tedesco Johann Sebastian Bach fra il 1741 e il 1745. Il pianista canadese Glenn Gould ne incise due diverse versioni, le più famose esecuzioni di questa composizione. La prima, del 1955, quando Gould aveva 22 anni, è caratterizzata da un ritmo velocissimo, energico e travolgente. La seconda del 1982, registrata a 49 anni, poco prima della morte, ci offre un’interpretazione introspettiva e sofferta dal ritmo lento e pensoso.

La musica di Bach interpretata ed eseguita da Glenn Gould diventa un pensiero chiaro e limpido espresso con note musicali, un momento di meditazione e di silenzio interiore. Il contrappunto — “l’arte di combinare con una data melodia (detta canto dato) una o più melodie contemporanee […] più o meno autonome” (Treccani) —, l’interazione di linee musicali indipendenti il cui intreccio viene prima percepito verticalmente dall’orecchio come armonia, e poi compreso nella sua interezza da una visuale trasversale, acquisisce una maggiore profondità con Gould. La precisione matematica degli algoritmi trasposti nella dimensione musicale da Bach favorisce la chiarezza mentale e la concentrazione (LidiMatematici 2012). Nelle esecuzioni di Gould la musica di Bach diventa matematica in movimento dove la bellezza scaturisce dall’ordine meraviglioso e geniale che si contempla.

Come il coach accompagna il coachee nel processo di fare ordine dal caos e di acquisire lucidità dalla nebbia di idee spesso confuse e poco definite con cui viene a colloquio, la chiarezza cristallina delle esecuzioni di Gould può fare da coach al coach stesso, creando una bolla di concentrazione, un momento di autoconsapevolezza e di riflessione con l’io più intimo, un ordine che permette di vedere le cose “dall’alto” per eliminare il superfluo e focalizzare l’essenziale, per fornire un supporto efficace al coachee.

Con questi pochi esempi si è cercato di sottolineare l’importanza di una qualsivoglia esperienza estetica nella vita di ognuno di noi, soprattutto se volto ad ascoltare gli altri per aiutarli a realizzarsi compiutamente. Risulta evidente come l’arte possa diventare uno strumento per aumentare le nostre capacità percettive ed introspettive che vanno costantemente alimentate e sviluppate, come un muscolo che non deve essere lasciato inoperoso.

In conclusione queste riflessioni confermano che l’arte può fungere da coach al coach stesso.

“Art asks us to think differently, see differently, hear differently, and ultimately to act differently, which is why art has moral force.”

(Sherman and Morissey 2017)

 

 

Therese Dharmakan-Pistilli
Business e Life Coach
www.theempathiclistener.com

 

 

 

Bibliografia

De Bono E., 2000. Six thinking hats. London: Penguin Books.

De Waal F., 2011.L’età dell’empatia: lezioni dalla natura per una società più solidale.Milano: Garzanti.

Dewey J., 1934. Art as experience. New York: Milton, Balch & Co.

Lidi Matematici, 2012. Di musica e matematica: Johan Sebastian Bach e il contrappunto (parte 1). [online]. Disponibile on-line: http://www.lidimatematici.it/blog/2012/06/11/di-musica-e-matematica-johan-sebastian-bach-e-il-contrappunto-parte-1/ (Consultazione 5 febbraio 2022)

Nanay B., 2016. Aesthetics as philosophy of perception. Oxford: Oxford University Press.

Pannitti A., Rossi F., 2012. L’essenza del coaching. Milano: FrancoAngeli.

Seligman M., 2003. Authentic happiness. London: Brealey.

Sherman A., Morrissey C., 2017. What is art good for? The socio-epistemic value of art. Frontiers in human neuroscience, 11(article 411). Disponibile on-line: https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fnhum.2017.00411/full#B132 (Consultazione 5 febbraio 2022)

Treccani, s.d. Contrappunto. [online]. Disponibile on-line: https://www.treccani.it/vocabolario/contrappunto/ (Consultazione 5 febbraio 2022)

Wilson E. O., 2018. Le origini della creatività. Milano: Cortina.

 

 

 

 

 

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