Presenza consapevole in azione
Un viaggio tra Mindfulness, Coaching e Agency
Premessa
Da piccola, quando mi chiedevano che cosa volessi ricevere a Natale rispondevo sempre:” Vorrei conoscere, saper fare e vedere tutto quello che c’è a disposizione su questa Terra, da cambiare una gomma bucata a tagliare la Maratona di New York, da vedere i canguri in Australia a cucinare il migliore tiramisù del mondo, da conoscere le sinfonie di Mozart a realizzare un quadro alla Picasso”. Per questo motivo, ho sempre avuto un rapporto burrascoso con il presente, non mi piaceva mai realmente vivere nel qui ed ora, ero sempre proiettata in un’altra dimensione e la mia comunicazione verbale e non verbale dimostravano nella realtà ciò che accadeva, costantemente, nel mio corpo e nella mia testa. Ero costantemente bombardata da una valanga di informazioni visive, uditive, tattili e la velocità mi consentiva di realizzare tutto ciò che volevo nel minor tempo possibile. Ero brava a fare le cose in questa velocità, ma il mio obiettivo non era tanto quello di essere veloce, ma quanto quello di realizzare, vedere, imparare più cose possibili in una giornata. Il presente era per me inutile, un semplice spazio temporale che mi consentiva di realizzare ciò che nel futuro avevo immaginato con fantasia e passione. Il passato non mi affascinava affatto, mi chiedevo spesso il perché dovessi rivivere certe situazioni che erano, appunto, passate e ricordarle era estremamente noioso in quanto tutto ciò che si poteva scrivere era già stato scritto. Era il futuro che stimolava la mia mente e mi faceva accedere a realtà non ancora vissute che potevo creare da zero e realizzarle poi concretamente. Quanto era eccitante poter scrivere senza confini un nuovo capitolo sicuramente più interessante di quello che vivevo nella quotidianità? La cosa che amavo di più del futuro era il poterlo raggiungere attraverso l’azione sviluppando tutte le capacità e competenze che avevo dentro. Non volevo attingere da fuori, volevo svilupparmi da dentro proprio come quando la farina sfrutta il lievito per diventare pane: in fin dei conti il pane è semplicemente farina che ha sfruttato il suo potenziale interno e quello dell’ambiente per evolvere. La cosa che mi lasciava in dubbio, però, sul presente era che nell’esatto istante in cui iniziavo a fare, conoscere e mettere in pratica certe cose, idee, situazioni del futuro automaticamente diventava affascinante e la magia del qui e ora si accendeva. Sentivo che ero davvero nello spazio temporale dell’adesso, ma non capivo cosa fosse cambiato rispetto a prima.
Avevo già trovato la soluzione da piccola senza saperlo, ma la risposta alle domande che mi ponevo è arrivata con la Mindfulness, prima, e con il Coaching, dopo. Oggi posso dire che la mia dimensione temporale stimolante è il presente, ma non uno qualunque, quello vissuto con energia, eccitazione, serenità e una dose importante di agentività.
Nel mio viaggio alla scoperta del Coaching ho cercato, spesso, di dare una definizione personale al metodo e ad oggi, al termine di questo percorso, alla domanda:” Come definiresti il percorso di Coaching in una frase?” risponderei:” Un percorso che ti insegna a stare nel qui ed ora sfruttando l’agentività umana”. Dopo anni ho finalmente capito che è l’agentività che sfrutto nel presente a rendere prezioso e stimolante il presente stesso.
In questo articolo ho come proposito quello di partire dalla definizione e dalla storia di due discipline che mi son state d’aiuto nella mia vita, la Mindfulness e il Coaching, per poi analizzare i punti in comune collocandoli nella sfera dell’agentività umana, cosa che mi ha permesso negli anni di apprezzare di più il presente e di realizzare gli obiettivi nel qui ed ora senza aspettare il futuro.
La Mindfulness – Definizione e Storia
La parola Mindfulness come sostantivo in inglese significa sia consapevolezza sia presenza mentale e quindi richiama sia il concetto di essere consapevole sia quello di rimanere e vivere nel momento presente come momento ottimale.
Tra la moltitudine di definizioni di Mindfulness, quella che sintetizza meglio tutti gli aspetti è “Consapevolezza che emerge dal prestare attenzione, in modo intenzionale, al momento presente e in maniera non giudicante, all’esperienza che si dispiega momento per momento.” (Jon Kabat-Zinn, 1979).
Questa consapevolezza deriva dall’osservare ciò che accade qui ed ora, dall’accettare ciò che si sperimenta senza cercare di cambiarlo o respingerlo e dal riconoscere i propri pensieri ed emozioni senza indentificarsi completamente. La Mindfulness ha radici nelle tradizioni contemplative orientali, soprattutto nel Buddhismo, e in queste tradizioni la consapevolezza è considerata una via per liberarsi dalla sofferenza e raggiungere la saggezza. Negli anni ’70 del XX secolo, il biologo e medico statunitense Jon Kabat-Zinn introduce la Mindfulness in un contesto clinico e laico creando il protocollo MBSR della durata di 8 settimane (Mindfulness-Based Stress Reduction): l’obiettivo è quello di aiutare pazienti con dolore cronico o stress a gestire meglio le proprie condizioni attraverso la consapevolezza nel momento presente.
Il protocollo MBSR ha diversi obiettivi tra cui quello di vivere il presente con serenità, flusso e una corretta dose di distacco che serve per analizzarsi e non fondersi completamente con esso. Due sono i principali strumenti del protocollo chiamati pratiche formali e informali. Quando si parla di pratica formale si parla di meditazione con l’obiettivo di stare nel presente in maniera consapevole, di ascoltare il proprio corpo che nella maggior parte dei casi è fermo e di rallentare il flusso incessante di pensieri che molte volte sono visti come ostacoli interni: la pratica formale insegna a non fondersi completamente con essi, ma ad accoglierli e, spesso, lasciarli andare. Con la pratica informale, invece, si intendono una serie di attività pratiche che nel quotidiano aiutano a connettersi con il momento presente nella sua autenticità e quindi a vivere questo momento in azione, fondendosi con esso usando i 5 sensi e facendo pratica con l’esperienza diretta da cui si può apprendere.
Con la Mindfulness si ha, quindi, a che fare con un metodo di sviluppo di una persona che ha come obiettivo quello di portare consapevolezza, in maniera intenzionale, al momento presente senza giudizio rimanendo fermi oppure agendo.
Il Coaching – Definizione e Storia
La parola Coach come sostantivo in inglese significa sia allenatore/insegnante sia carrozza/vettura e quindi la parola Coaching richiama sia il concetto di allenamento sia di accompagnamento da un punto di partenza ad uno di arrivo.
Tra le tante definizioni di Coaching quella a me più affine è “il Coaching è un metodo di sviluppo di una persona, di un gruppo o di un’organizzazione che si svolge all’interno di una relazione facilitante, basata sull’individuazione e l’utilizzo delle potenzialità per il raggiungimento di obiettivi di miglioramento/cambiamento autodeterminati e realizzati attraverso un piano d’azione”. (Pannitti, Rossi, 2012).
Dalla definizione emerge come la realtà temporale in cui si svolge questa relazione facilitante e il raggiungimento di obiettivi sia il presente: in questa realtà il Coachee può applicare ciò che è emerso dalla sessione immediatamente dopo averlo consapevolizzato.
Nella storia del Coaching è fondamentale porre l’attenzione a quattro personaggi che hanno fatto la differenza nello sviluppo del metodo del Coaching come oggi lo intendiamo: il filosofo Socrate, l’allenatore Timothy Gallwey, il consulente aziendale John Whitmore, e lo psicologo Martin Seligman.
Socrate ad Atene intorno al 470 a.C. filosofa con i propri allievi ponendo loro domande e dialogando con loro accorgendosi che è l’allievo a scoprire e generare molte cose belle da se stesso. Si può quindi considerare Socrate il padre della Maieutica, cioè l’arte che consiste :“nel mettere in grado l’allievo, mediante il dialogo, di acquisire consapevolezza della verità che è dentro di lui”. (Vocabolario della lingua italiana Zingarelli, 2024). In questa definizione di Maieutica troviamo che l’obiettivo finale sia la consapevolezza della verità che è già dentro di noi stessi, ma che necessita di essere fatta emergere.
Timothy Gallwey, istruttore di tennis, intuisce che:” L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete”. (Timothy Gallwey, 1974). Per primo introduce, quindi, il concetto di ostacoli e sviluppa la formula nella quale si evince l’importanza dell’apprendere in maniera naturale tramite esperienza diretta cercando di ridurre il più possibile l’interferenza interna:
PRESTAZIONE = POTENZIALE – INTERFERENZE
John Whitmore, dopo Gallwey, elabora il metodo Grow che si basa più sull’allenare le potenzialità dell’individuo rispetto alla limitazione delle interferenze e trova nell’utilizzo delle domande efficaci la forma più ottimale di comunicazione orale tra Coach e Coachee.
Infine, con il lavoro dello psicologo Martin Seligman, padre della Psicologia positiva, si assiste ad un arricchimento del Coaching dal punto di vista teorico.
L’Agentività umana e presente
Albert Bandura, invece, parla di Agenty, ossia agentività umana, secondo la quale l’essere umano non è solo un veicolo delle proprie pulsioni, ma è un agente attivo. Secondo Bandura, infatti: “La maggior parte del comportamento umano è determinato da molti fattori che interagiscono fra di loro, quindi le persone contribuiscono a causare ciò che accade loro piuttosto che determinarlo completamente”. (Bandura, 2000).
In questa teoria, le persone contribuiscono a determinare il loro funzionamento psicosociale attraverso meccanismi di agency personale, tradotto con agentività, indicando la facoltà umana di far accadere le cose, di intervenire sulla realtà esercitando un poter causale.
Se le persone non credessero di poter produrre con le loro azioni gli effetti che desiderano, avrebbero pochi stimoli ad agire. La nostra vita è guidata dal nostro senso di autoefficacia.
(Bandura, 2000).
Il senso di autoefficacia è direttamente collegato al livello di prestazione sia attraverso la misura e la qualità dell’obiettivo personale sia grazie alla costanza e all’impegno che derivano dalla fiducia di avere successo. E tutto questo si realizza nella dimensione del presente, nel concretizzare, nel mettere a terra: possiamo quindi dire che il presente sia la dimensione temporale dell’agentività.
Per questo motivo il Coaching ha il fine ultimo di accelerare il potenziale umano dal Coachee senza giudizio e senza consigli, aumentandone la consapevolezza. Il Coachee successivamente sfruttando la sua agentività genera azioni mirate a determinati scopi.
La presenza nella Mindfulness e nel Coaching
Il tema della presenza è centrale sia nella Mindfulness che nel Coaching. In entrambi gli ambiti, essere presenti significa molto più che essere fisicamente lì: si tratta di una qualità di attenzione consapevole, aperta e intenzionale che crea le condizioni per la crescita, la chiarezza e la trasformazione. Questa presenza nel Coaching ha una valenza doppia, vale sia per il Coach che per il Coachee: il primo manifesta la presenza nell’ascolto attivo e il secondo nello sviluppo delle proprie risorse e potenzialità nel momento stesso in cui le fa emergere e, successivamente, nell’obiettivo e nel piano d’azione.
Quali sono gli aspetti comuni?
Entrambi si basano sulla presenza come punto di partenza per il cambiamento; La presenza crea spazio e fiducia per l’insight e la crescita;
La presenza aumenta la qualità della relazione e della decisione; Entrambi coltivano consapevolezza e attenzione intenzionale.
La presenza è il cuore pulsante della Mindfulness e del Coaching: la prima ci radica nel momento presente, il secondo ci connette pienamente all’altro e al processo di crescita. Un Coach presente non “fa” semplicemente qualcosa, ma “è”: centrato, aperto, curioso e profondamente consapevole.
Prologo – Cosa la presenza in azione dice di me
Questo articolo porta con sé pensieri e credenze fortemente radicate in me e il fatto di metterle a terra e in qualche modo celebrare ciò mi ha portato a scegliere di diventare Coach: nell’esatto istante in cui ho realmente capito il potere della presenza è emerso in me il desiderio di rimanerci per più tempo possibile per vivere una vita piena, serena e di significato. Applicare giornalmente la presenza in azione mi serve per sentirmi autoefficacie sia come Coachee sia come Coach e l’ascolto attivo, derivante dalla presenza attiva, mi rende un Coach centrato, ma al tempo stesso aperto e disorientato.
Infine, essere una persona che vive nel presente mi fa davvero sentire grata alla vita stessa.
Ad oggi, con l’esperienza e con i numerosi spunti derivanti dal Professional Coaching Program, posso dire che il presente sia la realtà più vera, stimolante, gratificante che esista e poiché si chiama presente voglio rendere questo dono il più speciale possibile.
Giulia Bussano
Life Coach | Piemonte
giulia.bussano@gmail.com
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