Riflessioni sul mio percorso di apprendimento del Coaching Evolutivo
La cosa più incredibile è che ho meditato di diventare un coach per tre anni, e quando finalmente mi sono decisa, ed ho iniziato questa meravigliosa avventura, ho realizzato di non avere capito proprio nulla.
Devo dire la verità, la prima giornata mi ha totalmente aperto gli occhi, ed ho anche capito che ero proprio a zero.
Ma facciamo un passo indietro.
Sono molto interessata a tutto quello che parla di sviluppo personale e da anni ormai seguo con molto interesse “coach” americani. Parecchi sono ormai delle vere celebrities: riempiono stadi, scrivono libri, hanno accademie ed un seguito molto nutrito sulle varie piattaforme online.
Il mio preferito, anche se forse non il più famoso, è Brendon Burchard: lo seguo da almeno un decennio e con lui ho fatto anche un percorso di un anno online, la Growth Academy, focalizzata sulla performance e la crescita personale.
Nella mia mente, il Coaching era quello che fanno gli americani. Solo ora comprendo che questo approccio è più ispirazionale e focalizzato sulla motivazione e sul mentoring, basato sulla condivisione di storie e strategie per il successo proprie del mentore che fornisce strumenti al coachee perché acquisisca maggiore consapevolezza, intenzionalità, energia e fiducia ed impari nuovi comportamenti.
Quando il primo giorno ci è stato spiegato cos’è il Coaching e come è nato, ho capito che in realtà avevo una idea errata di che cosa fosse, così com’è normato dalle Competenze Chiave di ICF, dalle Competenze Distintive di AICP e dalla norma UNI 11601:2024.
E quindi ho capito che il Coaching non è consulenza, perché il coach non fornisce soluzioni e consigli; non è formazione, perché il coach non si concentra sull’insegnamento di competenze specifiche e sulla trasmissione di conoscenze; non è uno psicologo o psicoterapeuta, perché il coach non si occupa di problemi psicologici e emotivi (anche se abbiamo visto il miniviaggio nel viaggio in caso di blocchi) e non è un mentore, perché il coach non è una persona più esperta che offre guida e supporto a una persona meno esperta.
Perché ero proprio a zero? Perché in una scala da 1 a 5, dove capire cos’è un coach è 5, io mi sentivo agli inizi.
Ho altresì capito le aree in cui avrei faticato di più:
– l’obiettivo è del coachee, non del coach: io che ora ricopro un ruolo da manager, sono abituata a lavorare per obiettivi e ad esserne responsabile. Il coach lavora sulla persona, non sugli obiettivi e per me questo è un vero cambiamento di prospettiva.
– 20% parla il coach, 80% parla il coachee: per me che sono una bella chiacchierona, una rivoluzione! Durante questo percorso ho imparato l’importanza ed il potere del silenzio. Normalmente i silenzi mi mettono a disagio e come risposta al disagio parlo (o “straparlo”) per riempire il vuoto. Nel Coaching invece il silenzio è generativo ed uno degli strumenti attivi della presa di consapevolezza del coachee. Altresì l’ascolto attivo: sono abituata a pensare mentre ascolto, perché so che ad un certo punto dovrò dire ciò che penso. Invece il coach non deve avere opinioni, non deve giudicare, non deve insegnare nulla, non suggerisce. Questo un po’ mi ha spiazzata, un po’ mi ha rasserenata.
– il coach non è un consulente e la relazione di Coaching non è una relazione d’aiuto ma una relazione evolutiva. Inoltre, il coach è responsabile del processo di Coaching e della relazione, il coachee dei contenuti e di mettere in pratica le azioni per raggiungere i suoi obiettivi. Non sono abituata a questo tipo di dinamiche non orientate alla performance, ad avere una postura diversa che lascia spazio all’altro nella sua presa di consapevolezza e dove devo “sapere di non sapere”. Questa forse è l’area che più mi ha spaventata all’inizio ma anche elettrizzata, perché è esattamente così che posso favorire lo sviluppo e la valorizzazione del potenziale del cliente. Durante il corso abbiamo parlato del Disorientamento Positivo del coach, ed è un concetto che mi è piaciuto moltissimo, perché per una volta non devo trovare soluzioni, ma solo avere fiducia nel processo e nel mio coachee.
– attenzione alla parte non verbale (cioè il 40% della nostra comunicazione): mi considero una persona accogliente ed empatica, purtroppo questo significa che il mio viso tradisce le mie emozioni. Mi sono anche accorta che tendo ad annuire, a volte faccio senza rendermene conto anche dei piccoli brusii di soddisfazione. Restare accogliente pur creando una distanza di sicurezza, lavorare sul mio non verbale, essere più centrata, più assertiva e neutrale sono state sicuramente alcune delle mie sfide più grandi.
Poi ho iniziato questo percorso e ho subito realizzato che sarebbe stato molto più impegnativo di quanto immaginassi, ma in modo positivo. Questo mi ha fatto capire la qualità di questo cammino e mi ha spinta a fidarmi del processo.
Soprattutto nella messa in pratica, ho potuto mettermi in gioco come coach e sperimentare su di me gli effetti del Coaching da coachee.
Questo mi ha fatto comprendere fino in fondo aspetti essenziali del Coaching, come ad esempio l’importanza della geometria dell’interazione tra coach e coachee, una relazione alla pari, simmetrica, di partnership, anche se con ruoli e responsabilità complementari e distinti.
Una relazione in cui Io sono OK e Tu sei OK.
Una relazione facilitante che si basa sulle 4 competenze relazionali: Accoglienza, Ascolto attivo, Alleanza e Autenticità.
Il concetto di alleanza l’ho sentito molto vicino al mio modo di essere in generale: il coach deve creare un ambiente accogliente il cui il coachee si senta a suo agio, per costruire una relazione autentica e nella totale riservatezza. Deve altresì avere fiducia: innanzitutto nel metodo, poi nella relazione potenziante che si sta costruendo, in sé stesso e nel coachee, che ha tutte le risorse per farcela, deve solo allenarle.
Ci sono stati diversi momenti in cui mi sono sentita un po’ in crisi – non a livello, non abbastanza brava…- ed ho dovuto veramente avere fiducia in me stessa e nel metodo.
Ho altresì apprezzato l’estrema concretezza del Coaching: il fatto di far definire sin da subito un tema di sessione ed un obiettivo al coachee evita che l’incontro si risolva in una banale chiacchierata.
Nel mio percorso di apprendimento ho notato che la definizione dell’obiettivo può essere difficile e questo mi ha messo in difficoltà: ad esempio, durante le prime sessioni, il mio coachee impiegava molto ad introdurre il tema e poi non riusciva ad essere specifico e chiaro nell’obiettivo di sessione in modo da renderlo misurabile.
Mi è chiaro che la definizione dell’obiettivo di sessione è una parte fondamentale del processo e che non devo mollare, perché senza questa direzione poi è difficile tenere la struttura. Ho capito anche che è importante che l’obiettivo sia del coachee, e non per esempio un obiettivo “calato” dall’esterno, per renderlo rilevante per lui, e quindi motivante.
La parte che maggiormente mi ha messa in difficoltà inizialmente nel training è stata quella delle domande efficaci. Non sono una tipa da frasi brevi, ma ora comincio ad apprezzarne la chiarezza e la forza, e poi.. niente condizionale! per me questa una rivoluzione. A tratti sentivo molte forzature: a volte senza volerlo scadevo nel “Noi” per poi accorgermene subito (accidenti!), a volte mi sentivo troppo diretta, e poi ero tentata di arrotondare, di approfondire, di condividere….
Però per essere coach ho dovuto imparare a restare in questo “malessere positivo” perché le domande sono lo strumento principale della strategia esplorativa e di interazione del coach e la relazione di coaching è asimmetrica nel contenuto.
Sono le domande efficaci che portano a stimolare un processo maieutico nel coachee per scoprire sè stesso ed acquisire consapevolezza e definizione di un nuovo obiettivo e piano d’azione.
Ora che ho fatto diverse sessioni da coach mi continuo a sorprendere di come, avendo fiducia nel processo, e con le giuste domande efficaci, il coachee possa veramente fare un gran passo in avanti nel suo percorso di consapevolezza, spesso questionando lo status quo e a volte rompendo schemi mentali, preconcetti, pregiudizi, aspettative e guardando con occhi nuovi ad altre possibilità, a nuove idee, nuove considerazioni, nuove prospettive.
Quello che mi ha colpito di più in assoluto è quando in sessione il coachee ha un “aha moment”, quel momento chiave di presa di coscienza dove all’improvviso vede nuove possibili e anche inaspettate soluzioni.
Talvolta è capitato che non fosse strettamente legato all’obiettivo iniziale, ma questo ha anche permesso al coachee di rendersi conto che c’era molto di più, e a migliorare la conoscenza di sé e la percezione di sé. Se prendiamo come riferimento la matrice della “finestra di JOHARI”, l’intervento di coaching tramite domande efficaci e feedback d’ascolto contribuisce ad allargare ed approfondire il quadrante aperto del coachee, ossia quella parte di sé che conosce e che gli altri conoscono perché condivisa, a discapito del “quadrante cieco”.
Mi piace il concetto di valorizzazione del potenziale: è un approccio che mette al centro il coachee e lo stimola a prendere coscienza, per mettersi in gioco attivando il suo pensiero laterale, spostando il suo punto di vista e fornendo modalità diverse di riflessione.
La parte della sessione che mi dà una grande gioia è quella della elaborazione della mobilità e delle risorse consapevolizzate, quando il coachee rielabora quello che ha scoperto ed imparato durante la sessione. E’ un momento potente di presa di consapevolezza ed anche di comprensione della propria evoluzione durante la sessione e di sé, delle risorse e delle proprie qualità messe in campo.
In più occasioni mi è capitato di sentire un coachee dire “credevo fosse così ed invece…”. Abbiamo parlato molto a lezione degli ostacoli che possono impedire al coachee di evolvere, quali ad esempio ambiente esterno, convinzioni, pensieri emozioni o stati d’animo, e quando in questa fase il coachee si rende conto di averne avuti e di averli superati, è un momento di sollievo e leggerezza.
Nella fase di chiusura della sessione, il coachee deve definire un obiettivo extra-sessione ed un piano d’azione, identificare ostacoli e facilitatori e definire come monitorerà il suo avanzamento per capire che è sulla strada giusta. Questo permette di costruire un vero percorso di evoluzione dove c’è mobilità nell’extra-sessione.
In tal senso, il Coaching è una avventura veramente entusiasmante ed anche una grande responsabilità di accompagnamento da parte del coach.
In sintesi, il mio percorso per diventare un coach si è rivelato un’esperienza trasformativa e illuminante. La mia visione iniziale, influenzata da modelli americani, è stata sostituita da una comprensione più autentica del Coaching che va ben oltre la semplice motivazione o l’ispirazione.
Ogni sessione in cui mi sono potuta sperimentare come coach ha rappresentato un’opportunità per scoprire non solo il potere delle domande efficaci, ma anche il valore del silenzio e della presenza. Ho dovuto imparare a non focalizzarmi sugli obiettivi e sulla performance, ma a perseguire e sostenere la crescita personale e la consapevolezza che il coachee sviluppa durante il percorso.
Infine, sono grata per l’opportunità di intraprendere questo cammino e per le lezioni apprese lungo la strada, per i coach che ci hanno accompagnati con la loro incredibile energia e generosità e per i miei fantastici compagni di viaggio!
Ho intenzione di continuare ad allenarmi per poter prendere la certificazione ACC ed inoltre ho deciso di volermi formare in Psicologia Positiva con Martin Seligman, perché sento la sua teoria della felicità molto vicina al mio pensiero. Vorrei altresì rispolverare i libri di Daniel Goleman sull’Intelligenza Emotiva e continuare nel mio percorso di studio ed approfondimento del Coaching.
Sono impaziente di continuare a crescere e a imparare, sia come coach che come persona, e di accompagnare gli altri nel loro percorso di scoperta e valorizzazione del potenziale.
Cinzia Silvestri
Coach Professionista Evolutiva | Lombardia
coach.csilvestri@gmail.com
Bruna
13 Maggio 2025at20:28tutta l’energia e l’impegno nel realizzare questo tuo desiderio, che progettavi da anni, è espressa perfettamente in questo post! brava Cinzia! I am so proud of you!