Categoria: Dalla vita alla competenza: il progetto MASP come esperienza generativa di pratiche affini al Coaching

Categoria: Dalla vita alla competenza: il progetto MASP come esperienza generativa di pratiche affini al Coaching

Dalla vita alla competenza: il progetto MASP come esperienza generativa di pratiche affini al Coaching

Introduzione

Il presente contributo nasce dall’osservazione di pratiche professionali di accompagnamento sviluppate in contesti di transizione complessa, in particolare legati alla genitorialità, ai carichi di cura e all’uscita dal mercato del lavoro. Nel corso di tali esperienze è emerso con chiarezza uno snodo ricorrente: il momento in cui le persone prendono consapevolezza delle competenze maturate nella vita, senza disporre ancora di uno spazio strutturato per trasformare tale consapevolezza in direzione, scelta e azione intenzionale.

In questi contesti, la questione centrale non riguarda la presenza o l’assenza di competenze, ma la possibilità di riconoscerle, legittimarle e orientarle verso il futuro. È proprio in questo passaggio che diventa rilevante interrogarsi sul contributo specifico del Coaching come pratica di accompagnamento allo sviluppo, capace di sostenere il passaggio dalla consapevolezza all’intenzionalità.

L’articolo prende avvio dall’esperienza del progetto Master and Parenting (MASP) e utilizza tale contesto come caso di riferimento per esplorare la relazione tra processi di riconoscimento delle competenze e pratiche affini al Coaching, mettendone in luce continuità, limiti e possibili integrazioni. Il focus non è sul progetto in quanto tale, ma sugli apprendimenti metodologici che esso rende osservabili rispetto al ruolo del Coaching nei percorsi di sviluppo delle persone.

 

Il progetto MASP come contesto di riferimento

Il progetto MASP nasce all’interno di una cornice istituzionale e di una rete di partner promotrice, con l’obiettivo di sviluppare e testare una strategia innovativa di conciliazione vita-lavoro e di promuovere l’occupazione femminile. L’azione si rivolge a donne disoccupate con carichi di cura e si fonda sull’organizzazione di percorsi di presa in carico innovativi, basati sul riconoscimento delle competenze trasversali e attenti alle specificità di genere.

L’azione specifica MASP è stata realizzata operativamente da AFOL Metropolitana attraverso uno staff dedicato, che ha definito l’impianto di riferimento per l’individuazione e la valorizzazione delle soft skills. Tra gli obiettivi del progetto rientrano la facilitazione dell’accesso o del rientro nel mercato del lavoro, il miglioramento dell’equilibrio vita-lavoro, la trasformazione dell’esperienza genitoriale e di cura in un’opportunità di sviluppo di competenze utili anche alla carriera professionale e la promozione di una maggiore condivisione dei carichi familiari, anche attraverso l’incentivazione dei congedi dei padri.

MASP si ispira al modello MAAM – Maternity as a Master, sviluppato da Riccarda Zezza, condividendone l’assunto di fondo: l’esperienza genitoriale rappresenta un potente contesto di apprendimento e di sviluppo di competenze trasversali. La differenza sostanziale riguarda il target di riferimento: mentre MAAM è pensato per accompagnare persone in fase di rientro da congedi all’interno di organizzazioni strutturate, MASP si rivolge a donne già fuori dal mercato del lavoro, spesso da tempo.

La sperimentazione iniziale ha coinvolto 36 donne tra i 29 e i 49 anni, in possesso di almeno un diploma. Successivamente il modello è stato adattato e riproposto anche in altri contesti, compresi quelli aziendali, confermandosi come un contesto privilegiato di osservazione dei processi di riconoscimento delle competenze maturate in ambito non lavorativo.

 

Le soft skills come competenze di vita

All’interno del progetto MASP, la definizione delle soft skills è stata elaborata dallo staff dedicato di AFOL Metropolitana. Le soft skills sono state intese come capacità di natura cognitiva, emotiva, relazionale e comunicativa, rilevanti in qualsiasi contesto lavorativo in quanto influenzano il modo in cui una persona affronta le richieste dell’ambiente che la circonda.

Il loro sviluppo è strettamente connesso all’ambiente di crescita e alle esperienze di vita maturate dall’individuo, in particolare nei contesti di maggiore complessità e responsabilità. In coerenza con il target del progetto, le competenze sono state organizzate in quattro macro-aree: emotive, sociali, cognitive-creative e realizzative. Per ciascuna area sono state individuate quattro competenze, a loro volta declinate in quattro comportamenti osservabili, per un totale di sessantaquattro comportamenti.

Questa articolazione ha consentito di superare una visione generica delle soft skills e di renderle osservabili, descrivibili e riconoscibili, favorendo un lavoro di riflessione fondato sull’esperienza concreta piuttosto che su autovalutazioni astratte.

 

Il processo di riconoscimento delle competenze come pratica riflessiva

All’interno di questa cornice, ho concretamente costruito e condotto il processo di riconoscimento delle competenze, traducendo l’impianto teorico del progetto in un percorso operativo strutturato. Le persone erano chiamate a svolgere un lavoro guidato di esplorazione delle proprie competenze chiave, a partire dalle soft skills riconosciute attraverso la piattaforma MASP.

Il percorso è stato strutturato come un work in progress riflessivo, supportato da una modulistica dedicata. Le domande proposte invitavano le partecipanti a interrogarsi sul significato personale attribuito alla competenza, a descriverla attraverso immagini e metafore, a individuare le circostanze in cui era stata agita con successo, a esplicitare gli apprendimenti maturati e i riconoscimenti ricevuti da altri significativi.

Un ulteriore passaggio riguardava la traduzione della competenza in un linguaggio spendibile, sia in termini di curriculum vitae sia in vista di un colloquio di lavoro. Questo lavoro aveva l’obiettivo di sostenere il passaggio dalla competenza implicita alla competenza consapevole e comunicabile, rafforzando la capacità di auto-narrazione professionale.

 

Le sessioni di assessment come spazio di ascolto e rielaborazione

Ho condotto personalmente le sessioni individuali di assessment, della durata di 60 minuti, che rappresentavano il momento di sintesi e rielaborazione del lavoro svolto in autonomia dalle partecipanti. In questi incontri le persone venivano accompagnate a raccontare quanto emerso dal percorso riflessivo e a riconoscere coerenze tra esperienza vissuta, competenze agite e identità professionale.

La conduzione delle sessioni si è basata prevalentemente su domande aperte, riformulazioni e feedback, con un’attenzione costante a non orientare le scelte né suggerire soluzioni. Il focus era posto sull’ascolto e sulla facilitazione del processo di auto-riconoscimento, più che sulla valutazione o sulla prescrizione di comportamenti.

Riletta a posteriori, questa modalità di conduzione presenta numerosi elementi di contatto con la pratica del coaching, pur collocandosi formalmente all’interno di un processo di assessment. In particolare, emerge una forte affinità nella centralità della persona, nell’uso del linguaggio come strumento di consapevolezza e nella responsabilizzazione del soggetto rispetto al proprio percorso.

 

Esiti osservati e limiti del solo riconoscimento

L’osservazione degli esiti dei percorsi MASP ha permesso di mettere in evidenza un elemento ricorrente: il riconoscimento e la validazione delle competenze producono un significativo aumento di consapevolezza e autoefficacia. Le persone iniziano a rileggere la propria esperienza in modo più strutturato e a riconoscere il valore delle competenze maturate nella vita.

Tuttavia, in assenza di uno spazio dedicato alla definizione di obiettivi, alla scelta delle priorità e alla costruzione di azioni coerenti, la consapevolezza rischia di rimanere confinata a una dimensione descrittiva. È in questo passaggio che emerge il limite di un percorso centrato esclusivamente sull’assessment, pur se evoluto e orientato all’empowerment.

 

Il contributo specifico del Coaching

Alla luce di queste osservazioni, il Coaching può essere considerato non solo come un supporto individuale, ma come un vero e proprio dispositivo culturale capace di sostenere processi di sviluppo consapevoli. A differenza di altri interventi orientati alla valutazione o alla prescrizione di comportamenti, il Coaching si fonda su una postura di ascolto, responsabilizzazione e fiducia nelle risorse della persona.

Il coaching offre un contesto strutturato in cui la persona, una volta riconosciute e legittimate le proprie risorse, può esplorare ciò che desidera sviluppare, definire obiettivi coerenti e assumere un ruolo attivo nelle proprie scelte future. In questo senso, il Coaching non aggiunge competenze, ma ne favorisce l’integrazione e l’orientamento verso il cambiamento, soprattutto nei contesti di transizione.

L’esperienza del progetto MASP consente di osservare come i processi di riconoscimento delle competenze rappresentino una base solida per l’empowerment delle persone, ma non esauriscano il bisogno di accompagnamento nei passaggi di sviluppo successivi. Nei contesti di transizione, le persone sono chiamate non solo a rileggere il proprio passato, ma a orientare in modo consapevole le scelte future.

In questa prospettiva, l’integrazione tra percorsi di riconoscimento delle competenze e Coaching appare particolarmente rilevante. Il Coaching può offrire un contributo distintivo nel sostenere l’evoluzione intenzionale delle persone, favorendo un passaggio dalla consapevolezza all’azione che sia coerente, sostenibile e centrato sulla persona.

 

Federico Piccini Corboud

People & Culture, Professional Coach e HR & Welfare Specialist | Lombardia

federico.piccini@farewelfare.it

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