Categoria: La conduzione radiofonica come palestra di coaching

La conduzione radiofonica come palestra di coaching

Articolo di Alessia Vagliviello.

La voce è la rappresentazione di noi agli altri e a noi stessi. E’ quello che vogliamo far arrivare di noi, è quello che indipendentemente da noi arriva agli altri. Spesso per molte persone il canale voce costituisce una frustrazione, uno strumento di mancata rappresentazione di sé o delle effettive competenze possedute. Parlare ad un pubblico diventa poi ancora più difficile.

radiospeakerLa radio o meglio l’esperienza della conduzione radiofonica può trasformarsi in un valido percorso di coaching per allenare l’autostima e la capacità di parlare in pubblico, sviluppare la consapevolezza delle proprie caratteristiche vocali e potenziare la fluidità e la sicurezza nel presentare sé stessi agli altri o più semplicemente nell’essere sé stessi. Approfondendone la conoscenza si scopre, inoltre, che “fare radio” allena anche altri aspetti come la capacità di gestione dell’imprevisto e delle emozioni, l’ascolto, la gestione del tempo, senza tralasciare la capacità di sintesi e dell’essere evidenti e chiari, la focalizzazione all’obiettivo e al contenuto, l’abilità di tenuta dell’energia (necessaria in molte attività in cui si parla ad un pubblico e con intensi livelli di performance). Un mezzo, la radio, con tempi veloci dove non conta solo la tecnica del saper parlare ma anche e molto come si riempie lo “spazio” facendo esercizio di pienezza, spontaneità e autenticità (strano ma vero!).

Possiamo veramente parlare di conduzione radiofonica come palestra di coaching e di speaking coaching? Lo chiediamo a Giorgio D’Ecclesia speaker radiofonico professionista (ha lavorato per anni per Radio Dimensione Suono) e fondatore di Radiospeaker.it – blog e sito di informazione e formazione per chi vuole lavorare in radio e piattaforma di proposte/offerte di lavoro nel settore.

 

Per iniziare ti chiedo che cosa significa lavorare con la voce e sulla voce? E quali sono le difficoltà e le resistenze che le persone più frequentemente incontrano o manifestano?

Lavorare con la voce significa lavorare in un certo senso su sé stessi e imparare a trasmettere emozioni attraverso i suoni: le parole. Le parole creano immagini mentali, e le immagini che riusciamo a creare semplicemente parlando creano emozioni. Se adesso cominciassi a parlarti di “un’isola stupenda dove la gente ci accoglie sempre con il sorriso, non ci sono strade e tutti vanno in giro a piedi nudi sulla sabbia bianca, c’è sempre il sole e ti servono cocktail alla fragola fin dalla colazione”, nella tua mente cominceresti a visualizzare tutto questo e a provare un’emozione positiva, entusiasta, ti ritroveresti su quell’isola e probabilmente cominceresti anche a sentire il sapore delle fragole (almeno con il pensiero). Ammesso però che chi parla sia in grado di raccontare tutto questo con emozione, trasporto e coinvolgimento. Le parole riescono a farci provare emozioni e a portarci altrove. Forse è proprio questo che spaventa chi si ritrova per la prima volta davanti ad un microfono: non ci si sente all’altezza del ruolo. Chi partecipa ai nostri corsi spesso “si ascolta” per la prima volta. Entra nella cabina della diretta, indossa le cuffie e prova il microfono. C’è imbarazzo nel riascoltarsi. Le frasi tipiche sono: “Ma davvero parlo così?” – “Ma questo sono io?”. Da subito bisogna dare conforto a chi si trova in imbarazzo di fronte a sé stesso, alla propria voce: lo strumento che ha usato tutti i giorni da quando è nato senza mai analizzare il modo con cui lo usava o al contrario inibendosi e limitandosi perché magari da piccoli gli era stato detto di possedere una voce non gradevole. E’ come se per la prima volta ci trovassimo di fronte ad uno specchio: stupore, imbarazzo, paura… Imparare ad ascoltarsi è il primo passo verso il giusto modo di comunicare con sé e con gli altri. A questo proposito mi viene in mente il libro di Silvia Magnani e Franco Fussi – Ascoltare la voce. Itinerario percettivo alla scoperta delle qualità della voce.

 

In che modo un percorso di formazione alla conduzione radiofonica diventa una palestra per allenare l’autostima, la rappresentazione di sé e la gestione delle emozioni e dell’imprevisto?

Come anticipavo poco fa, doversi confrontare con la propria voce ed il proprio modo di parlare è come riscoprire una parte di sé. E’ un po’ come quando nel camerino di un negozio ci vediamo da un’angolazione diversa per via del gioco di specchi: riusciamo a vederci di profilo e magari anche di spalle, è una piccola riscoperta del nostro corpo. Riascoltarsi in cuffia è come rivedere o vedere per la prima volta una parte di sé, un proprio modo d’essere, per molti è traumatico per altri è un’emozione stupenda. Di solito dopo la prima lezione ed il primo ascolto di sé, non si vede l’ora di rientrare in diretta per parlare al microfono. L’autostima viene incrementata ad ogni parola ed ad ogni frase pronunciata, dopo le prime due tre lezioni ci si inizia a piacere e a volte si arriva anche al “bearsi della propria voce”, cosa che va corretta puntualmente per non rischiare di essere esagerati e innaturali. Aumenta la consapevolezza della propria voce e dell’uso che se ne può fare. Attraverso la voce possiamo sperimentare nuovi “noi stessi”. Possiamo far conoscere la parte più allegra e frizzante di noi, così come possiamo sperimentare un modo di parlare sensuale, pacato e profondo. Giocare con la propria voce è terapeutico, si scoprono tante personalità quante ne vogliamo sperimentare, ci aiuta a conoscere le potenzialità comunicative, persuasive, emozionali che possediamo e anche a sviluppare la sintesi imparando a gestire tempi, che in radio sono piuttosto ristretti, difficilmente si supera il minuto e mezzo di parlato. Tono, ritmo, tempo, intenzione, volume della voce sono aspetti da tenere contemporaneamente sotto controllo e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: il disco che non parte, la cuffia che non funziona, lo schermo del computer che si spegne sono all’ordine del giorno. Mentre tutto questo accade bisogna continuare a parlare come se nulla fosse, gestendo e integrando l’imprevisto, mimetizzandolo o facendolo diventare quasi una digressione piacevole per l’ascoltatore (soprattutto quando non si può negare l’evidenza!).

 

Che cosa intendi quando dici che l’esperienza della conduzione radiofonica in un corso è una palestra protetta?

Così come in palestra ci si allena per migliorare il proprio aspetto fisico, durante i nostri corsi di conduzione radiofonica alleniamo a migliorare l’estetica e la tenuta della voce, la focalizzazione nello speeche, la sostanza delle parole. Chi partecipa ai nostri corsi si allena ad utilizzare la voce nel modo migliore e lo fa in gruppo, mettendo a nudo le proprie debolezze, i propri imbarazzi. Si condividono con gli altri partecipanti le difficoltà nel parlare di fronte ad un pubblico, seppur ristretto, composto dall’insegnante e gli altri allievi, anche se rimane la consapevolezza che c’è un audience molto più vasto e variegato che ci potrebbe ascoltare attraverso il microfono. Ci si sente protetti dal fatto che fisicamente si è da soli in uno studio con cuffie e microfono e dall’altra parte del vetro c’è un tecnico e altri allievi, quindi non si ha quella tensione che si avrebbe parlando in piazza di fronte a cinquemila persone. Anche se la nostra voce arriva ad un audience che può superare il milione di individui.

 

Quali altre competenze e sfere vengono allenate e ce ne puoi fare degli esempi?

La gestione dell’emozione è uno degli aspetti che cerchiamo di sviluppare durante i nostri corsi. L’emozione può giocare brutti scherzi, assistiamo spesso a blocchi e a situazioni di mutismo, di solito sdrammatizzate con una battuta, capita che tremino le mani, la voce, si comincia a sudare e c’è chi gesticola animosamente mentre parla al microfono per scaricare in qualche modo la tensione. E’ emozione allo stato puro e tutti ne vengono coinvolti. Con la pratica, la conoscenza di sé, il riascolto e l’aiuto di tutti i partecipanti si riesce a ristabilire il controllo e ad essere naturali e a proprio agio anche dopo poche lezioni.

Alleniamo la tenuta dell’energia e l’approccio positivo degli allievi, cercando di tranquillizzarli nell’essere semplicemente sé stessie individuando insieme i punti di forza delle proprie caratteristiche vocali o del proprio modo di parlare così che li sappiano replicare con un uso consapevole e orientato. Tra le abilitàche vengono messe in campo c’è la sintesi, la velocità e l’articolazione vocale e cerchiamo di insegnare a “scrivere per il parlato”. Questo è un aspetto importante nei nostri corsi, se si legge un testo scritto per la lettura si è automaticamente innaturali, forzati e poco diretti. Per scrivere per il parlato bisogna in un certo modo regredire verso una forma di linguaggio elementare, più povero, ma è quello che bisogna fare per essere diretti e comunicare con la voce: “parlare nella tastiera”. Tra le varie competenze che bisogna sviluppare c’è quella dell’essere evocativi con il linguaggio e cioè scegliere termini “evidenti”, usare con abilità il tono e fare una “lettura logica” senza pause innaturali, accelerazioni improvvise o toni eccessivi. E poi c’è l’improvvisazione, dover raccontare un episodio “a braccio”, senza leggere un testo, ma avendo uno schema mentale ben preciso per non perdere il filo del discorso, quindi un allenamento alla focalizzazione dello speech. Tutto questo restando nei tempi giusti e parlando tra due canzoni o con una base musicale in sottofondo!

 

Come funzionano i corsi che organizzi?

I nostri corsi hanno una formula consolidata con gruppi che vanno dai 5 ai 10 allievi e seguono un percorso ben preciso dove pratica e teoria vanno a braccetto. Fin dalla prima lezione ci si ritrova dentro la cabina di diretta con cuffie e microfono e si inizia a scoprire la propria voce, a capire l’uso del software di regia radiofonica e ad interfacciarsi con tecnico e “pubblico” dall’altra parte del vetro. E’ un vero percorso di scoperta e allenamento del proprio “sé vocale” e di affinamento di strategie di miglioramento della propria performance.

 

Come è nata l’idea di organizzare corsi di formazione di conduzione radiofonica e ora di speaking coaching?

Questa idea è nata da un’esigenza personale, io stesso avrei voluto qualcuno che mi seguisse, mi consigliasse e mi guidasse nella scoperta della mia voce e dell’uso che ne potevo fare. Qualcuno che mi insegnasse a scrivere per la radio ad improvvisare e a restare nei tempi, a gestire il software di regia radiofonica e a usare i toni giusti per annunciare o disannunciare una canzone. Tutto questo mi avrebbe fatto risparmiare tanti anni di gavetta e tanti errori. Quando sono arrivato ad un livello professionale adeguato per poter insegnare tutto questo a chi ne aveva bisogno sono nati i nostri corsi a Roma e Milano. Con l’esperienza e imparando a conoscere e riconoscere le diverse motivazioni che spingevano i nostri studenti ad iscriversi ho capito che, in un certo qual modo, facciamo coaching, o meglio speaking coaching.

 

Quali sono i progetti prossimi che Radiospeaker.it sta portando avanti?

Mi sono accorto fin dall’inizio che Radiospeaker.it avesse un potenziale di sviluppo enorme e con il passare degli anni, sto vedendo concretizzati molti di quei progetti che avevo immaginato. Tra i prossimi progetti in partenza ci sono: la creazione di un festival per le web radio, l’apertura di una casa di produzione di programmi radiofonici per radio e web radio e la messa a punto di progetti di speaking coaching per aziende e per tutti coloro che lavorano con il pubblico dovendo sostenere alti livelli di performance.

 

Per approfondire

La voce umana, Paola Emilia Cicerone: http://www.francoangeli.it/Recensioni/502p1p2_R1.pdf

Vivere la voce. L’Arte della manutenzione della voce per chi parla, recita e canta, Silvia Magnani: http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=18153&Tipo=Libro

No Comments

Post a Comment

Chiama subito